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Anche YouTube nel cerchio Google

Posted by franco carlini su 8 ottobre, 2006

di Franco Carlini, il manifesto

Trattative in corso per assorbire il sito divenuto famoso per lo scambio di filmati, soprattutto amatoriali

Questa notizia potrebbe non essere vera, anche se arriva dal più informato quotidiano economico, The Wall Street Journal, che di solito stampa solo cose verificate. Anche lui tuttavia, si limita a citare «persone addentro alla questione» e un blog di notizie hitech, TechCrunch. In ogni caso di questo si tratta: il colosso dei motori di ricerca, Google, è in trattativa con il colosso dei video in rete, YouTube, il quale verrebbe acquistato per 1,6 miliardi di dollari. Solo un anno fa, il sito MySpace, dove si incontrano milioni di ragazzi in una rete sociale (social network), venne acquistato da Rupert Murdoch per 580 milioni. Dunque il nuovo shopping sarebbe 2,7 volte più costoso.

Google se lo può permettere: le sue azioni sono a 420 dollari l’una, per un capitale di 128 miliardi (leggermente superiore, dunque, a quello di Ibm); ma soprattutto ha liquidi per 10 miliardi, con i quali ogni acquisizione è possibile. La grande maggioranza degli incassi viene dalla vendita di pubblicità (semplice, poco vistosa, ma tantissima), sul suo motore di ricerca, il quale negli ultimi mesi ha ulteriormente aumentato la distanza dai concorrenti: detiene il 43,7% del mercato contro il 28,8 di Yahoo! e il 12,8 Microsoft Msn. Tutto merito della qualità del suo sistema hardware e software, della semplicità d’uso e della popolarità del marchio, che è attivo da soli 8 anni – debuttò infatti nel settembre del 1988.

YouTube è molto più giovane, essendo nato nel febbraio 2005, per iniziativa dei tre giovani prossimi milionari, Chad Hurley (29 anni) , Steve Chen (28 ) e Jawed Karim (27). Un video amatoriale di 18 secondi, girato da quest’ultimo con il titolo «Io allo zoo» fu il primo contenuto di YouTube, caricato sul sito il 23 aprile 2005 (lo si vede a: http://www.youtube.com/watch?v=jNQXAC9IVRw). Il luogo è sempre la Bay Area di San Francisco, a San Mateo, in un ufficio da 67 persone sopra una pizzeria. A differenza di Google, YouTube non ha ancora fatto un dollaro di profitti, ma finora ha lavorato con il finanziamento iniziale della Sequoia Capital, una delle più note imprese di venture capital californiane, la stessa che inizialmente aiutò Google a partire. Si rivolge a tutti coloro che amano i video e la musica, offrendo la possibilità di caricare i propri file in rete, rendendoli disponibili al mondo: gesto di esibizionismo (scenette familiari, vacanze ecc.) ma anche di condivisione. Registrandosi, gratuitamente, si può creare un proprio profilo, con foto e pseudonimo, immettere le proprie creazioni digitali e anche «rispondere» ai filmati altrui. Si risponde non già a parole, ma con altri filmati, una sorta di videoblog, dunque. Non è l’unico servizio web che consente tali prestazioni, ma certamente ha conquistato la maggiore fama, che si traduce in 100 milioni di video scaricati ogni giorno dai visitatori. Gli introiti vengono dalla pubblicità associata ai video. Di recente sul sito è stato possibile vedere scene terribili di soldati americani uccisi in Iraq.

C’è un altro problema tuttavia, perché molti dei filmati sono dei remix e dei «copia e incolla» di materiali altrui, coperti da copyright, che si tratti di spezzoni di soap opera, di telegiornali o film. E così, come a suo tempo nel caso di Napster per la musica, gli studi legali delle mayor hanno cominciato a preparare diffide e cause legali. Questa minaccia può rendere rischiosa l’acquisizione di YouTube da parte di chiunque e tuttavia Google, che di cause legali ne sta affrontando molte, potrebbe essere proprio l’azienda più attrezzata a farvi fronte. I suoi software, per esempio, potrebbero riuscire a identificare i filmati coperti dalla (C) del copyright e bloccarli, ma soprattutto Google potrebbe trattare direttamente con i titolari dei diritti, così come sta facendo a proposito dei libri digitalizzati, offrendo loro la possibilità di condividere gli introiti pubblicitari. Un accordo del genere YouTube ha appena siglato con Time Warner.

Che si unifichino oppure no l’accoppiata Google-YouTube, già ora rappresenta il prototipo di quella rivoluzione nei media descritta ieri dell’editoriale del manifesto: miscela di libertà dei produttori-consumatori di conoscenza e di nuovi giovanissimi imprenditori, che certo non sono gli eredi di papà riuniti a Capri.

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