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La crisi della carta che non è di carta

Posted by franco carlini su 2 novembre, 2006

Qualche domanda sulla inarrestabile caduta di vendite dei quotidiani. Non è vero che manchi la domanda di informazioni e conoscenze, ma serve tempo per leggere, e si sceglie di leggere solo se ne vale la pena, ossia quando si chiude il giornale almeno un po’ arricchiti. Lo dicono i lettori, anche non comprandoci più

Come spesso avviene nella storia, la causa di una crisi o di un collasso, non è mai una sola. Nel nostro caso se un prodotto che era di successo – il quotidiano – ora si vende meno e continua a perdere clienti può essere che (a) quel tipo di prodotto non corrisponda più ai bisogni, desideri e stili di vita del pubblico, oppure (b) che quei bisogni ancora ci siano, ma che non siano più soddisfatti dall’offerta attuale, e allora il consumatore sceglierà la strada del farne a meno, l’exit.

Nel caso dei giornali sono vere entrambe le cose. il desiderio di essere informati in maniera completa e di avere delle chiavi di lettura della realtà sembra riguardare oggi, nei paesi dell’occidente, solo una parte delle persone; molti altri, invece, vivono tranquilli facendone a meno e questo ritrarsi dalla pubblica piazza, a sua volta, è frutto della crisi delle comunità nazionali (quelle locali in qualche modo sopravvivono, magari facendosi molto solidali al proprio interno, ma ostili verso l’esterno). Il ritiro nel privato discende dall’assenza di speranze e di idee forti per il futuro e dal discredito generalizzato della politica.

Il che non significa che la voglia di sentirsi parte di un progetto sia sparita per sempre. Essa si aggancia, sopravvivendo, a singole questioni, magari locali ma praticabili, dove si può agire. Infiniti episodi confermano che il popolo, la società civile, sovente si mobilitano, non appena abbiano occasioni sensate di farlo. Persino per nominare Prodi candidato, quando la cosa era fuori discussione, ma importava far vedere l’adesione a un progetto. Si direbbe dunque che di un’informazione ben fatta, nonostante tutto, ci sia bisogno e che tale prodotto-servizio possa essere apprezzato e venduto. Sembra altrettanto certo, lo dicono i numeri, che i quotidiani di oggi non rispondano a tale bisogno. Perché sono fatti male? Perché altri mezzi di comunicazione lo fanno meglio? O per quale altro motivo?

 

C’è intanto, e non da oggi, un problema di sovrabbondanza dell’informazione, che il web ha ulteriormente accresciuto. Un’indagine dell’università di Berkeley, dice che nell’anno 2002, si sono prodotti 5 exabyte (miliardi di miliardi) di nuova informazione digitale, dove quella che scende su carta è una percentuale minima, lo 0,03 per cento, e i quotidiani solo l’8,4 per cento dei documenti di carta. Il che conferma l’irrilevanza percentuale dei giornali, i quali si trovano nel bel mezzo di quella che viene chiamata Economica dell’attenzione: c’è un’abbondanza enorme di contenuti informativi, di conoscenza e di intrattenimento cui corrisponde però una risorsa scarsa, il tempo delle persone per usufruirne. Ogni sera una singola persona può decidere se leggere un libro, ascoltare della musica, vedere la televisione, navigare sull’internet, giocare con i figli, fare l’amore, andare al bar con gli amici, andare a cinema o a teatro. Con l’unica eccezione della radio, che si lascia ascoltare mentre si fa dell’altro, tutte queste attività sono mutuamente esclusive.

In questo quadro chi vuole essere informato ha molteplici possibilità, molte delle quali prima non c’erano: non solo radio e tv, ma anche internet e cellulari. La notizia dell’incidente nella metropolitana di Roma era nota alla gran parte degli italiani nel giro di pochi minuti, attraverso telefonate e Sms. Da quando milioni di italiani hanno accesso all’internet in casa o in ufficio, il bisogno di avere un orario dei treni è caduto e se ne vendono molti di meno. Analogamente per i cinema in programmazione nella propria città, accuratamente riportati da una molteplicità di siti. E gli esempi potrebbero allungarsi all’infinito.

Ma fin qua si tratta solo di sostituzione: stessi contenuti di prima che però possono essere raggiunti con altri canali, istantaneamente e gratuitamente. Che il Corriere o la Stampa possano essere letti dal web, abbonandosi, non altera significativamente il quadro: c’è sempre una redazione che scrive per il giorno dopo, e lo fa con i formati e lo stile consolidato del quotidiano di carta; il web è solo un canale di distribuzione aggiuntivo; l’ipertestualità e la multimedialità tipici della rete quasi non esistono e vengono semmai affidati ai siti paralleli delle stesse testate classiche, www.corriere.it, www.lastampa.it eccetera.

La citazione della Stampa non è casuale perché il 19 novembre cambierà totalmente formato e insieme rinnoverà in maniera profonda il suo sito web. Una discussione tra i lettori segnala quanto il problema dell’insufficienza dei quotidiani sia sentito. Scrive per esempio Enzo La Barbera da Palermo: «Quando apro un quotidiano nazionale ho l’impressione di leggere il giornale del giorno prima. Quasi tutte le notizie sono state ampiamente dette da Tv, Internet, Televideo ecc. Cerco allora la ‘firma’ autorevole per un’opinione di qualità. Se manca non provo interesse…». Che poi, a ben vedere, è quanto sostenne a suo tempo il politologo americano Neil Postman: «i giornali dovrebbero disinteressarsi dell’informazione e interessarsi alla conoscenza». Dove per conoscenza si deve intendere «un’informazione organizzata, ovvero un’informazione racchiusa in un contesto, che ha una finalità, che spinge a cercare altre informazioni per capire qualcosa del mondo. Senza un’informazione organizzata possiamo conoscere qualcosa che capita nel mondo, ma capiamo pochissimo del mondo» (Come sopravvivere al futuro, Orme editori, Milano, 2003).

Questo è anche il consiglio, interessato, che Pelle Törnberg, chief executive del gruppo Metro di giornali free press, dà ai quotidiani a pagamento: il solo modo in cui essi possono sopravvivere è di diventare più specializzati, alzare il loro prezzo e investire di più in migliori squadre giornalistiche (The Economist, 26 agosto 2006).

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