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Mediaset piange perché non sa stare sul mercato

Posted by franco carlini su 14 ottobre, 2006

di Franco Carlini, il manifesto

Nell’anno domini 1984 avvenne in America un atto di «banditismo», per chi voglia usare il linguaggio di Silvio Berlusconi. A seguito di una causa antitrust aperta 10 anni prima, il monopolista telefonico At&t venne rotto, creandosi d’imperio «statalista» sette società telefoniche regionali (Rboc, Regional Bell Operating Companies) e lasciando alla vecchia At&t il traffico a lunga distanza, con l’aggravante per lei, di dover competere infine con altre aziende come Mci.

Nell’anno del signore 2006 due oligopolisti della televisione e della relativa pubblicità, Rai e Mediaset, dopo 12 anni di sentenze della Corte Costituzionale e di richiami dell’Unione Europea, saranno forse obbligate a liberare un po’ di frequenze e a trasferire uno dei loro canali (a scelta) su un’altra piattaforma (a loro scelta). Potranno decidere per il digitale terrestre, come è probabile, visto che al 2012 tutta la tv italiana sarà tale, ma anche il satellite, che però pare oggi in relativa stagnazione, oppure, se avventurosi, la televisione via Internet, la cosiddetta IpTv.

Il governo non privilegia una tecnologia, ma si limita ad allargare lo spazio per altri concorrenti, con lo scopo (1) di aumentare il pluralismo delle voci televisive e (2) di incentivare anche in questo modo la modernizzazione del nostro sistema tv, tra i più fermi in Europa. Non lo fa con un esproprio, ma con regole valide per tutti, allo stesso modo che il ministro Di Pietro propone una nuova convenzione per le autostrade. In entrambi i casi a un bene pubblico e scarso (l’etere e l’asfalto in forma di autostrada) viene proposto un nuovo contesto.

La differenza tra la rottura dell’At&t e quello che potrebbe succedere in Italia sta nel fatto che il primo, dopo molte resistenze, avvenne in accordo col monopolista, che decise di accettare la sfida della competizione aperta, mentre da noi il solo annuncio di un progetto che il parlamento poi discuterà ha suscitato reazioni verbalmente esagerate. Esse confermano peraltro che in molta industria italiana, e in Mediaset in particolare, non esiste la cultura del mercato. Si ricorderà che la conquista della Mondadori da parte di Berlusconi non avvenne grazie a superiori capacità di industriali, ma in virtù di una sentenza che il tribunale ha riconosciuto taroccata; così come la riaccensione delle reti Mediaset, dopo che alcuni pretori le avevano dichiarate fuori legge, avvenne grazie a uno scambio politico con Bettino Craxi, un fatto ormai pacificamente riconosciuto con pubblica esternata gratitudine dai vertici di Mediaset.

Ma come mai sono così enfatici gli strilli di Berlusconi-Confalonieri? Non è credibile la motivazione solo politica («una vendetta contro di noi»). Più sensato pensare che sia una vera questione di fatturato e di utili, dato che Mediaset, malgrado i suoi successi più recenti (3,678 miliardi di euro nel 2005, con una crescita del 7,5 % rispetto all’anno precedente) comincia a mostrare segni di stanchezza, perché stanco e in rallentamento è il mercato pubblicitario italiano. E il tetto del 45 per cento del mercato pubblicitario che il ministro Gentiloni propone per ogni emittente dominante significa per Mediaset una ulteriore riduzione dei profitti. Con il modello matematico della legge Gasparri, che calcolava in altro modo i tetti pubblicitari, Fedele Confalonieri aveva pronosticato una crescita di 1-2 miliardi di euro, che ora non ci saranno più. Attenzione: non si parla qui di andare in deficit,né di licenziamenti, ma di una crescita minore, o di una stasi rispetto allo sperato.

Le regole dal capitalismo ci dicono che là dove ci sono affari interessanti, presto giunge la concorrenza e che non va fermata. Chi è arrivato per primo godrà il vantaggio di avere già conquistato una fetta importante, ma ogni imprenditore serio sa che nessuna fetta è per sempre, e meno che mai sempre in crescita, specie nei settori maturi: i profitti dell’oggi vanno usati per esplorare i nuovi settori in crescita. Così i più saggi tra i calzaturieri, sapendo che i cinesi arrivavano, si sono attrezzati per tempo, mentre i più imprevidenti si sono rifugiati sotto le ali della neoprotezionista Emma Bonino.

Mediaset, forse fidando nel peso politico del suo fondatore, non si è attrezzata per il nuovo, né ha saputo utilizzare in maniera «visionaria» i miliardi di liquidità che si trova in cassa. Per quanto entrambi sinceramente reazionari, Murdoch e Berlusconi hanno seguito strade diverse. L’uno non si è messo in politica (ma l’ha influenzata pesantemente) e comunque ha deciso di avventurarsi con coraggio in settori a lui fino a ieri ignoti come la free press, la rete Internet e i relativi mercati pubblicitario. L’altro invece si è rintanato nel flusso di cassa costante degli spot e dei format stantii e se oggi ne paga il prezzo non è colpa di Gentiloni.

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Una Risposta to “Mediaset piange perché non sa stare sul mercato”

  1. PieroBo said

    Ritieni che questa legge passera’? A meno di interventi dell’UE a me sembra improbabile. Sia per la guerra feroce che verra’ scatenata in Parlamento, sia per lo scoglio del referendum gia’ preannunciato.
    Mi sa che non ci sono i numeri…

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