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Quando serve il castigo

Posted by franco carlini su 12 ottobre, 2006

Gli altruisti saranno sempre sconfitti dai predatori egoisti, più cinici e spregiudicati. Ma recenti modelli al computer e le ricerche antropologiche propongono un rimedio: reagire, anche con un castigo sociale, ai comportamenti ingiusti, ristabilendo un equilibrio all’interno della comunità e incoraggiando l’agire solidale e cooperativo

di Franco Carlini

Cooperazione e condivisione (sharing) di questi tempi sono le parola d’ordine del web, grazie al movimento Open Source, a tal punto robusto da presentarsi come seria alternativa, anche commerciale, ai software proprietari. E’ anche per questa tendenza praticata socialmente che gli studiosi del comportamento umano e della sua evoluzione, hanno accelerato le loro ricerche, nel tentativo di spiegare il «mistero dell’altruismo». Tra gli psicologi e i sociologi il termine «altruismo» non ha alcun particolare valore morale, ma viene usato per indicare quei comportamenti degli umani, ma anche degli animali, in cui qualcuno compie delle azioni a favore di altri, azioni che a lui costano un prezzo (di denaro, di tempo, di fatica e, nei casi estremi, di sacrificio della vita). L’altruismo è relativamente facile da spiegare verso i parenti: più stretti sono i rapporti di consanguineità, più ci si dona senza calcolo alcuno. In altri casi, all’interno di un gruppo o di una organizzazione, prenderà la forma di «reciprocità», venata da un sottinteso utilitarismo: si dona agli altri scommettendo, magari inconsciamente, che quel dono o favore ci verrà restituito. La difficoltà vera, in una cultura come la nostra, dominata dalla supposta razionalità utilitaristica, viene da quei comportamenti in cui si agisce altruisticamente verso degli sconosciuti, che magari non si incontreranno più.

E allora perché lo facciamo? Una delle spiegazioni avanzate dice così: la specie umana, e anche diverse specie animali, trae vantaggio dal vivere in comunità, dove fatiche e benefici possano essere suddivisi; perciò i gruppi sociali in grado di agire in maniera cooperante e solidale al proprio interno hanno un vantaggio sugli altri gruppi che non ne sono capaci. Dunque nella competizione per le risorse tra diversi gruppi, i più coesi vinceranno. Come si vede questa teoria non fa ricorso a nessuna ipotesi sulla bontà d’animo degli umani e non si addentra nella discussione filosofica sulla natura dell’uomo, se si sia di per sé buono o invece selvaggiamente proteso a sopravanzare gli altri, costi quel che costi. Laicamente, e senza addentrarsi in giudizi di valore, registra, anche storicamente, la forza dei popoli coesi, per esempio capaci di andare in guerra, anche se la guerra costerà la vita di molti appartenenti al gruppo. Cooperazione e altruismo interno diventano armi competitive per difendere un territorio o un mercato. Anche i tentativi delle aziende di ottenere spirito di squadra e creatività dai dipendenti rientrano in questa descrizione.

Ma come si forma la solidarietà interna alle popolazioni e la propensione a collaborare (almeno un po’) altruisticamente? Sia i modelli matematici che gli esperimenti sul campo ci dicono che gli altruisti all’interno di un gruppo, anche quando siano abbastanza numerosi, possono venire sconfitti e mutarsi in menefreghisti a causa dalla presenza di un numero pur piccolo di «predatori» che approfittano della bontà altrui, raccogliendone in frutti sotto forma di aiuti diretti o di beni comuni di cui disporre senza cooperare al sistema sociale. Per restare nell’attualità politica di questi giorni, è ben evidente che chi paga tutte le tasse, per senso civico o per obbligo, sarà fortemente spinto invece a evaderle se altri non lo fanno e tuttavia godono come lui dei beni che lo stato mette a disposizione grazie alle entrate fiscali. Si genera un ciclo di retroazione negativo: i comportamenti predatori spingono anche i virtuosi a lasciar perdere e l’esito può essere la disgregazione sociale.

Gli studiosi della politica ci spiegano da tempo che la disgregazione sociale individualistica prodotta da pochi predatori può essere evitata se esiste un sistema di sanzioni. E fin qua niente di nuovo, dato che tutti gli stati, a seconda dei loro valori, puniscono con multe o carcere i comportamenti antisociali. Tuttavia spesso ciò non basta perché non è sempre facile far rispettare le leggi (c’è un costo in apparati polizieschi e giudiziari) e perché certi comportamenti egoistici non sono catalogati come reati e tuttavia, nel loro piccolo, ma moltiplicato per milioni di volte, nuocciono al gruppo sociale: dalle cartacce buttate per terra, al posteggio in seconda fila, allo scavalcare la coda facendo i furbi. In questi casi diventa importante che i singoli, in presenza di tali egoismi, reagiscano. Nei nostri paesi civilizzati non si tratta di farsi giustizia da soli, ma di esprimere pubblica riprovazione, la quale comporta una sanzione sociale, un discredito. In molti villaggi o piccole comunità, la riprovazione sociale, arrivando fino alla emarginazione di chi non si adegua ai valori comuni, può essere più efficace di un sistema formale di norme e punizioni codificate.

Ovviamente è facile reagire agli atteggiamenti predatori quando se ne è vittime, per esempio quando uno ci passa davanti in coda, procurandoci un danno diretto. Ma più interessante è il comportamento di quelli che gli studiosi chiamano «punitori altruistici». Sono quelle persone che, pur non essendo coinvolte, intervengono attribuendo una punizione ai predatori e magari lo fanno pagando esse stesso un prezzo. Un esempio banale: di fronte a una macchina posteggiata in doppia fila che blocca il traffico un punitore altruista potrebbe aspettare l’arrivo del conducente e fargli una ramanzina davanti a tutti; così facendo dovrà usare del proprio tempo e caricarsi del rischio di essere mandato a quel paese con male parole.

Esistono diversi modelli matematici che descrivono il comportamento di popolazioni costituite da un mix di agenti egoisti e altruisti e che studiano la loro evoluzione nel tempo; per esempio è stato verificato che la presenza nella popolazione di un certo numero di punitori altruisti frena la disgregazione e impedisce che l’egoismo diventi il comportamento dominante. Infatti gli altruisti, vedendo che qualcuno interviene disinteressatamente per punire gli atteggiamenti predatori, si sentono incoraggiati e non passano nella schiera dei delusi. I predatori, stupiti di incontrare una reazione sociale al loro agire, adatteranno le proprie scelte future quantomeno limitando il proprio egoismo. Tutto questo viene simulato con matrici di vincita (punteggi) e facendo girare i programmi al computer molte volte finché la situazione non si stabilizza. Ma come vanno le cose con gli umani in carne e ossa? Quei modelli matematici hanno qualche rapporto con i comportamenti reali nelle nostre civiltà d’oggi?

Un gruppo di ricercatori, guidato da Joseph Henrich, del dipartimento di antropologia della Emory University di Atlanta, ha voluto verificarlo non già, come si fa di solito, usando gli studenti universitari, popolazione troppo culturalmente omogenea, ma andando a fare tre esperimenti di teoria dei giochi in mezzo a 15 popolazioni diverse, dagli Isanga della Tanzania agli Tsimane della Bolivia, dagli abitanti delle isole Yasawa nelle Fiji ai Gusii del Kenya. Una vera ricerca antropologica multiculturale. Il test centrale di questa ricerca viene sinteticamente spiegato in questa stessa pagina.

I risultati, pubblicati nel mese di giugno sulla rivista Science (vol. 312, pag. 1767- 1770) ci dicono tre cose: (1) Intanto che il comportamento punitivo ma disinteressato esiste in ogni cultura, indipendentemente dalla struttura sociale ed economica delle popolazioni; un po’ come se un certo senso della giustizia e dell’ingiustizia fosse patrimonio comune di tutti gli abitanti il pianeta. (2) Tuttavia l’intensità di questi comportamenti, ovvero la percentuale di individui che agisce da castigatori altruisti, varia da situazione a situazione; in certi casi, addirittura si è notato una certa tendenza a punire anche i comportamenti troppo generosi, e non solo quelli troppo egoistici, quasi che un eccesso di generosità fosse disdicevole perché segno di una esibizione di potere. (3) Infine, questa tendenza a punire per tutelare un senso di giustizia pubblico, va di pari passo, ovvero è matematicamente correlato, con i risultati del terzo test che misurava l’altruismo, in altre parole sono proprio quelli più pronti a donare che più facilmente sono anche pronti a sanzionare l’egoismo degli altri. Insomma comunità che si autoregolano, sia nel promuovere comportamenti cooperativi, sia nel criticare e disincentivare quelli predatori.

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Una Risposta to “Quando serve il castigo”

  1. Nicoletta said

    Ciao ho pubblicato questo interessante articolo sul mio forum (te l’ho linkato). Casomai se tu non lo desiderassi, scrivimi che lo cancello
    ciao
    Nicoletta

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