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L’assassino quotidiano

Posted by franco carlini su 2 novembre, 2006

Alla ricerca dell’assassino dei quotidiani. Ma i colpevoli sono gli editori che hanno trasformato uno spazio pubblico di carta in un negozio di gadget e, contemporaneamente, in strumento di pressione politica sulla società, alla quale vogliono dettare l’agenda dei lavori e dei problemi. La Free Press rompe il velo e cerca solo pubblicità

«Is web killing the press»? Il web sta uccidendo la stampa? Questo il convegno che il centro studi Thinktel organizza con il Sole 24 Ore per il prossimo 24 novembre, a Milano, chiaramente ispirandosi a un dossier dell’Economist del 24 agosto che aveva un titolo altrettanto sanguinolento: «Who killed the newspaper?», ovvero «Chi ha ucciso il quotidiano?». Si notino le sfumature: per il settimanale inglese il processo è già avvenuto e si tratta semmai di capire chi è il colpevole. Qui in Italia ci si chiede più speranzosi se il delitto stia davvero avvenendo.

Il mercato dei quotidiani è stato finora protetto dalla barriera linguistica (non sono possibili, in maniera massiccia, invasioni di prodotti stranieri), da una tecnologia stabile – semmai razionalizzata dalla sostituzione delle linotype con i computer – e da un compito socialmente riconosciuto e apprezzato, la diffusione tra i cittadini di notizie utili e interessanti per la vita civile. Ma non deve sfuggire il fatto che i media da sempre si sono assegnati un’altra missione, anche più importante, quella di stabilire la cornice, il frame, in cui le notizie hanno rilevanza e dunque di fissare l’agenda alla politica. Se la CocaCola ha come ragione sociale il vendere più lattine possibili, il fine vero di molti editori non è di fare profitti vendendo notizie, ma di influenzare i governi, sostenendo, sia direttamente, che indirettamente, gli interessi, legittimi ma di parte, dei loro proprietari. Sono lobby a tutti gli effetti che da un lato cercano di ispirare il pubblico dei propri lettori e dall’altro il quadro politico.

Il tema del frame è stato studiato dal docente di Berkeley George Lakoff (vedi il box nella pagina a fianco) e la sua specificità nel giornalismo italiano è analizzata dallo studioso Carlo Sorrentino nel suo ultimo saggio (Il campo giornalistico, Carocci).

Si noti anche che la questione dei nuovi media che incalzano e minacciano la stampa, di questi tempi, è agitata come un comodo alibi, un nemico oscuro, dalla Federazione degli editori (Fieg) che rifiuta di aprire le trattative con il sindacato dei giornalisti (Fnsi). La federazione sostiene infatti che l’emergere dei nuovi mezzi di comunicazione rende onerose le condizioni dell’editoria classica e che perciò di contratto non se ne parla nemmeno, a meno che non sia al ribasso. La posizione della federazione degli editori è leggibile sul loro sito web (www.fieg.it), la cui totale bruttezza conferma che effettivamente essi sono assai arretrati quanto a capacità di comunicare in rete.

Qualche nota tuttavia è utile. Intanto la crisi dei giornali non è di oggi e non ha come unica causa lo sviluppo impetuoso del web. Guardiamo i grafici americani: il picco massimo di vendite è del 1985, con quasi 63 milioni di copie vendute, dopo di che, e in particolare negli anni ’90, la discesa si fa netta e inarrestabile, fino ai 53 milioni dell’anno scorso. Dunque ha multiple cause, anche se la presenza del web probabilmente ha accelerato il fenomeno negli ultimi anni, spingendo in giù la curva.

Gli editori per lungo tempo hanno sottovalutato la crisi anche perché, mentre le copie calavano, restavano alti gli introiti pubblicitari. Erano 25,1 miliardi di dollari, in America nel 1985 e sono stati 47,4 nel 2005. Sabato scorso i due settimanali femminili italiani, Io Donna (Corriere della Sera) e Donna D (Repubblica), avevano entrambi 500 pagine, per un peso complessivo di 1,8 kg circa.

Ma se i lettori scendono troppo, anche gli inserzionisti saranno meno attratti e questo è uno dei motivi per cui sono stati inventati i supplementi e i gadget con i quali poter certificare una tiratura dignitosa. Ed è esattamente il meccanismo in base al quale alcuni gruppi editoriali hanno deciso di saltare il fosso passando alla free-press dove il modello si rovescia da capo a piedi. Nel giornalismo classico contano i contenuti di valore, che porteranno lettori, i quali, se numerosi, attireranno a loro volta l’interesse degli investitori di pubblicità. Nella free press, i contenuti sono quasi inessenziali, hanno un costo di produzione basso, la carta è poca e brutta, ma l’importante è poter dimostrare ai centri media che pianificano le inserzioni, che quelle paginette vanno in mano a milioni di persone, tutti i giorni. Non per caso è in atto un robusto braccio di ferro da parte degli editori gratuiti che chiedono di essere anche loro certificati, per poter sventolare con credibilità i numeri della loro diffusione. Quello free è un giornale che non si sceglie (non c’è un atto d’acquisto), ma che viene messo in mano; non presume di essere di qualità, ma si fa accettare solo perché non costa nulla a chi lo riceve. Fa eccezione in questo quadro il recente lancio di e-polis (www.epolis.sm/), un quotidiano gratuito dell’editore Nicola Grauso, presente in 15 città, da Treviso a Roma e Milano, che con le sue 64 pagine vuole essere un giornale-giornale. Il progetto (25 milioni di investimento) è ambiziosissimo e visto con grande preoccupazione dagli altri editori: se avrà successo molti potrebbero fare a meno del Messaggero o della Stampa (che non per caso sta correndo verso il tabloid).

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