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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 26 ottobre 2006

editoriale / Delusione Guido Rossi

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Franco Carlini
Il giorno 19 della settimana scorsa il presidente di Telecom Italia è stato sentito alla Commissione Giustizia del Senato a proposito delle intercettazioni telefoniche di mister Tavaroli and Co., realizzate a partire dai computer della società. Rossi ha fatto sua la linea di Tronchetti Provera, ovvero che Telecom Italia è «parte danneggiata» perché dirigenti infedeli hanno abusato dei sistemi. Tuttavia c’è qualcosa che non funziona in questa versione perché dei dipendenti Telecom sono state schedati. «A questi dipendenti non ritiene di dover chiedere scusa?» gli ha chiesto il senatore Massimo Brutti. E’ chiaro infatti, che, almeno in questo caso, i nomi delle persone da scrutare illegalmente devono essere stati forniti dall’ufficio personale di Telecom, con una debita richiesta di accertamenti. Difficile pensare che il tizio facesse tutto da solo. Risposta del professor Rossi: «sono solo 150 su 85 mila dipendenti». In America c’è stato un caso analogo, quello dell’americana Hp che intercettava i giornalisti per capire da quali fonti interne ricavassero le notizie. Ebbene il Chief executive Mark Hurd ha ammesso di sapere, se non i dettagli, almeno l’oggetto della ricerca; ha riconosciuto pubblicamente lo sbaglio; infine si è impegnato a comunicare a tutti i soggetti «bersaglio» delle investigazioni illegali, i metodi e il dettaglio di tutte le informazioni su di loro raccolte. Invece Rossi, l’uomo della trasparenza e del capitalismo moderno, ha opposto una risposta negativa alla richiesta del senatore Felice Casson che venisse messa a disposizione del senato l’indagine conoscitiva sui sistemi di sicurezza da Telecom affidata agli analisti di Kpmg.
Intanto uno dei bersagli di Hp, la giornalista Pui-Wing Tam del Wall Street Journal, per nulla tranquillizzata, si è già data da fare diligentemente e ha raccontato in pubblico, in un lungo articolo di 2800 parole, come Hp, fosse andata rovistando financo nella spazzatura di casa sua, oltre che nei telefoni e nella posta elettronica. Sia lecito nutrire qualche ammirazione per il giornalismo americano e per quelli che in Italia fanno cose analoghe, come i colleghi Bonini e D’Avanzo di Repubblica, anche se per questo, sulla televisione di Telecom Italia, vengono sbeffeggiati, loro e il pm milanese Spataro. E’ avvenuto nella trasmissione Otto e Mezzo, gestita da un tizio che spavaldamente rivendicò di aver lavorato per la Cia.

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Intelligenza collettiva, al Mit

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Il più prestigioso politecnico del mondo allarga la sua progettualità aperta stile wiki
Le idee sono sempre il frutto di relazioni tra diverse menti, del passato e dell’oggi. E la scienza rifiuta i modelli di conoscenza mercificata e privatizzata

Alessandro Delfanti
Chissà se al Massachusetts Institute of Technology di Boston stavano pensando al loro vecchio programmatore Richard Stallman, fondatore del movimento Open Source, quando hanno trasformato il Center for Coordination Science nel nuovissimo Center for Collective Intelligence (http://cci.mit.edu), che si propone di capire «come le persone e i computer possono essere connessi in modo da agire – collettivamente – in modo più intelligente di quanto qualunque individuo, gruppo o computer abbia mai fatto prima». Per dimostrare che l’affare è serio basta elencare le strutture coinvolte: il Dipartimento di management, il Dipartimento di computer science e intelligenza artificiale, quello di scienze cognitive, il nuovo McGovern Institute for Brain Research e infine il celebre Medialab.
Il Center for Collective Intelligence studierà e applicherà le interazioni in rete tra individui, che creano conoscenza con l’aiuto di strumenti tecnologici come database aperti, wiki, forum on line. Google, Wikipedia, Linux ed e-Bay sono esempi che mostrano che qualcosa di importante sta già succedendo. Ma questi esempi sono solo l’inizio della storia.
Al Mit è nato dunque Collaboratorium, forum on line sul cambiamento climatico che userà «una combinazione innovativa di interazioni mediate da internet, archivi di idee generate collettivamente, simulazioni e rappresentazioni che aiuteranno gruppi di ricercatori grandi, eterogenei e dispersi geograficamente a esplorare sistematicamente i problemi e risolverli. Gli utenti potranno condividere le loro idee e analizzare le diverse opzioni usando gli strumenti di simulazione, e poi prendere decisioni collettive». Un altro progetto si chiama «We are Smarter than Me» (www.wearesmarter.com) ed che significa «Noi siamo più intelligenti di Me». E’ un libro scritto collettivamente tramite un wiki, cioè un testo on line che ogni utente registrato può modificare liberamente. Sono già trecento i partecipanti che lavorano alla sua stesura, direttamente sulle pagine on line che nel 2007 diventeranno un libro di vera carta che applica la teoria dell’intelligenza collettiva all’economia aziendale.
In fondo non sono grandi innovazioni: il modello Wikipedia è già stato applicato con successo ai libri da diversi gruppi. In Italia, per esempio, sono stati scritti collettivamente in forma wiki i libri del Gruppo Laser (www.e-laser.org) e quelli «comunità di scriventi» Ippolita (www.ippolita.net). Secondo il direttore del Center for Collective Intelligence Thomas Malone (professore di management e autore di The future of work) «nei prossimi anni molte persone faranno un sacco di ‘esperimenti naturali’ con l’intelligenza collettiva – con o senza di noi». La novità sta quindi nel tentativo del Mit di applicare questo modello alla scienza, coagulando forze intellettuali e risorse economiche invidiabili attorno a un progetto che avrà il difficile compito di sviluppare teorie che possano «aiutare a comprendere le nuove forme di organizzazione che prima non sarebbero state possibili ma che domani potrebbero diventare molto più efficienti, flessibili e innovative delle forme di organizzazione tradizionali». Per i ricercatori, strettamente legati alla paternità del loro lavoro, certificata dalla firma sotto un articolo scientifico, potrebbe trattarsi di un’importante cambiamento: a chi attribuire il merito di una ricerca sviluppata in forma aperta da centinaia di persone sparse per il mondo e per la rete? Il mutamento di nome serve anche a coinvolgerli: per Malone «intelligenza collettiva è una forma molto più eccitante per descrivere quello che vogliamo fare. Questo nome enfatizza le eccitanti possibilità che abbiamo davanti e ha catturato l’entusiasmo di molte persone del Mit con le quali non avevamo mai lavorato prima».
Del resto il Mit ha un approccio molto aperto rispetto alla circolazione del sapere. L’esempio più noto è il programma OpenCourseWare (http://ocw.mit.edu)che consiste nella messa in rete dei suoi ricchi materiali didattici. I corsi sono disponibili gratuitamente, per permettere anche a chi non può pagare le altissime rette di studiare dispense e lezioni. L’obiettivo è di arrivare a rendere disponibile il materiale di 1800 corsi entro il 2008. È un metodo seguito anche da altre università: pochi giorni fa la Uc Berkeley ha siglato un accordo con Google per mettere a disposizione di tutti, gratuitamente, le registrazioni video delle lezioni (http://video.google.com/ucberkeley). Per ora sono disponibili soltanto 250 ore di lezioni e seminari che vanno dalla biologia sintetica al giornalismo, all’anatomia umana, ma il potenziale di Berkeley, uno degli atenei più grandi e influenti del mondo, è immenso. Naturalmente i video delle lezioni potranno essere condivisi liberamente e passati da un blog all’altro, da un link al successivo. «Un perfetto esempio di come la tecnologia possa espandere il concetto di università veramente pubblica», ha dichiarato Dan Mogulof, project manager del progetto di «coursecasting».

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giornalismi / Marketing, allusioni e denunce

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Autoelogi: Gianni Di Donno, professore di Storia contemporanea all’Università di Lecce, sul Corriere della Sera (domenica 22 ottobre, pag. 39) incita Giampaolo Pansa a non «fermarsi in mezzo al guado» nelle sue denunce dei misfatti della Resistenza e a indagare sull’apparato paramilitare del Pci. Di Donno è autore del libro «La Gladio rossa del Pci» ed è stato consulente della commissione Mitrokhin. Da vero cultore della materia invita dunque Pansa a documentarsi, magari leggendo un saggio dello stesso Di Donno, di prossima uscita su Nuova storia contemporanea. Si precisa che il fascicolo è quello di novembre-dicembre, di modo che i lettori non manchino di acquistarlo.
Acidità: Per parte sua lo stesso Pansa, mentre lamenta della campagna contro di lui dell’estrema sinistra e le poche solidarietà pubbliche ricevute dal mondo politico, utilizza a sua volta il penoso metodo dei giudizi senza motivazioni. Così se la prende con Corradino Mineo di recente nominato direttore di Rai News 24: «Ricordate come lavorava da New York per il Tg3? Non fatemi dire altro». Pansa non dice ma solo allude. L’unica cosa che il lettore capisce è che non stima Mineo (così come, da tempo, ce l’ha con Gad Lerner e tanti altri): un cartellino rosso preventivo e via.
Vendette: il giornalista Pino Nicotri ha ricevuto una richiesta di risarcimento da 520 mila euro per danni morali e d’immagine da Paolo Panerai, amministratore delegato di Class Editori. Nicotri, sindacalista del gruppo «Senza Bavaglio», aveva chiesto ripetutamente a Panerai di rispettare la sentenza del tribunale che dichiarava nullo il licenziamento da Italia Oggi di Ugo Degl’Innocenti. Il reintegro infine è avvenuto ma con esso anche la vendicativa causa civile. Oggi senza Bavaglio insiste e domanda polemicamente: «è giusto che un editore come Class, che non rispetta le regole, riceva i soldi pubblici stanziati per le provvidenze sull’editoria?»

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giornalismi / Marketing, allusioni e denunce

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Autoelogi: Gianni Di Donno, professore di Storia contemporanea all’Università di Lecce, sul Corriere della Sera (domenica 22 ottobre, pag. 39) incita Giampaolo Pansa a non «fermarsi in mezzo al guado» nelle sue denunce dei misfatti della Resistenza e a indagare sull’apparato paramilitare del Pci. Di Donno è autore del libro «La Gladio rossa del Pci» ed è stato consulente della commissione Mitrokhin. Da vero cultore della materia invita dunque Pansa a documentarsi, magari leggendo un saggio dello stesso Di Donno, di prossima uscita su Nuova storia contemporanea. Si precisa che il fascicolo è quello di novembre-dicembre, di modo che i lettori non manchino di acquistarlo.
Acidità: Per parte sua lo stesso Pansa, mentre lamenta della campagna contro di lui dell’estrema sinistra e le poche solidarietà pubbliche ricevute dal mondo politico, utilizza a sua volta il penoso metodo dei giudizi senza motivazioni. Così se la prende con Corradino Mineo di recente nominato direttore di Rai News 24: «Ricordate come lavorava da New York per il Tg3? Non fatemi dire altro». Pansa non dice ma solo allude. L’unica cosa che il lettore capisce è che non stima Mineo (così come, da tempo, ce l’ha con Gad Lerner e tanti altri): un cartellino rosso preventivo e via.
Vendette: il giornalista Pino Nicotri ha ricevuto una richiesta di risarcimento da 520 mila euro per danni morali e d’immagine da Paolo Panerai, amministratore delegato di Class Editori. Nicotri, sindacalista del gruppo «Senza Bavaglio», aveva chiesto ripetutamente a Panerai di rispettare la sentenza del tribunale che dichiarava nullo il licenziamento da Italia Oggi di Ugo Degl’Innocenti. Il reintegro infine è avvenuto ma con esso anche la vendicativa causa civile. Oggi senza Bavaglio insiste e domanda polemicamente: «è giusto che un editore come Class, che non rispetta le regole, riceva i soldi pubblici stanziati per le provvidenze sull’editoria?»

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media center / La Germania scopre il canone

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Matteo Alviti
La moratoria è terminata. Dal primo gennaio del 2007, in Germania, chiunque compri o possegga un computer con accesso internet o un telefonino con radio o tv dovrà pagare 5,52 euro di canone. Lo hanno deciso venerdì i governatori dei sedici Länder tedeschi riuniti a Bad Pyrmont, in Bassa Sassonia. La tassa su computer e telefoni cellulari era già parte integrante della normativa sul finanziamento della radio e televisione pubblica, ma a causa delle proteste che aveva sollevato era stata sospesa con una moratoria ad hoc. Da venerdì la scadenza per la moratoria è stata fissata al 31 dicembre del 2006. Ad oggi il sistema tedesco prevede che i possessori di radio o televisioni paghino una retta mensile per finanziare le emittenti pubbliche radiofoniche, i due canali televisivi nazionali e quelli regionali. Non tutti, però, erano d’accordo sull’introduzione della nuova gabella. Soprattutto l’entità del «canone per pc» era in discussione. Tra l’equiparazione ai 17,03 euro al mese per le televisioni e chi invece non ne voleva fare niente, i 5,52 euro dell’intesa danno l’idea di un accordo al ribasso. Dal pagamento saranno esentati tutti i privati che già pagano il canone come nucleo famigliare o abitativo. Proteste veementi sono arrivate dal mondo dell’economia. Ad essere toccate dal nuovo canone saranno le imprese, piccole in particolar modo, e i liberi professionisti. La legge prevede, infatti, che ogni computer con allaccio internet venga dichiarato come apparecchio radiofonico. I governatori hanno comunque espresso l’auspicio, entro un anno, di giungere a una revisione completa del sistema di finanziamento delle emittenze pubbliche. Non piace, tuttavia, nemmeno l’idea di trasformare il canone in tassa: far passare i pagamenti per gli uffici finanziari del governo avvicinerebbe troppo la politica al servizio pubblico, compromettendone l’imparzialità.

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pubblicità / La corsa globale dei brand in rete

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Il sogno delle aziende? Essere un brand internazionalmente riconosciuto perché questo si traduce in reputazione presso i consumatori. Ma anche in questo campo le cose vanno cambiando da quando c’è l’internet: mondo reale e mondo di rete in larga misura coincidono, ma sono anche differenti.
Lo confermano due ricerche che oggi vengono presentate a Milano all’interno di un convegno dell’Upa, associazione degli inserzionisti pubblicitari italiani (inutile consultare il sito http://www.upa.it, perché la gran parte dei materiali sono riservati agli iscritti, a conferma di quanto le imprese italiana siano arretrate nella considerazione dell’internet. Oltre a tutto quel sito è sciaguratamente realizzato con tecnologia Flash, che ne riduce l’usabilità e l’accessibilità, anche se lo fa apparire molto figo).
Gianni Catalfamo del gruppo internazionale Pleon ha messo a confronto due classifiche. La prima, tradizionale, è quella prodotta ogni anno da Interbrand (http://www.brandchannel.com/start1.asp?fa_id=298) chiedendo ai consumatori quali marchi hanno avuto il maggior impatto. In questa classifica al primo posto c’è Google, seguito da Apple e Skype, il popolare servizio di telefonia «alla Internet» (VoIP). Tra i primi venti compaiono sia marchi classici e assai globali come Ikea, CocaCola, Nike e Adidas, ma anche emergenti significativi come la catena spagnola di abbigliamento Zara.
La seconda classifica invece è stata ricavata dalla stessa Pleon analizzando «cinque anni di conversazioni in rete», ovvero attivando dei software come quelli dei motori di ricerca che scandagliano siti, gruppi di discussione e blog. Ci sono larghe coincidenze, ma anche delle diversità.
Unica star permanente – al secondo posto in entrambi i casi – è Apple, ma al primo questa volta c’è Yahoo! e non Google, pur così famoso. Secondo Catalfamo «i nuovi media si muovono in modo indipendente da quelli tradizionali, talvolta in accordo e talvolta no.
Progettare la propria strategia di marca richiede perciò una maggior consapevolezza delle dinamiche e delle peculiarità nel funzionamento dei Consumer Generated Media».

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I ragazzi di Flock, browser sociale

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Navigazione web, un oggetto azzurro che si dichiara aperto ai blog e ai social network. Un altro dei molti figli della Fondazione Mozilla
Carola Frediani
E’ autunno caldo, sul fronte dei browser. Dopo anni di immobilità in cui Explorer di Microsoft si era trasformato in un nome comune per indicare i programmi di navigazione web, lo scenario è improvvisamente mutato. Eccoci dunque in questo ottobre quando, tallonato dal concorrente Firefox (il browser a sorgente aperta della Mozilla Foundation), Internet Explorer ha rilasciato una nuova versione, la numero 7, a cinque anni di distanza dalla precedente. Ma anche la «Volpe di Fuoco» si è rinnovata, lanciando la sua seconda versione.
Il mutamento principale riguarda tuttavia la stessa navigazione internet, che non consiste più nello sfogliare siti ma piuttosto nel realizzare attività come pubblicare sul web, tenersi in contatto con altri, conservare e condividere informazioni. A incarnare per primo questa filosofia non è stato l’attuale incumbentExplorer, che detiene ancora l’82 per cento del mercato), né il suo agguerrito rivale Firefox (che ha ormai strappato il 12 per cento, dati MarketShare) bensì un browser poco conosciuto, ancora in versione beta (ovvero di prova).
Si chiama Flock, subito definito il browser sociale, e in questo mese compie un anno di vita. Lo si potrebbe definire il cuginetto della Volpe di Fuoco, perché, oltre ad essere open source, si basa sulla medesima architettura; anzi alcuni suoi sviluppatori (una dozzina in tutto, ospitati, come da tradizione, in un garage a Palo Alto, California) hanno lavorato in precedenza con la Mozilla. Ma a differenza di tutti gli altri programmi di navigazione, il giovane Flock è orientato al web 2.0, quella seconda versione dell’internet caratterizzata dal protagonismo degli utenti: l’universo dei blog, il social networking, la condivisione, la possibilità di esprimere voti e preferenze sulle notizie lette o i video visti. I ragazzi di Flock hanno capito che tutto ciò si poteva con il browser stesso, direttamente al suo interno, senza lasciarlo mai. «Il web non è solo una biblioteca di documenti – ha ripetuto più volte il co-fondatore Bart Decrem – ma un flusso di eventi e persone, che sempre di più passano il tempo a condividere».
Ecco dunque quelle sue funzionalità peculiari che servono a fluidificare l’esperienza web. Innanzitutto, il blogging integrato, ovvero la possibilità di scrivere un post, un articolo sul proprio blog a partire da una pagina web o da una frase che si vuole segnalare: basta cliccare col tasto destro, e si apre una finestra che automaticamente crea la nuova entry, senza dover andare sulla propria piattaforma di hosting, fare il log-in eccetera. Se poi si vuole inserire anche un’immagine tratta dal proprio profilo di Flickr (il sito che raccoglie e condivide le foto online), basterà trascinarla con il mouse.
La seconda caratteristica di Flock è infatti la simbiosi con i servizi di photo-sharing (finora Flickr e Photobucket). Anche in questo caso, per caricare delle foto nel proprio account basta agganciarle e trascinarle su un’apposita barra; oppure si può controllare, attraverso una lista, i profili degli amici, ed essere avvisati quando ci siano nuove immagini. Fluidità delle attività web più comuni, dunque, e meccanismi di social networking sono i tratti distintivi del browser dall’interfaccia semplice e azzurra. Altri punti di forza sono la possibilità di leggere all’interno del browser stesso i feed Rss (gli aggiornamenti dei siti a cui siamo abbonati), e il motore di ricerca che, quando si digita una parola, setaccia anche quanto è stato salvato tra i bookmark e nella cronologia delle pagine navigate. E poi, ultima ma non meno importante, la possibilità di etichettare le pagine con dei tag e di condividere all’istante i propri preferiti sul sito di social bookmarking Del.ici. ous.
Un gioiellino insomma, che farà felice gli utenti molto attivi, dall’intensa socializzazione online. Quelli di Flock per altro non nascondono di puntare in alto: conquistare 100 milioni di utenti in cinque anni. Un’ambizione forse eccessiva, considerato che il loro browser non rientra neppure nelle classifiche sulle quote di mercato, piazzandosi piuttosto indietro, dopo il mogul Explorer, il rampante Firefox, il solido Safari, e i vari Opera, Netscape, Mozilla. Ma la strada appare ancora più in salita a partire proprio da questo ottobre, dato che Explorer 7 si è ‘firefoxizzato’, promettendo oltretutto una stretta sulla sicurezza. La Volpe di Fuoco continua a fare proselitismo e, per la prossima versione, la terza, è stato lanciato un brainstorming di massa, in cui i progettisti della Mozilla Foundation chiedono agli utenti di segnalare le funzioni o le modifiche desiderate.
Flock, rispetto a tutti questi movimenti, è ancora un prodotto di nicchia dalle belle speranze. Alcune delle sue caratteristiche sono ormai presenti anche nel cugino Firefox, che però le introduce attraverso il download di estensioni (programmini aggiuntivi), complicando un po’ la vita agli utenti meno esperti. Difficile, al momento, scommettere su quel piano quinquennale dei 100 milioni. Ma di certo il social browsing è qui per restare.

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Pascolando tra i siti web

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

«To browse» Come andare in rete. Ma il navigatore non ha mai vita facile
Sarah Tobias
Se una pecora se ne va qua e là brucando, quell’attività viene detta in inglese to browse. Per metafora la bucolica espressione si è fatta sostantivo, diventando browser, un software applicativo che permette di aggirarsi, navigare, per il World Wide Web, la parte della rete internet ipertestuale e multimediale. L’inventore del Web, l’inglese Tim Berners-Lee, agli inizi degli anni ’90 non aveva ancora un programma adeguato per farlo, pur avendo creato il protocollo e le regole di quella «rete grande come il mondo». Il vero salto avvenne negli scantinati dell’università di Urbana-Champaign, Illinois, grazie a una squadretta di giovani, guidati da Marc Andreessen che realizzarono un programma chiamato Mosaic, in seguito privatizzato in una nuova società, chiamata Netscape. E’ per «uccidere» fin nella culla Netscape che Microsoft realizzò il suo Internet Explorer, e per reazione un gruppo di programmatori realizzò, in formato aperto, il browser Mozilla e da questo, poi, il popolarissimo Firefox. I computer Apple usano invece un software chiamato Safari, mentre altri concorrenti di vaglia sono l’ottimo norvegese Opera e il giovane Flock di cui si racconta in questa pagina.
Ma cosa fa un browser? Due cose importanti, più molte altre accessorie. La prima è di accogliere una nostra richiesta di collegamento a un sito internet e di recapitarla a destinazione. Dunque batto nell’apposita maschera «www.ilmanifesto.it» (anche senza il www funziona lo stesso e si risparmia tempo) e lui, il browser del nostro Pc, manda la richiesta al computer del nostro fornitore di connettività internet (Alice, Tiscali, Fastweb, McLink, queale esso sia). Sarà lui a smistare la richiesta a monte, recapitandola infine al server del manifesto il quale riceverà, in linguaggio informatico, una domanda del tipo: «Hello, sono un browser di tipo Firefox, all’indirizzo IP (internet protocol) tal dei tali, mi mandi la tua pagina iniziale (Home page)?». In realtà il computer che ospita le pagine del giornale mi spedirà un file, index.html, che è fatto di puro testo, senza immagini.
Ricevutolo, il browser si mette all’opera per svolgere la sua seconda funzione, quella di presentare quella pagina sul mio monitor, secondo le indicazioni che il file contiene: qui ci va la testata del giornale, là una pubblicità, sotto l’elenco dei giorni della settimana eccetera. Chi avesse una tecnica curiosità di vedere come sono scritte queste indicazioni in linguaggio Html, una volta collegatosi al manifesto può premere il tasto destro del mouse e tra le molte voci che lì compaiono scegliere quella che dice «view source» (guarda il codice sorgente), oppure la voce «Html» (se si usa Explorer): scoprirà allora, per esempio, che la testata «il manifesto» è contenuta nel file chiamato testPG.gif nella directory /immagini/.
Il browser, una volta in possesso di questa informazione, richiede ancora al server del manifesto «per favore mi mandi questa immagine?» e, ricevutala, la disegnerà sul nostro monitor.
Farà lo stesso per ogni altro elemento della pagina, e questo spiega perché in certi casi, occorra un po’ di tempo perché la Home di un sito particolarmente ricco arrivi completa: per ogni immagine il mio computer manda una richiesta al server lontano e aspetta che l’immagine arrivi; se la banda è stretta e se le immagini sono molto pesanti (grandi e molto colorate) ci sarà del ritardo.
Ma sulle pagine web che leggiamo, alcune parole o immagini sono cliccabili: quando ci si passa sopra, il cursore si trasforma in una manina, evidenziando il fatto che lì c’è un’àncora, un aggancio, un link, a un’altra pagina sullo stesso sito o in un altro. Se si preme il mouse riparte l’attività di collegamento: richiesta a un server, ricezione di una pagina, sua resa sul monitor.
Tutto questo ci ricorda che quando diciamo «sono sul manifesto» (o sulla Cnn o su qualsivoglia altro sito), in realtà non siamo tecnicamente collegati né connessi a quel sito. Siamo sul nostro Pc e il collegamento con il sito lontano è avvenuto solo nelle fasi di richiesta e ricezione dei files, il che è un grande vantaggio perché la rete e i server in questo modo non sono bloccati da molti utenti, ma erogano prestazioni solo quando si clicca. Viceversa quando facciamo una telefonata, viene creato un circuito fisso tra chiamante e ricevente e infatti la linea può risultare occupata. Qui sta la differenza tra le reti di telecomunicazioni classiche, dette a commutazioni di circuito, e la rete internet, a commutazione di pacchetto.
Né va dimenticato che il browser da solo ormai non basta più, spesso le pagine che navighiamo offrono dei servizi multimediali, video e suoni che per essere visti richiedono che sul nostro computer si sia installato un apposito software accessorio (vengono chiamati plugin). La vita del navigatore no++n è così semplice come dovrebbe.

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Usi e costumi ai tempi di Internet, due o tre cose che è bene sapere

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Gli effetti della banda larga e dei motori di ricerca su milioni di cybernauti, per i quali la rete è – o era – solo posta elettronica e qualche navigazione. Come usare al meglio quello che abbiamo
Franco Carlini
Cosa fanno in rete i circa quindici milioni circa di italiani che la frequentano? Essenzialmente ricevono, gestiscono e scrivono dei messaggi di posta elettronica e navigano sul web, per lavoro o per diletto. Per molti di questi l’internet è divenuta strumento quotidiano essenziale, la cui assenza eventualmente dovuta a interruzione del servizio del provider genera ansietà e stati di astinenza. In ogni caso l’internet è un dato di fatto, «è qui per restare», come dicono gli americani. Ma altre domande si pongono: come è cambiato l’uso, in questi ultimi dieci anni, e, secondariamente, se le sue potenzialità siano ben note e sfruttare al meglio. Le indagini migliori sono quelle realizzate, negli Stati Uniti, dal Pew Internet & American Life Project (www.pewinternet.org) che continua, anno dopo anno, a studiare gli atteggiamenti della «gente» riguardo alle tecnologie.
Qui segnaliamo soltanto due fenomeni macroscopici recenti che è possibile rilevare anche da osservazioni episodiche. Sono la banda larga e i motori di ricerca. La prima per ora ha cambiato le abitudini d’uso non già perché larga ma perché sempre accesa, la qual cosa è possibile solo per chi abbia abbonamenti forfettari e non a consumo. In questo caso il Pc di casa o di ufficio diventa lo strumento permanente, comodo e istantaneo di consultazione e di lavoro. Essendo sempre connesso, risulta spontaneo rivolgersi ad esso per conoscere l’orario dei treni, trovare una via di Torino sullo stradario, e per mille altre consultazioni che nel passato erano impossibili oppure richiedevano un intero scaffale di manuali, elenchi e repertori.
Ma per fare queste ricerche, assai spesso, occorreva sapere in anticipo dove cercarli. Da qui l’utilità degli elenchi di siti offerti dai programmi di navigazione e chiamati «Preferiti» o «Bookmarks»; pazientemente ogni utente salvava gli indirizzi utili e, se meticoloso, li organizzava per materie e argomenti. L’altro sistema era di rivolgersi a uno dei vari portali internet, come Yahoo!, Libero, Repubblica.it, Corriere.it che offrono almeno un bel po’ di questi link a siti di informazione specializzati.
Le cose tuttavia sono cambiate da quando i motori di ricerca (Google primo fra tutti, ma non solo Google) sono divenuti molto più efficienti: una domanda (query) loro rivolta ottiene risposte adeguate in meno di un secondo e queste sono abbastanza ben ordinate da offrire per primi i link ai siti davvero utili, almeno in questa categoria di servizi di base. La rapidità dei motori di ricerca è tale che molti ormai li usano anche per accedere anche ai siti che già conoscono. Chi scrive, per esempio, volendo leggere il settimanale inglese The Economist, non sta a battere nell’apposita riga del browser http://www.economist.com, ma, avendo la pagina di Google sempre davanti, inserisce le sole lettere «ec»: il browser completa la maschera con Economist; una pressione su Enter fa trovare il link al giornale e un clic ci porta a destinazione: più rapido a farsi che a raccontarsi. La potenza dei motori è tale che sia i Preferiti che i Portali generalisti risultano ormai meno utili e c’è chi li ha abbandonati del tutto.
Fin qua gli usi recenti, ma standard. Peccato però che sia i browser che i siti e i servizi web, offrano molte prestazioni in più e che queste siano largamente ignote o pochissimo usate, anche quando si potrebbe guadagnarne in efficienza ed efficacia. Il fatto non deve stupire ed è un fenomeno assai noto: i progettisti di lavatrici come di software o di cellulari, arricchiscono i loro prodotti di una enorme quantità di funzioni, ma gli utenti invece rifuggono dalle complicazioni e si accontentano di usare quelle che hanno imparato e tra queste quelle che gli appaiono utili davvero; le altre non vengono nemmeno scoperte oppure vanno nel dimenticatoio. Senza dubbio è una scelta saggia, che deriva da una valutazione più o meno conscia dei costi e dei benefici: perdere molto tempo per studiare il manuale, oppure intanto usare quel minimo che serve? Si pensi al banale tasto Indietro che nei programmi di scrittura cancella le lettere appena scritte: c’è chi per eliminare una parola fa back-back-back lettera per lettera, ma quando scopre che tenendo schiacciato il tasto Control la parola viene cancellata tutta assieme, non abbandonerà più quella scorciatoia da tastiera e la trasformerà in routine automatica. Tutto sta a trovare l’equilibrio giusto, ma qualche indicazione e trucco proveremo a indicarli nelle prossime settimane.

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