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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 12 ottobre 2006

editoriale / Un sindaco sfibrato

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

di Agostino Giustiniani


Ma chi sono i consiglieri scientifici del sindaco di Milano Letizia Moratti? Nel motivare al consiglio comunale il suo assenso alla cessione a un fondo straniero della rete in fibra ottica finora controllata dall’Azienda Elettrica Milanese, ha infilato molte perle una dietro l’altra, la migliore delle quali va citata per intero:
«Gli investimenti in fibra ottica non sono più strategici nel settore delle telecomunicazioni: le grandi reti di connessione infatti si basano ormai su tecnologie eterogenee che sfruttano non solo la fibra ottica (dove c’è) ma anche il tradizionale doppino telefonico in rame e soprattutto le tecnologie di connessione ‘senza fili’ (wireless) che sono le grandi protagoniste di questo decennio». Aggiunge anche, il testo ufficiale, che: «Umts (la tecnologia cellulare di terza generazione; ndr), Wi-fi (senza fili, con altro standard e portata di poche decine di metri; ndr), Wimax (senza fili, a lunga portata, in fase di maturazione tecnologica, in Italia ancora bloccata dalle frequenze dell’Esercito; ndr) consentono connettività che raggiungono i 50Mb al secondo … Tali considerazioni non rendono quindi più convenienti nuovi investimenti sulla fibra ottica e incentivano dismissioni di tale tecnologia in tutto il mondo».

Il sindaco avrebbe potuto forse chiedere informazioni al riguardo a Rupert Murdoch il quale ha appena stretto un contratto con Fastweb (un tempo associata alla stessa Aem) perché la fibra è ideale, più del satellite, per tutte quelle cose lì. Potrebbe chiedere a Vincenzo Novari, che con la sua 3 detiene una licenza Umts, se con quella tecnologia sia possibile trasmettere firmati televisivi – ed egli le risponderebbe di no, tant’è vero che per i suoi videofonini usa un’altra tecnologia. O ancora potrebbe telefonare a qualche manager inglese o americano (ne avrà pur qualcuno) i quali le faranno notare come Verizon (usa) e le altre telefoniche stiano tutte cablando furiosamente in fibra, consapevoli che la normale aDSL non ce la farà mai a fornire quei servizi avanzati di cui ella parla. E come l’ex monopolista inglese Bt investa 15 miliardi di euro in 3 anni per rifarsi una rete tutta nuova, senza la quale non c’è business né servizi civici. Altro che dismissioni, sono investimenti per il futuro. E sono strategici appunto, come hanno capito le città americane che suppliscono all’iniziativa privata dotandosi di reti in proprio.

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Una, dieci, molte reti digitali

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

Il comune di Milano cede la sua rete in fibra ottica a un paradiso fiscale. La provincia invece si allarga. In Italia la banda larga si moltiplica in cento reti locali diverse, spesso aperte dalle amministrazioni pubbliche. Dalla loro messa in comune potrebbe nascere un’infrastruttura nazionale dei bit, al servizio dei cittadini e delle imprese

Fiorello Cortiana

 

Tra le tante polemiche, il caso Telecom ha posto nell’agenda politica una questione centrale: le condizioni di accesso, controllo e proprietà delle reti di banda larga. Si tratta di definire la governance di una risorsa strategica, di un bene comune, sul quale circolerà l’economia della conoscenza e la nuova partecipazione sociale. Non a caso l’accesso alla rete sarà uno dei quattro temi del Forum mondiale promosso dall’Onu ad Atene per il prossimo novembre. Per questo la repentina decisione del sindaco di Milano Letizia Brichetto Moratti di vendere la rete milanese Metroweb, che copre in fibra ottica al fondo finanziario inglese Stirling Square, con sede nel paradiso fiscale di Jersey, risulta incredibile, sbagliata e sospetta.

Il debito di Metroweb è in calo costante e anche l’eventuale parziale sottodimensionamento della capacità dei cavi non giustificano una svendita sottocosto di una rete che ha fatto di Milano una delle città più cablate al mondo. Ciò che preoccupa e sconforta è la motivazione addotta dal sindaco: «la banda larga non è strategica ci dobbiamo dedicare ai contenuti», volendo intendere che gli enti pubblici useranno la rete per offrire servizi ai cittadini, ma che la proprietà e la gestione dell’infrastruttura non sono importanti.

E invece disporre di banda larga e partecipare alla sua governance significa disporre della infrastruttura produttiva strategica oggi e non in un futuro indeterminato. Dedicarsi solo ai contenuti, come propone la Moratti, sarebbe come, nel mercato dei cellulari, dedicarsi alle suonerie invece che agli apparati, ai loro software e alle loro reti di trasmissione. A fronte delle contorsioni della Moratti, è invece significativo che il presidente della provincia Penati abbia comunicato che la Provincia di Milano sta promuovendo gli anelli e le dorsali per una rete telematica a banda larga accessibile in tutta l’area metropolitana, anche attraverso le modalità wi-fi per contribuire alla costruzione di un distretto dell’innovazione.

La Provincia di Milano dispone di una propria rete in fibra ottica, che già oggi copre il 75% della popolazione e può allargarsi a tutta l’area metropolitana nel 2008. Un’integrazione di sistema con la rete Metroweb e con le altre esistenti costituirebbe una straordinaria disponibilità, anche internazionale, per il mercato e la sua qualità competitiva. Il caso Telecom e quello Metroweb vanno sottratti alla polemica politica contingente e al suo esaurimento e devono divenire la questione della distribuzione, dell’accesso e del controllo della banda larga.

 

Le polemiche sulla presunta ingerenza statalista e le nazionalizzazioni sono fuori luogo. La politica pubblica deve garantire le condizioni di pari opportunità di accesso per gli operatori esistenti e potenziali del mercato. Perché allora non considerare seriamente la possibilità di creare una pubblic company nella quale, insieme ai privati, partecipino le multiutility pubbliche? Un sistema così configurato avrebbe un riscontro operativo immediato connettendosi con le reti esistenti nel Nord Ovest ( sia sull’asse Milano Brescia, sia in relazione a Torino e Genova ) e contemplando la possibile estensione della rete che la Provincia di Milano sta posando, costituirebbe un distretto digitale di carattere internazionale.

Sarebbe auspicabile che sul piano del controllo L’Authority italiana venisse potenziata al fine di avere i poteri e l’autorevolezza dell’Ofcom britannica affinché le imprese possano avere le stesse possibilità di accesso, indipendentemente dai soggetti proprietari delle reti o dei sistemi di reti.

Di più, laddove si pensasse effettivamente ad una prospettiva non solo finanziaria bensì di riconoscimento strategico della natura infrastrutturale della rete Telecom, nella stessa Telecom quale tanto gli operatori privati (ad esempio Fastweb, Wind, ecc.) quanto le amministrazioni locali potrebbero partecipare, portando come asset la rete di cui dispongono.

 

Le disponibilità e gli impegni del Governo relativamente ai due disegni di legge collegati alla finanziaria relativi al federalismo fiscale e al riordino delle funzioni amministrative ai vari livelli di governo, consentono di inserire la rete telematica a banda larga tra le funzioni della città metropolitana e degli enti di coordinamento di area vasta. . Questo discorso riguarda quindi esperienze di aggregazione di multiutility che come Hera in Emilia Romagna consentono di mantenere un controllo pubblico da parte delle amministrazioni locali.

Credo che non sia esagerato e tanto meno velleitario pensare che proprio nell’integrazione delle reti, nel metterle a sistema, si possa trovare la realizzazione concreta delle potenzialità federali del decentramento previste nel Titolo Quinto della Costituzione. Su questo il Parlamento e il Governo devono aprire un confronto aperto e partecipato affinché questo paese sia capace di futuro, non è un desiderio ma una necessità.

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finanza creativa / Le buone azioni Apple

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

Per la prima volta nella sua carriera, Steve Jobs, il fondatore della Apple, ha chiesto scusa. Ha pubblicamente ammesso di essere stato a conoscenza del trucco delle stock options messo in atto 15 volte dalla sua azienda tra il 1997 e il 2002. «Mi scuso con gli azionisti e i dipendenti della Apple per questi problemi che sono avvenuti sotto il mio sguardo (…) lavoriamo per assicurare non succederà più». La mossa è coraggiosa, perché di solito i capi azienda giurano sempre che è colpa di qualche funzionario infedele e che loro non ne sapevano niente. Il trucco consisteva in questo: a dirigenti e azionisti viene data la possibilità di acquistare azioni della società, al valore che esse hanno a una certa data. Se le azioni in seguito salgono, essi potranno rivenderle con un buon guadagno. Alla Apple, e in un altro centinaio di aziende americane ora sotto inchiesta, a un certo punto cominciarono a spostare le date di emissione delle azioni in giorni opportuni, di modo che i titolari potessero guadagnare di più. Questa pratica è illecita (e infatti veniva fatta di nascosto) e sottrae soldi agli altri azionisti. Da qui le cause legali e le proteste, a seguito delle quali il direttore finanziario si è dimesso. Si vedrà ora se ci sarà un qualche risarcimento agli azionisti, ma in ogni caso il danno di reputazione è vistoso, appena mitigato dalla dichiarazione autocritica di Jobs. Apple nei mesi scorsi era stata criticata anche per gli insufficienti controlli sulle condizioni di lavoro nelle aziende che in Asia fabbricano il suo leggendario iPod. E’ un danno paragonabile a quello che sta subendo l’altra grande leggenda californiana, la Hewlett-Packard, ora Hp, per via degli investigatori spioni assoldati dalla presidente per controllare chi tra i consiglieri passava notizie ai giornalisti. Hp era famosa per il suo stile della casa, fatto di sapere tecnologico e di relazioni umane avanzate.

S. T.

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copyright / 1 Diritto d’autore in finanziaria

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

La modifica al diritto d’autore contenuta Finanziaria ha suscitato un putiferio nella rete internet italiana i cui abitanti non abbassano mai la guardia sulla libertà di espressione e di informazione. Anche se in questo caso la virulenza delle reazioni è stata uguagliata solo dalla difficoltà di fare chiarezza. Alla Finanziaria è collegato un decreto legge (262 del 3 ottobre) che varia sottilmente la legge del 1941 sul diritto d’autore. Più che di una modifica si tratta di un’aggiuntina: “I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori” recita il testo, aggiungendo che tale compenso verrà stabilito da accordi tra gli interessati.
L’ambiguità minacciosa del legalese dispiega tutta la sua potenza: si parla di riproduzione di articoli, anche «parziale», effettuata con «qualsiasi mezzo». Si tratta dunque di un’odiosa gabella sul pane quotidiano della blogosfera, ovvero sulla possibilità di riprodurre (in parte) e di citare articoli giornalistici per poi commentarli, o anche solo a titolo informativo? E’ la fine dell’intensa conversazione online, costituita da rimandi, citazioni, e anche da un po’ di spregiudicato copia-e-incolla? I blogger si agitano, mentre fioriscono le interpretazioni giuridiche. Riccardo Franco Levi, ispiratore della modifica nonché sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, getta un po’ di luce sulla materia precisando che si tratterebbe di «una base giuridica per la riscossione dei diritti d’autore sulle rassegne stampa». Insomma, un modo per regolare meglio l’attività di chi fotocopia articoli per usi commerciali (come i service che realizzano appunto delle rassegne) o la pratica di alcune testate di ripubblicare articoli altrui. Una questione tra editori, dunque, o poco più. Ma tant’è qualche dubbio rimane.

Carola Frediani

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copyright / 2 Allarme tra i blogger

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

L’elettricità che ha attraversato in questi giorni la blogosfera prende origine da un semplice comma, quello sul diritto d’autore (vedi qui a financo) che intende assicurare agli editori di essere compensati da chi realizza rassegne stampa per fini di lucro (almeno secondo una interpretazione della legge). Ma il dubbio che dilaga nella rete è che questa variazione vada a colpire blogger e siti web, ovvero la loro libertà di utilizzare in vario modo articoli giornalistici per alimentare l’informazione e il dibattito online. A «pensar male» provvede subito Massimo Mantellini (www.mantellini.it), chiedendosi se fosse proprio necessario, tra i discorsi sul bilancio, l’Irpef e il Tfr, andare a toccare il copyright, materia che negli ultimi anni – quelli della rivoluzione digitale – si è fatta rovente. Il nuovo articolo sta nella Finanziaria, commenta Mantellini, «come la foto di una donna nuda ad un seminario sulla ermeneutica kantiana», cioè zero. Ma a prendere l’iniziativa ci pensano quelli di Peacelink (http://peacelink.it), portale pacifista, da sempre attento alla telematica: al grido di «No alla tassa sulle rassegne stampa», lanciano una campagna online per revocare la modifica dell’articolo. Altrimenti anche il gruppo missionario che raccolga sul web articoli sulla guerra dovrà pagare gli editori per Altri tuttavia ridimensionano la questione: le attività no-profit (e gli stessi blogger) ne sarebbero esenti. Ma i dubbi restano: «Citazione e riassunto, se fatti per discussione, critica e insegnamento,

sono leciti (art. 70) a condizione che non si tratti di riproduzione integrali – commenta l’avvocato e blogger Daniele Minotti – La riproduzione (parziale o totale) per scopi diversi comporta il pagamento del compenso. La mia e’ un’interpretazione rigida, ma la legge sembra dire così. Ecco perché il chiarimento da parte del legislatore è d’obbligo. E anche se ci dicesse che il compenso si applica soltanto alle rassegne stampa, potremmo escludere che la riproduzione integrale fatta da un blogger in diverse occasioni non sia rassegna stampa?». Già, potremmo? Legislatore, batti un colpo.

C. F.

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Quando serve il castigo

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

Gli altruisti saranno sempre sconfitti dai predatori egoisti, più cinici e spregiudicati. Ma recenti modelli al computer e le ricerche antropologiche propongono un rimedio: reagire, anche con un castigo sociale, ai comportamenti ingiusti, ristabilendo un equilibrio all’interno della comunità e incoraggiando l’agire solidale e cooperativo

di Franco Carlini

Cooperazione e condivisione (sharing) di questi tempi sono le parola d’ordine del web, grazie al movimento Open Source, a tal punto robusto da presentarsi come seria alternativa, anche commerciale, ai software proprietari. E’ anche per questa tendenza praticata socialmente che gli studiosi del comportamento umano e della sua evoluzione, hanno accelerato le loro ricerche, nel tentativo di spiegare il «mistero dell’altruismo». Tra gli psicologi e i sociologi il termine «altruismo» non ha alcun particolare valore morale, ma viene usato per indicare quei comportamenti degli umani, ma anche degli animali, in cui qualcuno compie delle azioni a favore di altri, azioni che a lui costano un prezzo (di denaro, di tempo, di fatica e, nei casi estremi, di sacrificio della vita). L’altruismo è relativamente facile da spiegare verso i parenti: più stretti sono i rapporti di consanguineità, più ci si dona senza calcolo alcuno. In altri casi, all’interno di un gruppo o di una organizzazione, prenderà la forma di «reciprocità», venata da un sottinteso utilitarismo: si dona agli altri scommettendo, magari inconsciamente, che quel dono o favore ci verrà restituito. La difficoltà vera, in una cultura come la nostra, dominata dalla supposta razionalità utilitaristica, viene da quei comportamenti in cui si agisce altruisticamente verso degli sconosciuti, che magari non si incontreranno più.

E allora perché lo facciamo? Una delle spiegazioni avanzate dice così: la specie umana, e anche diverse specie animali, trae vantaggio dal vivere in comunità, dove fatiche e benefici possano essere suddivisi; perciò i gruppi sociali in grado di agire in maniera cooperante e solidale al proprio interno hanno un vantaggio sugli altri gruppi che non ne sono capaci. Dunque nella competizione per le risorse tra diversi gruppi, i più coesi vinceranno. Come si vede questa teoria non fa ricorso a nessuna ipotesi sulla bontà d’animo degli umani e non si addentra nella discussione filosofica sulla natura dell’uomo, se si sia di per sé buono o invece selvaggiamente proteso a sopravanzare gli altri, costi quel che costi. Laicamente, e senza addentrarsi in giudizi di valore, registra, anche storicamente, la forza dei popoli coesi, per esempio capaci di andare in guerra, anche se la guerra costerà la vita di molti appartenenti al gruppo. Cooperazione e altruismo interno diventano armi competitive per difendere un territorio o un mercato. Anche i tentativi delle aziende di ottenere spirito di squadra e creatività dai dipendenti rientrano in questa descrizione.

Ma come si forma la solidarietà interna alle popolazioni e la propensione a collaborare (almeno un po’) altruisticamente? Sia i modelli matematici che gli esperimenti sul campo ci dicono che gli altruisti all’interno di un gruppo, anche quando siano abbastanza numerosi, possono venire sconfitti e mutarsi in menefreghisti a causa dalla presenza di un numero pur piccolo di «predatori» che approfittano della bontà altrui, raccogliendone in frutti sotto forma di aiuti diretti o di beni comuni di cui disporre senza cooperare al sistema sociale. Per restare nell’attualità politica di questi giorni, è ben evidente che chi paga tutte le tasse, per senso civico o per obbligo, sarà fortemente spinto invece a evaderle se altri non lo fanno e tuttavia godono come lui dei beni che lo stato mette a disposizione grazie alle entrate fiscali. Si genera un ciclo di retroazione negativo: i comportamenti predatori spingono anche i virtuosi a lasciar perdere e l’esito può essere la disgregazione sociale.

Gli studiosi della politica ci spiegano da tempo che la disgregazione sociale individualistica prodotta da pochi predatori può essere evitata se esiste un sistema di sanzioni. E fin qua niente di nuovo, dato che tutti gli stati, a seconda dei loro valori, puniscono con multe o carcere i comportamenti antisociali. Tuttavia spesso ciò non basta perché non è sempre facile far rispettare le leggi (c’è un costo in apparati polizieschi e giudiziari) e perché certi comportamenti egoistici non sono catalogati come reati e tuttavia, nel loro piccolo, ma moltiplicato per milioni di volte, nuocciono al gruppo sociale: dalle cartacce buttate per terra, al posteggio in seconda fila, allo scavalcare la coda facendo i furbi. In questi casi diventa importante che i singoli, in presenza di tali egoismi, reagiscano. Nei nostri paesi civilizzati non si tratta di farsi giustizia da soli, ma di esprimere pubblica riprovazione, la quale comporta una sanzione sociale, un discredito. In molti villaggi o piccole comunità, la riprovazione sociale, arrivando fino alla emarginazione di chi non si adegua ai valori comuni, può essere più efficace di un sistema formale di norme e punizioni codificate.

Ovviamente è facile reagire agli atteggiamenti predatori quando se ne è vittime, per esempio quando uno ci passa davanti in coda, procurandoci un danno diretto. Ma più interessante è il comportamento di quelli che gli studiosi chiamano «punitori altruistici». Sono quelle persone che, pur non essendo coinvolte, intervengono attribuendo una punizione ai predatori e magari lo fanno pagando esse stesso un prezzo. Un esempio banale: di fronte a una macchina posteggiata in doppia fila che blocca il traffico un punitore altruista potrebbe aspettare l’arrivo del conducente e fargli una ramanzina davanti a tutti; così facendo dovrà usare del proprio tempo e caricarsi del rischio di essere mandato a quel paese con male parole.

Esistono diversi modelli matematici che descrivono il comportamento di popolazioni costituite da un mix di agenti egoisti e altruisti e che studiano la loro evoluzione nel tempo; per esempio è stato verificato che la presenza nella popolazione di un certo numero di punitori altruisti frena la disgregazione e impedisce che l’egoismo diventi il comportamento dominante. Infatti gli altruisti, vedendo che qualcuno interviene disinteressatamente per punire gli atteggiamenti predatori, si sentono incoraggiati e non passano nella schiera dei delusi. I predatori, stupiti di incontrare una reazione sociale al loro agire, adatteranno le proprie scelte future quantomeno limitando il proprio egoismo. Tutto questo viene simulato con matrici di vincita (punteggi) e facendo girare i programmi al computer molte volte finché la situazione non si stabilizza. Ma come vanno le cose con gli umani in carne e ossa? Quei modelli matematici hanno qualche rapporto con i comportamenti reali nelle nostre civiltà d’oggi?

Un gruppo di ricercatori, guidato da Joseph Henrich, del dipartimento di antropologia della Emory University di Atlanta, ha voluto verificarlo non già, come si fa di solito, usando gli studenti universitari, popolazione troppo culturalmente omogenea, ma andando a fare tre esperimenti di teoria dei giochi in mezzo a 15 popolazioni diverse, dagli Isanga della Tanzania agli Tsimane della Bolivia, dagli abitanti delle isole Yasawa nelle Fiji ai Gusii del Kenya. Una vera ricerca antropologica multiculturale. Il test centrale di questa ricerca viene sinteticamente spiegato in questa stessa pagina.

I risultati, pubblicati nel mese di giugno sulla rivista Science (vol. 312, pag. 1767- 1770) ci dicono tre cose: (1) Intanto che il comportamento punitivo ma disinteressato esiste in ogni cultura, indipendentemente dalla struttura sociale ed economica delle popolazioni; un po’ come se un certo senso della giustizia e dell’ingiustizia fosse patrimonio comune di tutti gli abitanti il pianeta. (2) Tuttavia l’intensità di questi comportamenti, ovvero la percentuale di individui che agisce da castigatori altruisti, varia da situazione a situazione; in certi casi, addirittura si è notato una certa tendenza a punire anche i comportamenti troppo generosi, e non solo quelli troppo egoistici, quasi che un eccesso di generosità fosse disdicevole perché segno di una esibizione di potere. (3) Infine, questa tendenza a punire per tutelare un senso di giustizia pubblico, va di pari passo, ovvero è matematicamente correlato, con i risultati del terzo test che misurava l’altruismo, in altre parole sono proprio quelli più pronti a donare che più facilmente sono anche pronti a sanzionare l’egoismo degli altri. Insomma comunità che si autoregolano, sia nel promuovere comportamenti cooperativi, sia nel criticare e disincentivare quelli predatori.

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scheda / Il costo delle punizioni

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

Gli psicologi chiamano questo esperimento 3PPG, che vuol dire Gioco di Punizione della terza Parte (Third Party Punishment Game) e funziona così: al soggetto A, donatore, viene data una certa somma né troppo piccola né troppo grande, per esempio pari al valore di una giornata lavorativa. Egli deve allora darne una certa percentuale a un altro soggetto B, anonimo e sconosciuto. A è libero di non dare nulla a B oppure, all’estremo opposto, di donargli tutta la somma. Fin qua è un gioco simile al famoso Ultimatum Game, ma qui interviene un terzo soggetto, C, il quale assiste alla transazione e quando questa viene dichiarata (per esempio «regalo il 5 per cento del mio denaro») può intervenire a punire un comportamento troppo egoista, ma per farlo pagherà a sua volta un prezzo in denaro. Se C decreta la punizione, il giocatore A perderà un terzo della sua somma, ma C, nella parte del punitore altruista, a sua volta, perderà qualcosa, per esempio il 10 per cento del suo monte monetario. Se la decisione di punire non gli costasse nulla essa potrebbe essere soggetta al capriccio di C o al suo eccessivo moralismo.

Un comportamento astrattamente utilitaristico di C dovrebbe far sì che egli se ne stia inerte senza intervenire, anche in caso che A faccia delle offerte scandalosamente egoiste. Infatti a lui, C, non gli ne viene in tasca niente e anzi, se interviene per dare una lezione di altruismo ad A, a sua volta perderà qualcosa. L’esperimento viene condotto tra persone che non si conoscono, di modo che non ci sia alcuna influenza di simpatia-antipatia. In laboratorio addirittura viene fatto senza che nemmeno i soggetti in gioco si possano vedere. Si tratta, senza dubbio, di una situazione «irreale» perché non vanno così le cose nel mondo normale di relazioni tra le persone, ma un tale protocollo sperimentale ha il pregio di eliminare molte delle variabili in gioco, come la conoscenza tra le persone) e di far emergere in maniera numericamente misurabile un solo comportamento. Viene detto «gioco» anche se tale non è, ma il riferimento è alla Teoria dei Giochi che analizza matematicamente situazioni di conflitto e ne cerca soluzioni di equilibrio e strategie vincenti.

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polemiche / Dalla pancia degli economisti

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

di F. C.

Nemmeno i più accademici tra gli economisti riescono a celare la non neutralità della loro disciplina. Ogni tanto, ma specialmente quando si trasformano in commentatori per il grande pubblico, sfugge loro dal sen qualche frase, un’interlocuzione, una battuta, che rivelano che cosa hanno in pancia, piuttosto che nel cervello. Il che è bene, perché ci aiuta a non prendere per oro colato le loro affermazioni e nemmeno le tabelle e i grafici con cui le sostengono. Quelle parole fuggitive invitano all’esercizio del pensiero critico.

Una delle cose che gli economisti liberisti meno sopportano, è la forza lavoro e le sue strutture di rappresentanza. Si rilegga per esempio quanto scritto dal solito irruente Roberto Perotti della Bocconi su Il Sole-24Ore del giorno 4 ottobre, senza dimenticare che quell’editoriale è solo uno dei molti che il quotidiano della Confindustria ha sparato a raffica, un giorno dopo l’altro, contro la finanziaria di Padoa-Schioppa.

1) Scrive dunque Perotti che «il Governo si è pedissequamente adeguato a una linea sindacale obsoleta» che di fatto finisce per proteggere la platea degli iscritti e dei simpatizzanti anziché i poveri». Come i simpatizzanti possano essere economicamente beneficiati francamente sfugge, ma probabilmente questo aggettivo serve soltanto, nelle intenzioni dell’autore, ad alludere a una per lui criticabile congrega politica. Si noti anche l’uso del pedissequo, che è tesi indimostrata anzi falsa, tant’è vero che semmai nel sindacato c’è chi si lamenta per la successiva sudditanza al governo amico. Chi è pedissequo a chi?

2) Non manca, il ricercatore della Bocconi, di lamentarsi per la riduzione degli scatti di anzianità «a molti dipendenti pubblici, tra cui magistrati, polizia e professori universitari che (..) comporta una riduzione fino al 30 per cento del reddito totale durante la vita lavorativa». E qui si entra in una bella contraddizione: da un lato si vogliono tagli alla spesa pubblica energici, repentini e definitivi, ma dall’altro, quando vengono fatti, almeno per le categorie più alte e meno produttive (come i molti studi dello stesso Perotti sul sistema universitario italiano hanno ben documentato), vengono giudicati«rozzi» dal Perotti stesso, alfiere di categoria.

3) «Rozzo» peraltro viene classificato anche l’intervento sulla sanità, per la «fortissima riduzione del costo dei farmaci e una del 50% sui prezzi praticati dai laboratori di analisi». Secondo l’autore non è così che funziona il mercato. Sembra sfuggire all’economista che quello dei farmaci è un mercato assai particolare, dato che i clienti, sono i medici e il sistema sanitario nazionale, prima che i malati. A differenza di altre merci o servizi, i clienti non sono quasi mai in grado di scegliere e il sistema dei brevetti, solo parzialmente mitigato dai farmaci generici, rende ancora più ridotte le opzioni. E in ogni paese al mondo un qualche ruolo, inevitabile, lo stato deve assumerlo, e lo assume, decidendo cosa ammettere al mercato e come. E’ proprio uno di quei casi in cui la parola «mercato» è quasi del tutto inappropriata.

4) La cosa più singolare, in questi interventi, così come nel libro di Alesina e Gavazzi, di cui si è scritto la settimana , è la loro propensione ad abbracciare una visione neoclassica dell’economia nei confronti di ogni gruppo sociale e di ogni legittimo interesse costituito, per tutti salvo che per la forza lavoro. Se il proprietario di una miniera si attiva per proteggere il suo investimento e per ottenere dal governo norme favorevoli, essi giudicheranno tutto ciò normale (come effettivamente è) e giusto; lo stesso se più interessi d’impresa si coalizzano in una Confindustria per agire politicamente a favore degli associati. Se la società e l’economia sono mossi dall’utile, tutto ciò è ragionevole e certamente nessuno di loro scriverà mai che le proposte della Confindustria sono obsolete (ma spesso lo sono). E di solito alle rivendicazioni di parte di Montezemolo essi, economisti di parte, regaleranno, del tutto immeritatamente, la medaglia di riforme. Tuttavia la stessa difesa degli interessi, quando praticata dall’altro fattore della produzione, il lavoro, diventa, per irrefrenabile riflesso di pancia, corporativismo, egoismo verso i poveri, verso i senza lavoro, verso i precari. Ma non eravamo tutti utilitaristi individuali, legittimati dalla (loro) teoria economica a comportarci come tali?

5) Il meglio di sé comunque Perotti lo dà quando polemizza con il ministro Visco: la redistribuzione sociale invocata dal ministro viene bocciata perché inutile, dato che «l’esplosione del terzo settore è il segno di una crescente cultura solidaristica, grazie a centinaia di migliaia di volontari e di fondazioni». Ed eccoci così in pieno medioevo, quando ancora non c’era l’idea di giustizia e di stato moderno, ma solo quella di carità, anzi di beneficenza. Ma è questo che insegnano alla Bocconi? Alla Cattolica almeno sono più avanzati.

(2. fine)

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