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Allarme assuefazione per i malati del web

Posted by franco carlini su 9 novembre, 2006

Una ricerca californiana suggerisce che una percentuali del popolo della rete, navighi troppo, diventando dipendente e sviluppando una vera e propria patologia. Riemergono vecchie paure riguardo alle tecnologie digitali, che trascurano la faccia sociale e positiva del problema

Patrizia Cortellessa

Malati da web? Sembrerebbe proprio di sì, stando ai risultati del recente studio condotto dalla Stanford University School of Medicine, in California, sui comportamenti delle comunità onlineamericane. I risultati delle interviste telefoniche, condotte su un campione di 2.581 utenti e realizzate nella primavera ed estate 2004 da ricercatori americani, sono stati pubblicati sul numero di ottobre di “Cns Spectrums: The International Journal of Neuropsychiatric Medicine“. Sorprendono e, soprattutto, fanno riflettere.

Secondo il rapporto uno statunitense su otto ( il 12,5 per cento) confessa di non riuscire a fare a meno del web per più di qualche giorno; il 9 per cento cerca di nascondere la propria debolezza, vergognandosene. Come per ogni dipendenza, i cui effetti in questo caso vanno dalla trascuratezza del proprio aspetto fisico a quello della salute, c’è chi vorrebbe smettere o, almeno, diminuire il dosaggio (12 per cento) sfuggendo all’assuefazione.

“Spesso ci concentriamo su quanto sia meraviglioso questo mezzo, e come la sua efficienza semplifichi le nostre vite …” afferma lo psichiatra Elias Aboujaoude autore dell’indagine, che aggiunge: “ma dovremmo iniziare anche a valutare gli effetti collaterali che provoca su alcune persone”. Vediamo allora queste percentuali così sorprendenti: il 68,9 per cento degli intervistati accedono alla Rete con regolarità; il 12,4 collegato più a lungo di quanto si era prefissato; il 12 riconosce di aver bisogno di un periodo di pausa da Internet. Ma quello che preoccupa gli studiosi è specialmente quell’8,2 per cento di popolo web che utilizza Internet per sfuggire dai problemi quotidiani e alla depressione, il che richiama alla mente il rapporto dell’alcolista con la bottiglia. Un 5,9 ammette altresì che la vita virtuale ha minato i rapporti con le persone amate. In realtà il problema della dipendenza da web non è una vera e propria sorpresa, ma una tendenza che negli anni potrebbe però tramutarsi in un vero problema sociale. In Olanda nel luglio scorso è stata inaugurata la prima clinica per hard core gamer.

“Non un disordine mentale clinico ma una situazione da tenere sotto osservazione”, conclude Elias Aboujaoude, ricordando ancora che negli Stati uniti è in crescita il numero di coloro che si rivolgono allo psichiatra a causa del malsano rapporto con il web. Aggiunge anche, peraltro, che c’è disaccordo tra gli studiosi se l’uso problematico dell’Internet sia un fenomeno patologico distinto o semplicemente un’espressione di altre patologie come la depressione o il disordine ossessivo-compulsivo.

Proprio qui stanno gli interrogativi, anche scientifici: se una persona va ossessivamente al cinema o passa il suo tempo a leggere e rileggere i Promessi Sposi, questo senza dubbio è indice di un problema di quella persona e non significa certamente che il povero Manzoni scateni della patologie. E del resto, un po’ per moda, un po’ per la vocazione degli psichiatri americani a classificare tutto nel librone delle patologie, non è la prima volta che l’uso della rete o dei videogames vengono trascinati in questa polemica. E’ successo fin dalla metà degli anni ’90, quando l’Internet esplose come fenomeno di massa. Certamente la macchina computer e la macchina da videogiochi, tipo Game Boy hanno una grande attrazione per i soggetti che abbiano difficoltà di relazione con gli altri; da un lato permettono di fuggire dalle situazioni di tensione, rifugiandosi in un altro mondo (lo si può fare anche chiudendosi in camera a guardare il soffitto, ascoltando musica con le cuffiette, immergendosi nella lettura); dall’altro offrono comunque una qualche parvenza di relazione con gli altri, anche se lontani e anche quando si interagisca soltanto con un software. Possono diventare compulsivi, ma anche, se ben usati, avere una funzione di sollievo e persino terapeutica.

Nello stesso tempo sembra definitivamente caduta l’idea che l’Internet comporti automaticamente isolamento: soli e artistici davanti al computer. Di fatto, segnalano in molti, c’è il lato luminoso della rete, ovvero la possibilità che essa offre di allacciare o recuperare relazioni sia con persone che prima non si conoscevano, sia con amici fisicamente lontani o che si erano persi di vista. Anzi la rete, così come i messaggini sul cellulare, non sono affatto in contrasto con il faccia a faccia: servono per darsi appuntamenti fisici e consentono un dialogo talora più diretto di quello verbale: quante dichiarazioni d’amore o comunicazioni di rotture stanno avvenendo per questi canali, da parte di un popoli di timidi e insicuri? Più invadente, ma non per questo patologica, è semmai la crescente diffusione della posta elettronica che arriva sul cellulare o su quegli oggettini da tasca chiamati Blackbarry, assai di moda tra i manager e le managerini. Squilla la posta, sull’apparato sempre acceso, e sollecita insieme la curiosità come l’ansietà. Spegnere, spegnere, disconnettere è la ricetta, talora più difficile che smettere di fumare.

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