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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 7 ottobre 2006

Un black out epocale

Posted by franco carlini su 7 ottobre, 2006

il manifesto, editoriale di Mariuccia Ciotta
Questo non è uno sciopero come un altro per il rinnovo del contratto di lavoro. Il black out si estende globalmente e dice la «sfida epocale» invocata dagli editori per giustificare la rottura delle trattative. «Sfida» e non «crisi» perché in effetti si è aperta una battaglia storica per il futuro dell’informazione. La proprietà richiede il comando, pretende flessibilità e riduzione del costo del lavoro in attesa di riassestare l’industria mediatica di cui ha perso il controllo. Obiettivo, battere il consumatore che negli ultimi anni ha messo in atto una guerriglia virtuale, e sconvolto ogni strategia aziendale. In un zig-zag corsaro, il divoratore di news, cinema, musica, tv ha bypassato il mercato tradizionale dei giornali e dell’entertainment, è sfuggito ai target e frantumato l’ascolto. Internet non è un nuovo medium, ma lo spazio e il simbolo di una aggregazione modulare che inanella e intreccia individui con individui, culture con culture, e scarta la grande platea manovrabile.
È questo diverso consumo polimorfo che gli editori intendono domare, e quando parlano di «convergenza con altri media» pensano in realtà a come tornare agli alti profitti. Nel frattempo a pagare siano gli operatori culturali, i giornalisti. Ma il consumo individuale ormai può non essere preda di un’offerta parcellizzata, di un autistico rinchiudersi nel proprio «io desiderante» contro lo «spazio pubblico» che forma coscienza politica, flusso di emozioni, idee condivise. Sono altre, adesso, le forme del sentire comune, ed è necessario coltivarle.
Si può vincere «la sfida epocale» e costringere l’industria mediatica, se non altro, a scendere a patti. Questo significa non credere a Philip Meyer che nel suo libro The Vanish Newspaper scrive «nel primo trimestre 2043 l’ultimo esausto lettore getterà via l’ultimo raggrinzito quotidiano», ma farsi soggetto della riscossa digitale. A cominciare dai giornalisti, che la smettano di fiancheggiare la devastazione dei loro giornali diventati gadget degli allegati, perché per battersi contro la precarietà e i subsalari è necessario difendere prima la libertà, la dignità e la creatività dell’informazione. Svincolarsi dal ricatto del mercato così com’è.
L’amministratore delegato del Los Angeles Times è stato licenziato due giorni fa dall’editore del gruppo Chicago Tribune perché si è rifiutato di tagliare ulteriormente l’organico (100 giornalisti). La redazione farà sciopero per difenderlo? I redattori privilegiati incroceranno le braccia per i precari? I redattori di Repubblica si sono rifiutati di andare in edicola giovedì scorso contro l’imbottituta di pubblicità imposta dall’editore, bene. Solo così, con l’alleanza dei lettori, diventati giornalisti/blogger, la trasformazione della stampa farà un salto di civiltà. La morte del giornale di carta sta solo nei piani dell’industria che sforna sempre più pagine vuote, dettate dall’inserzionista, mentre al contrario, davanti all’enorme massa di news gratuite in circolazione, il lettore richiede la «merce» conoscenza.
Scavare, decodificare, anticipare e aprire la mente, essere indispensabili per capire le trasformazioni di un mondo interconnesso, e se questo avverrà attraverso una pluralità di mezzi di comunicazione, tanto meglio. Per fare i soldi, gli editori cambino mestiere, visto che stanno perdendo la più grande rivoluzione del XXI secolo.

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Arrivano i «supercontrollori» di volo

Posted by franco carlini su 7 ottobre, 2006

 

di Alberto D’Argenzio, il manifesto

Passeggeri schedati
L’Europa sotto il controllo delle leggi antiterrorismo Usa. L’Unione europea cede agli Stati uniti sullo scambio dei dati dei passeggeri in arrivo dal Vecchio continente: le informazioni saranno trasmesse non più solo alle agenzie che controllano dogane e frontiere, ma alla Cia e all’Fbi 

Bruxelles. Dopo una nottata passata a discutere in videoconferenza ed una settimana di vuoto legale, sboccia l’intesa tra Stati uniti ed Unione europea sullo scambio dei dati dei passeggeri che volano dal vecchio continente verso il nuovo.
Come da tradizione è alla fine l’Europa a fare un passo verso l’America, accettando che le informazioni vengano trasmesse non solo alle agenzie che controllano le dogane ed i servizi di frontiera, come avveniva fino ad ora, ma anche alla Cia ed all’Fbi. In pratica gli estremi dei passeggeri finiranno a tutte le agenzie competenti in materia di lotta al terrorismo. «L’accordo è una misura vitale per combattere il terrorismo internazionale», commenta il Segretario di Stato John Reid. «Accettiamo la divulgazione di dati ad altre agenzie – spiega il commissario alla giustizia ed interni Franco Frattini – se hanno gli standard di protezione adeguati». «Le regole generali sulla privacy sono state rispettate», l’eco di Michael Chertoff, capo del Dipartimento Usa per la sicurezza.
Rassicurazioni che sanno di poco visto che già nel 2004, ai tempi del vecchio accordo, la stampa Usa parlava di migliaia di informazioni passate al Pentagono (ed allora non si poteva) e girate pure ad imprese private.

No su religione, salute e sesso
La Ue non cede invece alla richiesta di Washington di aumentare il numero di dati trasferibili, che rimane fermo a 34 (e rimangono esclusi quelli che possono indicare la religione, lo stato di salute e gli orientamenti sessuali), ed impone alla controparte un nuovo sistema per attingere le informazioni. Fino ad oggi le autorità statunitensi potevano prelevarle direttamente dalle compagnie aeree europee, in pratica avevano libero accesso ai loro registri di volo, il Passanger Name Record, Pnr. D’ora in avanti saranno le aerolinee a inviare i dati oltreoceano su richiesta degli Usa. Questo cambiamento entrerà però a regime solo una volta completati i nuovi sistemi tecnici, cosa che non avverrà prima del 2007. Invariati i tempi di stoccaggio dei dati, fermi a tre anni e mezzo. Il tutto per un accordo che entrerà ufficialmente in vigore la settimana prossima, dopo l’approvazione formale dei 25, e che avrà comunque vita breve, visto che sarà valido solo fino al luglio 2007, data in cui Bruxelles e Washington dovrebbero aver chiuso un’intesa di carattere permanente. «Il principale risultato di questo accordo – riassume la ministra finlandese della giustizia Leena Luhtanen a nome della Presidenza – è che possiamo adesso evitare una situazione in cui non avevamo alcun accordo».

Europarlamento, vittoria di Pirro
Con la videoconferenza di ieri si è chiuso il periodo di vuoto legale inaugurato lo scorso primo ottobre allo scadere dei quattro mesi di tempo concessi dalla Corte di Giustizia del Lussemburgo per trovare una nuova intesa tra Ue ed Usa, dopo che la precedente, siglata il 17 maggio 2004, era stata considerata illegale per un vizio di forma. Il 30 maggio la massima istanza giuridica della Ue accoglieva il ricorso del Parlamento europeo affermando che l’accordo non era «fondato su basi giuridiche appropriate», ma al tempo stesso non entrava nel merito dell’altra questione avanzata dall’Eurocamera: se l’intesa violava o meno il diritto alla privacy sancito dalla Carta dei diritti fondamentali della Ue. Come la forma dell’accordo non è valida – il sunto della posizione della Corte – allora è inutile discutere la sua sostanza, in pratica un giudizio limitato alla liturgia dell’intesa.
Questa vittoria di Pirro del Parlamento sui 25 e la Commissione rappresenta una vittoria praticamente piena per Washington, che ha avuto tutto il tempo per rivedere un accordo che ormai gli stava stretto: troppo piccolo per le sue nuove esigenze in materia di sicurezza. Nel 2004 è infatti entrata in vigore la nuova legislazione, figlia dell’11 settembre, che prevede, tra l’altro, un maggior coordinamento tra le distinte agenzie di sicurezza, cosa che rende assurdo agli occhi statunitense che i dati dei passeggeri possano essere utilizzati dalla dogana e non dalla Cia. E così i 25, dopo aver trovato una nuova base legale conforme al parere del Tribunale, hanno dovuto sottostare a quasi tutte le richieste avanzate dagli Usa: «Dovevamo accettare le esigenze della legislazione statunitense», riassume Jonathan Faull, uno dei principali negoziatori da parte europea.

Compagnie aeree contente
Esigenze che arrivano alla possibilità per Washington di condividere i dati anche con paesi terzi, «quando sia necessario per motivi poliziali», precisa Faull.
Gioiscono le compagnie aeree che con l’intesa evitano il rischio di infrangere la legislazione Usa e soprattutto scansano le multe di 6.000 dollari a passeggero imposte a chi si resiste a fornire i dati. «E’ un importante accordo che assicura le normali operazioni per i 105.000 passeggeri che volano tra queste due giurisdizioni ogni giorno», commenta Giovanni Bisignani, direttore generale della Iata, l’Associazione internazionale delle aerolinee. Non gioiscono i membri liberali, verdi e comunisti del Parlamento europeo. «E’ chiaro – sottolinea il capogruppo liberale Graham Watson – che l’attuale amministrazione nordamericana è determinata ad estrarre sempre un maggior numero di dati personali ed a condividerli con la comunità dei sistemi di intelligence». Per mezzo Parlamento la toppa è peggio del buco.

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Continente kafkiano: tante storie di ordinarie schedature di massa

Posted by franco carlini su 7 ottobre, 2006

di Anna Maria Merlo

Le nuove tecnologie applicate dai governi al controllo di massa di lavoro, scuola, immigrazione, «ordine pubblico», tempo libero. Dalle impronte biometriche a quelle genetiche (anche per furto), all’immagine numerica del volto e delle cinque dita

Parigi. Benvenuti nell’era delle schedature di massa, rese possibili dalle nuove tecnologie sofisticate. Alla Villette, una mostra – «Biométrie: le corps identité» (fino al 7 gennaio) – cerca di dare una visione ludica della trasformazione del corpo di ogni cittadino del mondo in una massa di dati utilizzabili dalle diverse autorità di controllo. I giovani del collettivo «George Orwell» hanno contestato questa mostra sulle tecniche «presentate per facilitarci la vita mentre in realtà facilitano soprattutto il lavoro dei poliziotti, dei giudici, dei padroni per meglio schedarci, controllarci, espellerci, rendere più redditizia la nostra produttività al lavoro», cioè fornire la «tracciabilità» di ogni individuo e delle sue mosse.
Tre membri di questo collettivo hanno già subito un processo e una condanna (500 euro di multa ciascuno più 9mila euro per danni) per aver voluto denunciare la diffusione delle schedature biometriche nella vita quotidiana. Il processo ha avuto luogo in seguito a una performance teatrale, improvvisata nel novembre 2005 alla mensa di un liceo a Gif-sur-Yvette, nella periferia parigina: i giovani avevano deteriorato i due apparecchi biometrici che il preside aveva fatto mettere all’entrata. Gli allievi dovevano solo più mettere la mano nell’apparecchio per avere via libera. La macchina, dall’impronta biometrica, puo’ stabilire se l’allievo è iscritto nella scuola e se ha pagato la mensa. In caso contrario, è respinto. I giovani avevano ottenuto l’appoggio della Federazione dei deportati, del Sindacato della magistratura, della Fsu e di Sud insegnanti, della Lega dei diritti del’uomo. «Con il pretesto di autentificare un documento di identità – denuncia l’avvocato Alain Weber – si profila la costituzione di una schedatura della popolazione. C’è il rischio di uno scivolamento ineluttabile verso un supporto biometrico unico e uno stato di polizia». In Francia, ad aprile, la Cnil (Commisione informatica e libertà) ha autorizzato il controllo biometrico all’entrata delle mense scolastiche, senza che le scuole debbano più chiedere l’autorizzazione. Un rapporto presentato al governo francese nel 2004 suggerisce che questo sistema venga adottato fin dalla scuola materna. Per il momento è stato messo nel casseto il progetto, avanzato dal prestigioso istituto di ricerca medica Inserm, di creare un «carnet di comportamento» dall’età di sei anni, per schedare i «turbolenti». Il movimento di difesa dei bambini sans papiers, Resf, ha insistito sull’importanza di tener separate le liste degli iscritti a scuola da quelle della polizia, per evitare gli incroci, che facilitano gli interventi della polizia. Un ricorso al Consiglio di stato è stato presentato il 2 ottobre per far annulare la schedatura «Eloi» che prevede di raccogliere e conservare per tre anni i dati di tutte le persone che ospitano o fanno visita a dei clandestini nel cpt.
Il 25 agosto, il pm del tribunale di Alès ha chiesto 500 euro di multa contro l’agricoltore Benjamin Deceuninck per «rifiuto da parte di una persona condannata di sottomettersi al prelievo destinato all’autentificazione della sua impronta genetica». L’agricoltore era stato condannato a un anno con la condziionale nel 2005 per aver sradicato del mais Ogm nel 2001. Sei ani dopo i fatti, grazie a una nuova legge, la giustizia gli impone la schedatura Adn.
In Francia, ormai, sono 137 le infrazioni alla legge che comportano un prelievo adn e conseguente schedatura. Il Fnaeg (Archivio nazionale automatizzato delle impronte genetiche) nasce con il governo del socialista Jospin, giustificato da «buone» intenzioni: uno serial-stupratore era stato arrestato grazie all’adn. La legge del ’98 prevede le schedature genetiche solo per i reati sessuali. Ma nel 2001 (sempre governo Jospin) viene esteso al terrorismo, ai reati contro la persona e contro i beni se accompagnati da violenza. Con la legge Sarkozy (destra) del 2003 la schedatura genetica viene estesa alle infrazioni più banali, come furto o sradicamenti di piante ogm, e da allora riguarda anche i semplici sospetti, non solo più i condannati. I dati vengono conservati dai 25 ai 40 anni, a seconda delle infrazioni. Con la legge Perben del 2004, un condannato che rifiuta di lasciare l’impronta genetica perde ogni diritto alla riduzione di pena. Il Fnaeg aveva i dati di 2100 persone nel 2002. Oggi sono 283mila. Nulla a confronto della Gran Bretagna, il paese leader del settore: 3 milioni di adn registrati, cioè il 5% della popolazione.
Prima ancora dell’accordo raggiunto ieri tra Ue e Usa, nell’agosto scorso, i ministri degli interni dell’Unione europea hanno stanziato un finanziamento supplementare per rendere più fluidi i controlli dei viaggiatori grazie alla diffusione della biometria: i visti di entrata nello spazio Schengen in futuro comporteranno l’immagine numerica del volto e di tutte le dieci dita della persona che ne fa richiesta (questa tecnica è già in via di sperimentazione in una decina di consolati francesi e all’arrivo all’aeroporto parigino di Roissy). Dal giugno 2009 i passaporti Ue dovranno contenere oltre alla foto numerizzata anche l’impronta dei due indici. Ma già dal 15 gennaio 2003, spiegano alla Commissione, «quando un nuovo entrante nello spazio Schengen si presenta, prendiamo l’impronta delle dieci dita e in 3-4 minuti, grazie all’archivio Eurodac, sappiamo se ha già presentato domanda in un paese vicino. Nel passato, l’80% diceva di aver perso i documenti, e questo rendeva impossibile la verifica». Eurodac è costato 9 milioni di euro ma a Bruxelles affermano che l’investimento è stato «ammortizzato in poche settimane». Il parlamento europeo è inquieto sulla prevista creazione di un registro comune dei passaporti dei cittadini dell’Unione. In Germania una battaglia ha impedito la centralizzazione a livello federale di tutti i dati biometrici. In Gran Bretagna è stata bloccata l’idea di Tony Blair di istituire la carta d’identità biometrica. Ma il futuro è kafkiano: «Si approfitta di un contesto emotivo forte (attentato terrorista, serial killer ecc.) per costituire un archivio – spiegano all’associazione Iris (protezione dei dati Internet) – una volta che lo strumento è attivato, basta estenderne l’applicabilità attraverso piccoli cambiamenti».
C’è anche il rischio che questi sistemi si sbaglino. E’ successo a un avvocato di Portland, Brandon Mayfield. Ha passato 15 giorni in carcere perché le sue impronte corrispondevano vagamente a quelle di uno dei sospetti dell’attentato di Madrid, nel marzo 2004. Ma Mayfield aveva sposato un’egiziana e si era convertito all’islam, elementi aggravanti per il poliziotto che ne ha deciso l’arresto.

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