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[google] Il futuro prossimo messo all’indice

Posted by franco carlini su 17 ottobre, 2006

Benedetto Vecchi, il manifesto


Relegati ai margini, i media ritornano come protagonisti nel web in quanto dispensatori di modelli per rappresentare l’informazione
I motori di ricerca e Internet. Un binomio ormai indissolubile. «Google e gli altri», l’ambizioso libro di John Battelle ne ripercorre la storia per Raffaello Cortina Internet è diventata un luogo dove passato, presente e futuro sono a portata di mouse. E le imprese vogliono trasformare l’intelligenza collettiva lì accumulata in un grande affare, mettendo così a dura prova la privacy. Un’intervista allo studioso statunitense


Due giovani appassionati di matematica si incontrano in un campus e fanno scintille. Per mesi, si punzecchiano, si lanciano sfide per vedere chi è il più bravo. Gli amici di allora sostengono che aspettavano con timore il giorno in cui i due sarebbero arrivati alle mani, vista la competizione feroce tra loro. Invece, Larry Page e Sergey Brin, dottorandi alla Stanford University, decidono di fondare una società che prende il nome di Google. Da allora, tanto il nome di Google che quello dei suoi fondatori sono diventati così noti che un libro a loro dedicato deve necessariamente sfuggire al triste compito di un’esaltazione acritica delle loro gesta. Allo stesso tempo, però, ogni analisi critica di Google deve fare i conti proprio con la sua notorietà, che rende socialmente sospetti chiunque esprima, appunto critiche, o solo dubbi.
Di queste difficoltà era consapevole John Battelle quando ha deciso, quattro anni fa, di scrivere un libro su Google. Ma piuttosto che farne un’ennesima storia, la sua scelta è stata di usare Google per parlare della rilevanza scientifica, culturale, economica dei motori di ricerca. Un libro questo pubblicato da Raffaello Cortina – Google e gli altri, pp. 395, euro 25,50 – dunque ambizioso. Ma, così facendo, Battelle si è inoltrato in un terreno minato.
In primo luogo, in questi cinque anni Google è diventata il motore di ricerca per eccellenza. Poi Larry Page e Sergey Brin sono entrati trionfalmente nell’Olimpo di Wall Street, mentre cominciano a manifestarsi «dispositivi» tecnologici per il cosiddetto web semantico, intendendo con ciò programmi informatici relativi alle ambivalenze, ridondanze e spesso indeterminatezza del linguaggio umano anche per quanto riguarda la ricerca su Internet. Il risultato è un libro che, sebbene Google vi faccia la parte del leone, sovrappone teorie e metodologie del search engine optimization ad aneddoti delle recenti vicende della Silicon Valley. Così, veniamo a sapere che l’algoritmo PageRank usato da Google è stato brevettato dalla Stanford University ma è in uso gratuito da Page e Brin fino al 2011. Allo stesso tempo, scopriamo che l’esperienza industriale dei motori di ricerca è un deja vu di una storia che ha visto, in questi ultimi decenni, uomini con buone idee in testa che fondano società e venture capitalist che a un certo punto chiedono alle imprese foraggiate con i loro investimenti di diventare «grandi» e smetterla con quell’attitudine ludica e «antieconomica» così diffusa tra i geeks, cioè i giovani tutti tastiera e mouse. Non sorprende neppure che l’autore nutra una acritica ammirazione per Larry Page e Sergey Brin, sentimento peraltro molto diffuso tra gli studiosi di Internet. L’aspetto più rilevante del libro non sta ovviamente negli aneddoti o nella ricostruzione storica di Google, quanto nella definizione che John Battelle fa del cosiddetto database delle intenzioni.
Con questa espressione l’autore indica la mole di dati relativa all’insieme delle operazioni compiute su Internet. Sono operazioni banali, ma che costituiscono, secondo Battelle, una sorta di «deposito culturale» delle società contemporanee, perché rappresentano sia le forma di vita già presenti nel cyberspazio, ma anche una sorta di archivio delle intenzioni future. Compito dei motori di ricerca è rendere interpretabile il database delle intenzioni. Non solo perché danno «forma» a una mole indistinta di dati, ma anche perché permettono di elaborarla. Dunque, i motori di ricerca consentono una rappresentazione dell’esperienza vissuta e, al tempo stesso, possono aiutare nel lavoro di definizione delle linee di tendenza che caratterizzeranno il futuro. Internet, dunque, come bacino di intelligenza collettiva in cui convivono passato, presente e futuro.
E’ in questa realtà che Google ha fatto la sua fortuna. Il punto di partenza di Larry Page e Sergey Brin era, appunto, l’esistenza di una mole gigantesca di siti Internet e la necessità di uno strumento da cui ricavare informazioni utili. L’algoritmo che hanno sviluppato è stato se non il migliore sicuramente quello più innovativo rispetto allo stato dell’arte di Internet. Google, ma anche i suoi meno noti fratelli maggiori hanno però cambiato il World wide web. Non solo perché la presenza in rete oramai passa per i motori di ricerca, ma anche perché accanto al motore di ricerca sono stati sviluppati altri programmi informatici che consentono un’integrazione tra tutte le attività di routine che vengono compiute in rete, dalla posta elettronica al commercio elettronico, dallo scaricare materiali audio e video alla consultazione di libri. Ed è solo grazie ai motori di ricerca che si può parlare di «database delle intenzioni».
Ma come sempre quando si manifesta una realtà finora inedita, anche su Internet l’entropia dell’informazione deve trovare il suo punto di equilibrio. Su questa necessità Battelle non si dilunga molto, anche se le pagine sul web semantico e sulle cosiddette folksonomics sono molto significative.
Il web semantico rappresenta la nuova frontiera dei motori di ricerca, oramai orientati a fare i conti con le ridondanze e le ambivalenze del linguaggio umano, mentre le folksonomics altro non sono che la catalogazione della comunicazione on-line. In ogni caso, sono progetti di ricerca – il web semantico – e processi di archiviazione – le folksonomics – che si ispirano ai media per «aggregare» l’informazione accumulata. Dunque, assistiamo a una vera e propria quadratura del cerchio: relegati ai margini del web, i media tradizionali ritornano come protagonisti in quando «dispensatori» di stili di enunciazione e di rappresentazione dell’informazione.
Nei mesi scorsi sono aumentate le voci critiche verso Google, accusata di violare la privacy o per il troppo potere accumulato grazie al fatto che miliardi di uomini e donne hanno fatto uso del motore di ricerca lasciando nei computer di Larry Page e Segery Brin traccia delle loro operazioni. Critiche fondate e dubbi legittimi. La critica più efficace, però, riguarda i modelli organizzativi – selezione, raccolta e elaborazione – praticati da Google. E non è un caso che su Internet si sia affermato, in contemporanea al successo di Google, un altro modo di stare in rete e di fare ricerche in rete. Gli studiosi anglosassoni parlano di social network o di community. Più realisticamente sono esperienze che esprimono, usando proprio la rete, una critica al modello oramai dominante su Internet, che è proprio quello di una rappresentazione mediatica dell’informazione. Anche in questo caso il libro di John Battelle torna utile non per i giudizi che esprime, bensì quando descrive le strategie imprenditoriali sia di Google, che di Microsoft che di Yahoo! rispetto ai social network. Una volta trovato il metodo per catalogare, elaborare e rappresentare in forma aggregata le informazioni, il passo successivo è l’acquisizione di quella parte del database delle intenzioni che sfugge alla rappresentazione mediatica ormai dominante. Il futuro sarà sicuramente costellato da acquisizioni – l’ultima è stata quella di YouTube che mette a disposizione video autoprodotti, ma anche immagini che hanno avuto vita difficile nelle televisioni – e colpi bassi tra le grandi major dei motori di ricerca. Ma la posta in gioco è proprio l’acquisizione del «materiale resistente» presente in rete per farlo diventare, ancora una volta, materia prima dello sviluppo capitalistico. Anche questa, forse, un storia già vista, ma non è detto che non accada un imprevisto. Negli anni scorsi, alcuni attivisti hanno sostenuto che non bisogna odiare i media, ma far diventare i movimenti sociali dei media che scandiscono la loro agenda di notizie. Per i motori di ricerca vale la stessa attitudine: nessun odio per i motori di ricerca, quanto far diventare il «materiale resistente» esso stesso un motore di ricerca.

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Di sito in sito per conquistare l’archivio delle intenzioni

Posted by franco carlini su 17 ottobre, 2006


B.V.
Nel blog di John Battelle (battelle.com) è facile imbattersi in messaggi che discettano più o meno amichevolmente sul search engine, cioè su quell’insieme di programmi informatici, strategie commerciali e studi universitari che hanno a che fare con la ricerca su Internet. D’altronde un blog è proprio questo: un gruppo di discussione che interagisce in tempo reale attorno a un tema. Quello di Battelle è dedicato alla ricerca sul web e nei giorni in cui si rincorrevano le voci sull’acquisto di YouTube da parte di Google era pieno di commenti sulla portata per Internet dell’accordo. John Battelle scriveva come una giornalista che era di casa a Mountain View. D’altronde conosce molto bene Google. Per cinque anni, infatti, ha studiato a fondo Google per capire se il sogno di consentire a tutti di trovare qualunque cosa nel web era solo il sogno di due ventenni pieni di ormoni oppure un preciso piano imprenditoriale. Cinque anni in cui Battelle ha maturato, come emerge anche in questa intervista, una vera e propria ammirazione per la società fondata da Larry Page e Sergey Brin.
«Don’t be evil», non essere cattivo: così recita lo storico refrain di Google. Allo stesso tempo, Larry Page e Sergey Brin non hanno mai nascosto il sogno di rendere universale l’accesso ai contenuti del web. Cosa rimane di questo proposito nel Googleplex?
«Non essere cattivo» è ancora il «marchio d’origine controllata» di Google. E credo che lo rimarrà a lungo. Ma spesso tra i sogni e la realtà c’è contraddizione. Prendiamo il noto caso della decisione da parte di Larry Page e Sergey Brin di accettare i diktat del governo cinese per escludere dalle ricerche riferimenti a temi scomodi per Pechino. Google ha, inizialmente, posto una debole resistenza. Poi di fronte alla minaccia di essere esclusa dal mercato cinese ha capitolato. Lo ha fatto in base a un ragionamento semplice: la Cina è il mercato del futuro e se siamo tagliati fuori da quel mercato siamo tagliati fuori dal futuro. Una decisione che ha certamente indebolito l’immagine di Goggle. E tuttavia, sia Larry Page che Sergey Brin hanno masticato amaro e considerano la partita ancora aperta. Ritengo che sia una scelta contingente e dunque reversibile, come dimostra la resistenza che Google ha posto alle pressioni del governo americano di poter spulciare, in nome della sicurezza nazionale, tra i clickstream (le tracce memorizzate della navigazione in rete degli utenti di Google, n.d.r). Google ha infatti più volte affermato che respingerà sempre richieste da parte del governo di accedere ai dati individuali memorizzati nei suoi server.
Nel suo libro però lei sottolinea che molti internauti considerano il comportamento di Google lesivo della privacy. Lei tuttavia scrive che la privacy è una questione di fiducia. Non crede invece che servono precisi limiti all’azione dei governi e delle corporation nell’acquisire e usare dati personali?
Prima del web, erano chiari i limiti all’operato del governo e delle corporation rispetto ai dati personali. Internet ha però cambiato il panorama. E se in passato molti dati personali erano raccolti dalle imprese o dal governo ma rimanevano per così dire sepolti dalla montagna di documenti cartacei in cui erano «depositati», ora sono alla portata di qualsiasi mouse. Prendiamo le recenti polemiche sul comportamento di Fbi e di altre agenzie governative della sicurezza rispetto all’acquisizione dei clickstream individuali. Molti gruppi di difesa dei diritti civili hanno sostenuto che più di un articolo della costituzione statunitense era stato violato. Lo stesso si può dire dell’operato di molte corporation, che usano disinvoltamente i dati personali ignorando qualsiasi requisito sulla riservatezza. Quando parlo di fiducia mi riferisco a un’etica della responsabilità che coinvolge tanto i singoli che il governo e le imprese e che se viene meno la fiducia tra il singolo e lo stato o tra un consumatore e un’impresa siamo in una brutta situazione. Ben vengano dunque delle leggi apposite se questo questo significa ripristinare quella fiducia.
Nel suo libro, lei scrive che il modello di business della Google ha dato impulso allo sviluppo della «economia della ricerca». O meglio: dell’«economia delle intenzioni». Può spiegare cosa intende?
Non so se si possa parlare di una vera e propria «economia delle intenzioni. L’espressione che preferisco usare è «database delle intenzioni», cioè quell’enorme mole di dati sulle operazioni condotte su Internet. Sono ricerche dettate dai gusti individuali, da un particolare stile di vita, da passioni, interessi culturali, desideri, bisogni. Sono dati che non sono contenuti in un solo archivio. Su Internet ci sono tre, quattro siti che fanno la parte del leone: ovviamente Google, ma anche a Yahoo e Microsoft. Sono però imprese che contribuiscono al quella che viene chiamata «economia dei motori di ricerca». Ma al di là del suo uso economico, ciò che mi affascina è il fatto che si stia costituendo, in tempo reale, la storia della cultura umana, se con questa espressione intendiamo quella generica attività umana che è la comunicazione delle proprie intenzioni, stabilendo così relazioni sociali. Da questo punto di vista, il «database delle intenzioni» è un artefatto culturale che ha potenzialità stradordinarie: può essere usato a fin di bene o per obiettivi pessimi. Ma proprio questo potenziale doppio uso lo rende un oggetto affasciante.
Nel suo libro i venture capitalist sono descritti molto benevolmente….
Prendiamo il caso YouTube recentemente acquisita da Google. All’inizio della sua avventura i due fondatori, Chad Hurley e Steve Chen, hanno ricevuto da venture capitalist 11,5 milioni di dollari. Con quell’investimento iniziale, hanno potuto progettare lo sviluppo di YouTube, al punto che è diventato il sito che ha oltre 20 milioni di visitatori. Ora è stato acquisito per 1,6 miliardi di dollari. Per gli investitori iniziali, i fondatori e i dipendenti è stato un buon affare.
Agli esordi Google considerava la proprietà intellettuale un ostacolo allo sviluppo scientifico e economico. In seguito, però, Brin e Page hanno usato proprio il copyright, i brevetti e il marchio per difendersi dalla concorrenza. Non crede che hanno lunga questa scelta non si ritorcerà contro Google, visto l’erosione del software proprietario da parte di quello «libero», sia che si tratti di programmi open source o di free software?
Per tutte le imprese accade che, a un certo punto della loro storia, l’idealismo degli esordi lascia il passo al realismo. E Google non è certo un’eccezione. A Mountain View devono ormai proteggere gli azionisti. Google è diventato il motore di ricerca più famoso del web ben prima che fosse quotata in borsa. Faceva buoni affari, ma rimaneva sempre una società nata in un garage: buone idee, buon software, innovazione a go-go, ma era un’impresa vulnerabile. Da quando ha presentato una serie di servizi «aggiuntivi» all’iniziale motore di ricerca, rendendo pubblici i suoi progetti di diversificazione industriale, la strada della quotazione in borsa era già stata tracciata. Con l’arrivo a Wall Street, poi, la dimensione idealistica ha dovuto così fare i conti con chi aveva investito in borsa.
La quotazione di Google a Wall Street è già storia. Finora, Google ha vinto le battaglie seguendo la strada dell’innovazione. Recentemente, invece, sembra che sia tentata nel seguire le vecchie consuetudini: fusioni, acquisizione. Lei che ne pensa?
Penso che Google continui ancora a puntare sull’innovazione. Ma la cronaca ci segnala che anche l’altra strada, quelle delle acquisizioni, è altrettanto perseguita.

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John Battelle: Un visionario nelle maglie della rete

Posted by franco carlini su 17 ottobre, 2006

John Linwood Battelle è spesso qualificato come un «visionario» di Internet. Aggettivo che sicuramente ben si adatta alla sua biografia. Laureato in Antropolia nel 1987 in quel tempio, così almeno sostengono i neocon statunitensi, del radicalismo che è Berkeley, ha iniziato la sua attività di giornalista in Wired, la rivista culto degli anni Novanta per quanto riguarda il web. Poi, ha cominciato a tessere la sua rete, fondando la «Federate Media Publishing» e il sito Industry Standard specializzo in analisi delle strategie impenditoriali sul web. La sua attività non si è fermata certo all’attività giornalistica e Battelle diventa un agit prop del cosiddetto «web 2.0», intendendo con questo l’attuale Internet di massa e infrastruttura per fare affari. Nel 2005 ha infine pubblicato il «The Search: How Google and Its Rivals Rewrote the Rules of Business and Transformed our Culture», tradotto da Raffaello Cortina con il titolo «Google e gli altri. Come hanno trasformato la nostra cultura e riscrito le regole del business»

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