Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for novembre 2006

editoriale / Fateci pagare con il telefonino

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Franco Carlini

Tutti ad auspicare la liberalizzazione dei mercati, purché siano quelli altrui. Farà parte della legittima difesa di legittimi interessi, ma forse ha ragione Prodi a dire che si tratta di un sistema impazzito e senza visione del futuro. Nella pagina a fianco si racconta  come un paese abbastanza moderno, ma relativamente povero, il Sud Africa, abbia realizzato la possibilità per i suoi cittadini di fare versamenti bancari da un conto all’altro via cellulare. I prezzi sono inferiori a quelli di agenzia e ciò è molto ragionevole, dato che i costi informatici sono inferiori a quelli delle operazioni di sportello. In Italia, e in genere nei paesi ricchi, questa possibilità non esiste e i servizi online di molte banche costano quanto quelli di agenzia, con l’aggiunta di un canone Internet. Significa che le banche guadagnano due volte: la prima incassando tutti i risparmi così ottenuti (il lavoro degli impiegati lo fanno i clienti) e la seconda facendo pagare loro questa «comodità». Uno spiraglio al riguardo, ma assai timido, è stato aperto di recente dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nel corso della giornata del risparmio del 31 ottobre, parlando di nuove forme di pagamento non bancarie e di nuovi soggetti: «occorrerà tornare a esaminare la disciplina delle riserve di attività in materia di moneta elettronica e di incasso e trasferimento fondi». Certamente l’uso delle carte di credito cresce e ormai diverse organizzazioni le offrono dalle Coop alla catena Fnac, ma si ricorderà la strenua guerra che le banche, unite come un sol sportello, hanno fatto alle Poste italiane al momento del lancio del Bancoposta. Così come andranno ricordati gli accordi collusivi, grazie ai quali il rifornimento di carburante con carta di credito subisce ai distributori una gabella di 0,77 euro, indipendentemente dai litri erogati. Quanto al pagamento via cellulare, esso è tecnicamente più che possibile; adesso in alcune città, grazie ad accordi stipulati da  Tim e Vodafone con i comuni, magari si paga il posteggio o il bus con un Sms, ma ben di più sarebbe possibile con il denaro elettronico, in tutte le sue forme e varianti. Chi lo ostacola sono ancora una volta i grandi circuiti dominati da Visa e Mastercard, che mentre continuano a emettere carte insicure, contemporaneamente tengono alla larga, con robuste azioni di lobby, ogni iniziativa che possa entrare nel loro terreno.

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I «punti caldi» della penisola

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Patrizia Feletig

Crescono nelle città d’Italia le antenne Wi-Fi per andare in rete da panchine e piazze. E’ Roma la città più attiva, ma anche molti piccoli comuni si danno da fare. Emerge l’idea che l’accesso universale sia ormai un bene pubblico da garantire.

In giro per le vie cittadine è possibile navigare, scaricare, e persino telefonare in modalità Voip, gratuitamente. Basta trovare un punto caldo (hot spot) che nel giro di qualche decina di metri sia pronto a ricevere e trasmettere bit: è collegato con un cavo alle rete, ma i terminali circostanti possono agganciarsi senza fili. La tecnica di trasmissione usata è quella detta Wi-Fi (Wireless Fidelity) tecnicamente lo standard Ieee 802.11, in una delle sue varianti. Un hot spot crea una rete locale (WLan) senza cavi, con antenne a bassa potenza, alla quale si possono collegare più utenti, senza interferire tra di loro, per connettersi al web, alla intranet della propria azienda o alla rete civica locale. Molti privati hanno la loro Wlan in casa e basta passeggiare sotto i palazzi con un Pc acceso e predisposto per accorgersi della loro presenza. Talora non sono protette da password e barriere elettroniche e allora è possibile scroccare un accesso; attività quest’ultima abusiva, anche se la fattispecie di reato non è chiarissima.

Esistono comunque delle alternative lecite e pubbliche per navigare in rete senza fili. Per esempio chi abbia un abbonamento residenziale con Tin.it o Alice di Telecom Italia può usare i suoi hot spot gratuitamente fino al 31 dicembre. La loro ubicazione è ricavabile dalla pagina hot-spot dove vengono riportati tutti i link citati in questa pagina.

Un altro modo è cercare un locale pubblico che sia dotato di un sistema Wi-Fi e offra il servizio gratuitamente ai suoi clienti. Sulla stregua del successo registrato in America dalla catena di caffè Starbucks e dai fast food Mc Donald’s, sono in aumento anche in Italia gli esercizi come bar, palestre,hotel, stabilimenti balneari, centri di estetica, ecc. che offrono connessione wireless a banda larga assieme al panino, alla ceretta o al pernottamento. Un elenco si trova sul sito free-hotspot.com.

Se tuttavia gli indirizzi dei luoghi fisici dove è possibile collegarsi senza fili non coprono il vostro raggio d’azione e siete disposti a pagare un gettone per la connessione, spulciate l’anagrafe di tutti gli hot spot privati (gratuiti e a pagamento) del mondo. Li censisce dal 2003, la società JiWire che ad oggi ne riporta 130mila in 130 paesi. Dalla pagina dedicata al nostro paese di scopre che ce ne sarebbero 2.602 con primato assoluto in Lombardia (434). A Londra sono più di duemila.

In questo mare di connessioni on the move particolare menzione merita il fenomeno delle “muni Wi-Fi” ossia gli hot spot gratuiti offerti dalle amministrazioni pubbliche che propongono connessioni a tempo ma anche illimitate all’aperto o zone pubbliche coperte. Su questo fronte, in America, si osserva un’agguerrita battaglia per assicurarsi il mercato della connettività senza fili delle comunità metropolitane. Un anno fa Google vinse la gara per offrire accesso gratuito ad alta velocità agli abitanti di San Francisco. Recente la contromossa di Microsoft che wifizza gratis la comunità di Portland nell’Oregon. Presto sulle loro orme, probabilmente anche Yahoo magari alleandosi con AT&T.

Anche in Italia sono ormai vari i comuni impegnati nel settore, nella convinzione che la connettività stia diventando un diritto dei cittadini al pari della rete idrica o della raccolta di rifiuti, che l’istituzione locale «deve» mettere a disposizione.

Quello che segue è solo un abbozzo di un inventario approssimativo, visto che numerose municipalità da Sulmona a Mantova, Rimini, hanno dei progetti sperimentali nel cassetto, e ogni mese sbocciano nuove iniziative. Per non dire poi delle «isole di connettività» gratuite disseminate sul territorio che abbiamo scelto di non censire perché la loro fruizione è limitata ad esempio, agli studenti o utenti iscritti, come la sala lettura del dipartimento di Storia dell’Università di Trieste o la biblioteca di Genzano.

Nella rassegna delle muni Wi-Fi, Roma si colloca in pool position tra le metropoli, con la più estesa zona wireless urbana, in linea con i più avanzati progetti di connettività diffusa qua e là dell’oceano, da Amsterdam a Philadelphia. Dopo la copertura di 4mila ettari di parco delle storiche ville Borghese, Ada, Torlonia e Paganini, sono aggiunti i maggiori i luoghi d’interesse archeologico e artistico. Entro i primi mesi dell’anno prossimo sarà coperto praticamente l’intero perimetro del centro storico, al quale si deve aggiungere dell’Auditorium e Parco della Musica inaugurata in occasione della Festa del Cinema.

Avviato il proprio browser Internet si procede alla registrazione che consente un’ora di connessione gratuita giornaliera. A differenza di quanto generalmente avviene altrove dove è richiesto presentarsi fisicamente presso uno sportello, a Roma l’autenticazione si effettua online. L’ostacolo dell’esibizione di un documento d’identità come previsto dal decreto anti-terrorismo Pisanu, viene aggirato fornendo un numero di cellulare valido dal quale si effettua entro 15 secondi dal login una chiamata anch’essa gratuita; un server verificherà la validità del contatto e avvierà la connessione dell’utente.

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hot spot 1 / Emilia e Toscana

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

A Firenze si contano 25 access point pubblici, destinati a divenire 34 quando diventerà operativo l’accordo siglato con l’Università; numerosi anche quelli privati. Alle porte di Pisa c’è l’esempio virtuoso di Vico Pisano la cui rete comunale senza fili VicoNet si è aperta alla comunità vicarese (famiglie e imprese): per l’acquisto e l’installazione dell’apparecchiatura wireless, compatibile con lo standard wi-fi, si spendono 250 euro, co-finanziati per il 50 per cento dall’amministrazione comunale. Dopo questa spesa, però, la navigazione in banda larga è gratuita e non esistono addebiti per la connessione. Esperienze similari di piccole comunità wireless si espandono a macchia di leopardo: dal precursore San Benedetto Belbo nelle Langhe a Villafranca in Lunigiana, Marsaglia nel Cuneese, Bardi in provincia di Parma.

A Bologna è in corso fino a dicembre una sperimentazione che garantisce la copertura Wi-Fi di un ampia area del centro storico e le vie di collegamento tra la zona universitaria e quella commerciale. E’ la tradizione delle Rete Civica di Bologna, Iperbole, ancora viva, sia pure assai diversa da quella di dieci anni fa. A Piazza Grande cuore della città di Modena è attivo uno dei 2 hot spot cittadini accessibile anche dai caffè che vi si affacciano. L’altro si trova alla biblioteca Civica Delfini e copre sia il palazzo che il cortile. Le spese di iscrizione sono di 1,50 euro, una tantum. In questo caso il progetto è della rete civica Monet. Nella vicina città di Reggio Emilia, dopo il successo dei primi mesi di avvio, è stata estesa fino a fine anno la navigazione gratuita, utilizzando i punti di accesso senza fili dislocati per la città. Le tessere inizialmente predisposte per una navigazione di un’ora soltanto sono state modificate per una connessione senza limiti di tempo. Anche in questo caso si conferma che la disponibilità di un servizio utile fa crescere la domanda.

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hot spot 2 / Torino, Trento e molto di più

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Il comune Torino ha sviluppato un circuito di locali che si trovano in centro città e sono riconoscibili dalla vetrofania webcafè&restaurants dove è attivo un servizio di navigazione senza fili, con il quale consultare i siti web, acquistare on line, leggere la posta elettronica in tutta sicurezza. E’ uno dei risultati della trasformazione della città in occasione delle Olimpiadi invernali.

Quanto ai costi, è stata scelta una formula mista: la consultazione delle pagine di Regione, Comune, università e altre istituzioni è gratuita mentre per la navigazione sulla rete Internet in senso lato si pagano delle tariffe competitive: 10 euro per 20 ore o 25 euro per 50 ore, le tessere prepagate si possono acquistare anche i rete.. Entro fine anno l’infrastruttura wireless comunale si amplia integrando una decina di luoghi pubblici d’interesse per i cittadini.

Gli hot spot pubblici gratuiti comunque avanzano a passo di carica un po’ in tutta Italia.

A Trento il servizio di connessione a banda larga è stato inaugurato lo scorso maggio in occasione della prima edizione del Festival dell’Economia. Nei primi 6 mesi di attività sono oltre 1700 gli utenti registrati.

A Rovereto nel febbraio 2004 il comune ha inaugurato tre hot-spot in luoghi di interesse pubblico, ora diventati 12.

La settimana scorsa è stato approvato dalla giunta comunale di Termoli la realizzazione di un progetto di hot spot pubblico gratuito a piazza degli Insorti d’Ungheria. Le iniziative effettivamente dilagano e un catalogo aggiornato non è possibile se non fidando sulla disponibilità di chi le conosce.

Per questo i lettori sono invitati a contribuire con le informazioni che conoscono. Possono farlo inviando un commento alla pagina Hot Spot. Appena possibile la trasformeremo in un sistema wiki, dove le informazioni siano inserite direttamente.

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Da Wi-Fi a WiMax

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Di Wi-Fi ce n’è più di uno. Tutte queste sigle derivano da un organismo internazionale, lo IEEE, Institute of Electrical and Electronics Engineer, che, giusto per complicarci la vita, si pronuncia «ai triple i») organizzazione internazionale che stabilisce gli standard del mondo elettrico. Il Wi-Fi dunque è più esattamente la tecnologia Ieee 802.11, con una diversa lettera finale. Le diverse sottospecie differiscono per esempio per la frequenza di trasmissione che usano, da cui dipende anche la capacità trasmissiva (quanti megabit al secondo) e il raggio d’azione, che comunque è confinato in poche decine di metri. Quello che conta è che si tratta di una tecnica di trasmissione dei segnali a radiofrequenza, grazie alla quale diversi apparati possono formare una rete locale (Lan) agganciandosi a un punto di accesso, che fa da perno all’intero sistema. In questo modo un ufficio può evitare di stendere cavi e fili per collegare i suoi pc, e permettere a ognuno di spostarsi da una stanza all’altra con il portatile, sempre restano collegato alla Lan. Le cose si fanno ancora più interessanti quando il punto di accesso è a sua volta collegato (con un cavo) alla rete internet. In questo caso, allora, tutti i terminali della Lan non solo possono parlare tra di loro e con il server centrale, ma anche accedere ai servizi dell’internet esterna.

Se il raggio d’azione del Wi-Fi è limitato, ben più ampio, dell’ordine delle centinaia di metri, è quello del WiMax (Worldwide Interoperability for Microwave Access) che poi sarebbe lo standard Ieee 802.16. Questa tecnica si va dispiegando in diversi paesi, ad esempio per collegare tra di loro diversi hot spot Wi-Fi, ma anche per fornire piena connettività telefonica e digitale alle abitazioni, saltando il cosiddetto ultimo miglio (cioè i fili di rame dall’armadio telefonico di strada alle case). Le sperimentazioni più avanzate sono in corso in Corea e Giappone, seguite dagli Stati Uniti. In Italia siamo fermi al palo, dato che il Ministero della

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L'(e) democracy sognata

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Anna Carola Freschi

Già nel 2001 un rapporto della Hansard Society scriveva: «l’alternativa al coinvolgimento del pubblico non è un pubblico non coinvolto, ma un pubblico con una sua propria agenda e ostile verso un processo decisionale che appare ignorarla». Sempre in Inghilterra, a metà novembre, Matthew Taylor, consigliere del primo ministro inglese Tony Blair dichiarava che «la rete può essere fantastica per la democrazia», aggiungendo che vi sono anche possibili controindicazioni, perché in un clima di generale sfiducia verso i politici, dal basso arriverebbero attraverso la rete soprattutto lamentele più che proposte. Insomma, ci sarebbe il rischio di dare spazio a ipercritici e inconcludenti.
Anche in Italia la discussione sulla e-democracy si è estesa oltre la cerchia di un ristretto numero di ‘addetti ai lavori’ (studiosi di reti virtuali e democrazia, utopisti e futurologi, osservatori e pionieri

della frontiera digitale), incoraggiata anche da think thank globali e da alcune politiche pubbliche di livello europeo e nazionale specifiche.

 

Proprio questo improvviso ed ecumenico successo del termine e-democracy, dopo anni di diffidenza della classe politica, così come la crescente enfasi sul tema della partecipazione, sollevato alcuni anni fa dai movimenti altermondialisti consiglia un atteggiamento prudente e una maggiore attenzione critica su vincoli e opportunità aperte dalle sperimentazioni istituzionali. Come noto, in Italia l’idea dell’uso delle reti digitali per favorire nuove esperienze di cittadinanza, si lega alla vicenda delle prime reti civiche. E’ un’idea che, con poche eccezioni, deperisce nel corso dell’ultimo decennio, per cedere il passo ad una versione molto più orientata ai servizi, alla comunicazione istituzionale, al marketing territoriale: una declinazione tendenzialmente tecnocratica della rete civica. Non che un’amministrazione più efficiente sia in contrasto con una democrazia di qualità, ma certo l’efficienza non è il carattere centrale della democrazia. Senza considerare che il concetto di efficienza è legato a quello di razionalità e che di modelli di razionalità ne esistono più d’uno.

Cosa può essere cambiato in questo quadro complessivo negli ultimi anni perché la partecipazione dei cittadini diventi un tema rilevante nell’agenda politica e perché si individui nella tecnologia un valido supporto?

Molto e poco. Molto perché la rete ha dimostrato di essere una potente abilitatrice di partecipazione a partire dalle esperienze dei movimenti, locali e globali, seppur condividendo anche i limiti delle forme-movimento. La rete è diventata una fonte di informazione politica per un numero crescente di cittadine/i che sempre più la usano attivamente come produttori di informazioni e relazioni sociali, con aspettative crescenti in termini di tempestività e trasparenza dell’informazione pubblica. Si dirà che si tratta dei più politicamente attivi: certo, ma stampa e partiti hanno forse un carattere di massa più spiccato oggi? Altra novità, la rete è diventata, anche attraverso i motori di ricerca, un potente filtro sulla realtà.

A ciò si aggiunga che sono cresciute le tensioni fra centro e periferia. I vincoli di spesa sono diventati ancora più pressanti, i processi di esternalizzazione più estesi. I conflitti sociali con specifico riferimento a politiche a forte impatto territoriale si sono fatti più aspri. Per tutti questi motivi le istituzioni politiche, ed in particolare quelle locali, non possono trascurare le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione per la raccolta del consenso.

Ma da altri punti di vista il quadro non è poi così cambiato. Il frame politico dominante con il suo imperativo efficientista è sempre centrale. La crisi di rappresentanza (e di partecipazione) dei partiti – per non parlare della rappresentanza del lavoro e dell’impresa – non sembra per nulla risolta. I partiti hanno usato le reti virtuali adattandole alle loro routine piuttosto che come strumenti di democratizzazione interna. E’ vero che sul versante dei cittadini viene confermata una elevata partecipazione al voto, ma a questo non si accompagna un significativo rilancio della partecipazione nei partiti, verso i quali sembra prevalere lo scetticismo. Le analisi disponibili sulle esperienze di e-democracy sono per lo più concordi nell’indicare i principali problemi. Tra questi lo scarso impegno dei politici nel dialogare e rispondere ai cittadini; lo scarto fra i risultati del dialogo e le ricadute sui processi decisionali; ancora, la debole pubblicizzazione e spesso il mancato collegamento fra sfera virtuale e processi attivati nelle sedi territoriali; infine le tensioni e i blocchi infra-settoriali all’interno delle amministrazioni proponenti e le resistenze dei soggetti collettivi più forti e strutturati, che vedono minacciato il loro controllo sulla rappresentanza. In buona sostanza emerge tanto l’insufficienza della tecnologia ad affrontare i problemi della democrazia quanto la refrattarietà degli intermediari classici della domanda politica (partiti e non solo) a sperimentare al loro interno pratiche partecipative innovative accettandone le implicazioni organizzative.

Guardando dentro le esperienze di e-democracy promosse in Italia scopriremo che l’idea di partecipazione sottesa è davvero molto varia. I particolare molti progetti di e-democracy adottano un’idea campionaria di partecipazione e di democrazia, che rimanda a quel processo di atomizzazione della cittadinanza così limpidamente sintetizzato dal termine ‘tecnopolitica’ coniato da Stefano Rodotà oltre dieci anni fa.

Insomma, si rafforza il timore che l’e-democracy tutta dall’alto, nella sua interpretazione campionaria e minimalista, possa servire più ad incanalare o persino a prevenire la partecipazione piuttosto che ad assecondarla. Soprattutto quando si pensi che una delle
“,0] ); //–> maggiori preoccupazioni all’interno di molte esperienze sembra essere quella di limitare l’influenza dei cittadini più attivi, più organizzati (ma non disciplinati in qualche forma organizzativa standard), in modo da garantire ‘eguali’ opportunità di parola ai cittadini più passivi e disinformati.

Ma allora perché non si investe con maggior incisività sulla democratizzazione della vita dei partiti? Dobbiamo essere perciò definitivamente pessimisti sulle chances offerte dall’e-democracy per la partecipazione? Non proprio, soprattutto se i cittadini e le loro forme organizzate che interpreteranno la partecipazione come uno spazio per l’azione, andando oltre gli schemi preconfezionati loro offerti. La ridistribuzione delle risorse di potere, di agenda e decisionali, fra governanti e governati, con una più ampia e varia presenza dei cittadini nella sfera pubblica è chiaramente un obiettivo conflittuale in sé. Un obiettivo non routinario richiede più ampio accesso dei cittadini alla sfera pubblica e una democratizzazione delle strutture di intermediazione della domanda politica e sociale, adeguate a valorizzare le forme auto-organizzate della cittadinanza, anche sfruttando le opportunità di rete offerte dalle nuove tecnologie come spazi aperti per la discussione e il confronto. Non basta la tecnologia a rilanciare la partecipazione, perché le difficoltà della democrazia non sono tecniche; così come non basta l’iniziativa istituzionale. Riusciranno le esperienze in corso a sottrarsi all’attrazione fatale della democrazia elettronica campionaria? Se i cittadini metteranno hackeristicamente «le mani sulla tecnologia» sarà più facile: altrimenti il rischio che questa diventi uno strumento ulteriore per eludere la domanda di partecipazione diffusa è davvero grande.

(L’intervento esteso di Anna Carola Freschi è disponibile online: https://chipsandsalsa.wordpress.com/2006/11/25/e-democracy/)

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Al primo posto il retrobottega

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

F. C.

Ma che ne è della partecipazione civica in rete, la cosiddetta e-democracy? E tutti i progetti di e-Gov? Secondo Beatrice Magnolfi, sottosegretario all’innovazione tecnologica,«una nuova fase» si impone e ci verrebbe voglia di chiamarlo e-Gov 2.0. Magnolfi, parlando lunedì a Pisa in una conferenza sull’argomento, ha proposto un bilancio del già fatto, non senza qualche sano criticismo. Nella pubblica amministrazione italiana ci sono 17 mila anni/uomo di attività informatiche, il che ne fa la più grande azienda IT del paese. E ci sono stati investimenti massicci, ma gli effetti, sia quelli reali che quelli percepiti dai cittadini, sono bassi. Come mai? Due, in sintesi i motivi. Il primo è l’attenzione prevalente data al front office, lo sportello in rete con le sue interfacce web, rispetto al back office, il retrobottega fatto di persone, procedure e database. Il risultato sono certamente moltissimi siti pubblici (praticamente tutti i comuni ce l’hanno), ma servizi e modalità di interazione poco conosciuti e poco soddisfacenti. Grandi portali, sovente rigonfi, quasi sempre poco usabili. Il secondo motivo, forse inizialmente inevitabile, è l’essersi mossi più per esperimenti pilota che per farne un sistema coerente. Degli exploit insomma, più che una sana e permanente attività di rete. Lo ha confermato l’assessore ligure al bilancio e alle tecnologia, G. B. Pittaluga: in genere si è assistit6o a una visibile sproporzione tra investimenti e risultati.

Magnolfi insiste: bisogna assicurare a tutto il paese una soglia minima di servizi e partecipazione online, ma insieme continuare a spingere e a incentivare le eccellenze. E ancora colmare i molti divari, sia regionali che culturali che limitano l’accesso ai servizi online. L’incontro pisano era dedicato alla e-partecipation, anche per fare il punto dei molti progetti cofinanziati dal precedente ministro all’Innovazione, Lucio Stanca. Molti hanno iniziato il loro percorso, ma come ha fatto notare Fiorella De Cindio dell’università di Milano, il punto debole è la scarsa convinzione di molte amministrazioni che considerano l’Internet e la partecipazione dei cittadini o come fiore all’occhiello, laterale, oppure, ciò che è peggio, come un disturbo. Andrà anche aggiunto che molti in passato hanno accentuato troppo l’aspetto tecnologico, rispetto a quello sociale, come nel caso di un programma «intelligente» destinato a tradurre in italiano le delibere scritte in burocratese, laddove, evidentemente, il problema era semmai il contrario, e cioè di insegnare ai funzionari a ragionare e scrivere come i cittadini. Quel programma per fortuna è stato lasciato cadere: anche lui si occupava solo dell’interfaccia e non agiva sui processi amministrativi retrostanti.

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La banca in tasca del Sud Africa

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Patrizia Cortellessa

La diffusione della telefonia mobile, in alcuni casi una vera e propria esplosione, sta cambiando il quadro generale di molti paesi in via di sviluppo. Sono più di 2,5 miliardi i telefoni mobili al mondo, più della metà posseduta proprio dagli abitanti dei paesi del Terzo Mondo,  dove le linee fisse crescono invece a ritmi lentissimi, visti i costi necessari per alzare pali e stendere fili. Già a partire dalla fine degli anni ’90 alcune innovazioni tecnologiche, e soprattutto i cellulari, entrando a pieno ritmo nella vita quotidiana di molti cittadini, hanno fatto compiere loro enormi balzi in avanti riducendo in parte il gap – fin lì cresciuto in modo esponenziale – rispetto alle nostre ricche “società dell’informazione”.

Inversione di tendenza dunque? Partendo da paesi come l’Africa, dove la diffusione dei cellulari è andata ben oltre le più rosee aspettative degli esperti, e parlando di numeri, si potrebbe affermare di sì, almeno per quel che riguarda la telefonia mobile. Anzi. In alcuni paesi la tecnologia non solo viene in aiuto ma fa evolvere forme di utilizzo addirittura d’avanguardia in occidente ancora non diffuse.  

Può succedere allora che proprio in Sudafrica, dove 16 milioni di persone (il 48 per cento della popolazione adulta) non ha accesso ai servizi finanziari, compresi quelli  bancari, e dove gli stessi telefonini hanno sostituito ormai da tempo le cabine telefoniche, sia ora possibile, ­pigiando semplicemente il tasto di un cellulare, eseguire diverse transazioni economiche. Nel giro di pochi secondi, in qualsiasi ora del giorno o della notte, da qualsiasi parte ci si trovi e con la massima semplicità si possono effettuare operazioni di m-banking (mobile banking) a costo zero o minimo: trasferimenti di denaro verso amici e familiari che vivono in un’altra città (magari ancora più povera di quella da cui parte la rimessa di denaro), effettuare e ricevere pagamenti di merci (fatture e quant’altro), lasciandosi alle spalle l’incubo dello spostamento con contante al seguito e i rischi derivanti. E senza certo rimpiangere quei 58 minuti di attesa (il tempo medio per l’accesso ad un’istituzione finanziaria in Sudafrica).

«Il tempo è denaro», e non soltanto per modo di dire. Vogliamo considerare la differenza che c’è rispetto a eseguire la stessa operazione recandosi in banca di persona? Due ore da passare sul bus (la banca spesso è lontana) e l’accesso agli sportelli è limitato soltanto a certi orari.

«Al momento sembra funzionare», dichiarano oggi al settimanale The Economist i fondatori di Wizzit, (http://www.wizzit.co.za/ ) innovativo erogatore di servizi finanziari, vera e propria banca virtuale che tre anni fa cominciato il proprio business rivolgendosi proprio verso le persone a basso reddito, snobbati in genere dalle banche tradizionali. Wizzit si appoggia alla South African Bank di Athens e ha come sloga promozionale la frase «Una banca nella vostra tasca».

 Positive sembrano essere soprattutto le risposte degli utenti, che considerano questo servizio migliore di quello tradizionale. Una volta raggiunto – come sembra – questo obiettivo, Wizzit se ne prefigge di nuovi: raggiungere quei 16 milioni di africani del sud che non sono clienti bancari, ma che per il 30 per cento hanno un telefono cellulare.

Uno studio è stato realizzato di recente dal Consultive Group to Assist the Poor (Cgap: http://www.cgap.org/). Questa organizzazione, basata in Washington, e ospitata presso la Banca Mondiale, ha come scopo quello di espandere la conoscenza e accesso ai servizi finanziari nei paesi poveri. La ricerca più recente, terzo di una serie sponsorizzata dalla Fondazione Vodafone, si intitola  «Sviluppo economico tramite il cellulare: il caso Sudafrica» (http://www.cgap.org/publications/mobilephonebanking.pdf ) e prende in esame proprio 515 sudafricani a basso reddito (low-incoming)  300 dei quali non avevano accesso a operazioni bancarie e 215 invece clienti di Wizzit. Nove su dieci degli intervistati ritengono «vantaggiose» ed «economiche» le operazioni effettuate tramite m-banking e il 93% ritiene che i propri soldi siano al sicuro come in qualsiasi altra banca. C’è poi da considerare l’impatto sociale. La possibilità di eseguire più facilmente transazioni in denaro favorirebbe le relazioni e, sempre tornando ai risultati del rapporto,  farebbe sentire «più indipendente»  il 52 per cento  delle donne intervistate.

Le operazioni di m-banking sono solo un esempio di un fenomeno in crescita e che non riguarda soltanto il Sudafrica. In Kenia, per dirne una, uno progetto-pilota denominato M-Pesa viene usato per concedere e pagare i microprestiti tramite telefono.  

Nel 2005, dati forniti dalle Nazioni unite, l’entità delle rimesse globali dei migranti ha raggiungo i 232 miliardi di dollari, di cui oltre il 20 per cento, tuttavia, persi però tra spese bancarie e frodi di vario tipo, considerando tutte le forme di trasmissione di denaro. Se invece di rimettere lo stesso nelle mani di qualche «compatriota di fiducia» che poi si dilegua fosse permesso a tutti inviarlo semplicemente pigiando il tasto di un cellulare.

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Convergenze negate

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Lo stop ingiunto dal tribunale di Roma all’offerta di Vodafone si risolverà, quando si risolverà, dopo lunghe e protratte discussioni tra Autorità delle Comunicazioni e relativo Ministero. Ma, indipendentemente dall’esito, una cosa appare chiara: che nella visione dell’ex monopolista Telecom Italia la convergenza fisso-mobile è buona solo quando la si fa in proprio e cattiva quando la fanno gli altri.

 

Quanto al teorico del libero mercato con sane regole, il professor Guido Rossi, ora neo presidente di T Italia, risulta chiarissimo che anche per lui un conto sono i libri accademici e ben altra, invece, è la concreta gestione di interessi di parte, come quelli che egli va tutelando.

 

Spiazzata da un’offerta concorrenziale aggressiva, T Italia non è stata capace di rispondere sul piano del mercato, ma soltanto su quella dei suoi legali; dopodi che magistrati che tutto ignorano delle tecnologie (come anche nel caso del filmato di Google) hanno sentenziato con una rapidità che ai poveri cristi o ai clienti maltrattati non è mai garantita.

 

In generale la convergenza, il passaggio senza sforzi da un operatore a un altro, da un fisso a un mobile, da un apparato Umts a uno che corre sul WiFi sono non solo possibili, ma già attivi nei mercati aperti. E senza dubbio quello il futuro dietro l’angolo, occorre saperlo. Quelle cui oggi assistiamo sono soltanto le inerzie all’inevitabile dilagare dei servizi aperti.

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I due partiti degli anti-partito

Posted by franco carlini su 29 novembre, 2006

Franco Carlini

Vittorio Mete dell’Università di Firenze ha analizzato in un recente articolo scientifico un paradosso che riguarda un po’ tutti i paesi occidentali, che consiste in questo: «da un lato, la democrazia

si estende e si consolida; dall’altro, i cittadini degli stati democratici sono sempre più insoddisfatti

per il funzionamento delle loro democrazie. Si tratta della cosiddetta sindrome del cittadino critico; un cittadino cioè che non mette in discussione il valore della democrazia, ma è insoddisfatto del rendimento del sistema democratico. Tale sindrome, peraltro, non sembra avere una natura passeggera e promette di diventare un aspetto fisiologico della vita democratica». E’ il fenomeno che sta alle radici delle varie esperienze di movimenti della società civile e probabilmente anche del favore raccolto dai leader (almeno un po’) antipolitici, come  

Il testo cui facciamo riferimento si trova sul sito della Società Italiana di Scienza Politica (http://www.sisp.it/sisp_convegnoannuale_paperroom_download.asp?id=501).ed è stato scritto partendo da un’indagini sugli atteggiamenti dei giovani cittadini europei, 8000 dei quali sono stati intervistati nell’ambito del progetto europeo Euyoupart).

Le categorie utilizzate (e sottoposte peraltro a vaglio metodologico critico) sono quelle degli anti-partitici attivi e degli anti-partitici passivi. Entrambi i gruppi hanno un atteggiamento fortemente critico verso la politica e soprattutto verso i partiti, ma si differenziano per le conseguenze che ne traggono. I primi (gli attivi) tendono comunque a impegnarsi politicamente, sia pure in forma invisibile e non tradizionale, nei movimenti come nelle comunità. I secondi invece traducono la loro critica alla politica in disinteresse. Il primo è un antipartitismo da protesta, il secondo da apatia.

Ai giovani intervistati venne chiesto di dire quanto concordassero con la seguente affermazione: « La politica è fatta solo di promesse vuote». La scala dei valori andava dal «fortemente d’accordo» al «fortemente in disaccordo».

I risultati del sondaggio ci dicono alcune cose, una ovvia, che gli «antipartitici passivi»sono più numerosi degli «antipartitici attivi», il che è ragionevole: gli attivi infatti disistimano i partiti, ma credono alla politica e sanno mobilitarsi su opzioni radicali (sia di destra che di sinistra); nei passivi invece sfuma, fino all’indifferenza, la distinzione destra-sinistra. La seconda, a scala europea, dice comunque che l’Italia è tra i paesi europei dove la percentuale di antipartitici è più bassa. Solo il 15,9 su cento, contro il 52,4 dell’Inghilterra e il 31,1 della Germania.

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