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metafore / magari la politica fosse un suk

Posted by franco carlini su 23 novembre, 2006

F. C.

Massimo D’Alema, in versione ministro, è meno pungente di un tempo, ma comunque efficace con la parole. Chiesto di commentare il licenziamento di Donal Rumsfeld, dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani negli Stati uniti, ha risposto semplicemente «E’ la democrazia, bellezza», citazione di una delle frasi più memorabili del giornalismo indipendente. La pronunciò infatti il direttore Ed Hutchinson (Humphrey Bogart) nel film «L’ultima minaccia» (1952), così rintuzzando le pressioni di un boss. La frase originale è «That’s the press, baby. The press! And there’s nothing you can do about it. Nothing!».

Ottimo. Meno felice invece, e semmai decisamente fuorviante, è stato il commento dello stesso D’Alema al tormentato percorso della legge finanziaria: «Abbiamo venduto molto male un prodotto che si rivelerà molto meno negativo di come è stato recepito». Il che rimanda alla questione della cattiva comunicazione politica, perenne alibi di tutti i governanti. Altri risponderanno che, trattandosi di un prodotto cattivo, proprio per questo non riescono a piazzarlo.

Ma anche ammettendo con D’Alema che il prodotto sia valido, tuttavia c’è qualcosa che non funziona nella metafora troppo facile e ormai troppo logora, della politica come mercato, dove dei venditori-partiti propongono i loro programmi e dove gli acquirenti-elettori li acquistano votando. L’uso di questa figura retorica conferma che il deleterio luogo comune secondo cui tutto è mosso dall’utile e dal mercantilismo e che la democrazia possa essere descritta in termini di transazioni si è insinuato anche nelle teste più colte della sinistra. Lo stesso D’Alema aggiungeva che «sembra di trovarsi in un gigantesco suk arabo» e questa seconda metafora è comparsa anche in diversi altri commenti. L’ha usata per esempio Curzio Maltese, scrivendo del «variopinto suk allestito in Senato», con evidente valore negativo.

Eppure, piuttosto che da Wall Street, la politica semmai è meglio rappresentata dalla piazza del mercato, cioè un luogo dove avvengono anche delle transazioni economiche, ma dove si svolgono soprattutto delle conversazioni tra persone. Un sistema di scambi comunicativi, anche litigiosi e conflittuali, dove il prodotto non scende dall’alto, ma è il risultato di una molteplicità di atti linguistici. E’ la differenza tra il «comunicare a» e il «comunicare con».

Valga per tutte questa citazione da un volume che dalla metà degli anni ’90 è un classico delle nuove teorie del mercato: «Alcune centinaia di anni fa c’era la piazza del mercato. I mercanti ritornavano da mari lontani con spezie, sete e pietre preziose e magiche. Delle carovane arrivavano attraverso deserti brucianti portando datteri e fichi, serpenti, pappagalli e scimmie, strane musiche e strani racconti. La piazza del mercato era il cuore della città … La gente si alzava presto e veniva qui per il caffé e le verdure, le uova e il vino, le pentole e i tappeti, gli anelli e le collane, i regali e i dolci Venivano qui per guardare e ascoltare e meravigliarsi, per comprare e per divertirsi. Ma molti venivano qui soprattutto per incontrarsi gli uni con gli altri. E per parlare». Il volume si intitola The Cluetrain Manifesto (http://cluetrain.com ) e il suo sottotitolo dice appunto che «i mercati sono conversazioni». E’ stato una sorta di bibbia dell’internet nascente. In Italia è stato pubblicato da Fazi editore ed è ancora disponibile, oltre che attuale.

Se lo si guarda in questa luce, non c’è nulla di sgradevole nel suk che è un luogo, pubblico, dove le persone vanno essenzialmente per due motivi: intanto per vendere-comprare, e dunque per dotarsi di beni materiali di sussistenza, così soddisfacendo un bisogno primario, modernamente mediato dalla moneta, ma un tempo anche, più banalmente dal baratto. Ma ci vanno anche, e talora soprattutto, per raccontare, pettegolare, stare in contatto e dunque mosse da un desiderio di acquisire e coltivare dei beni immateriali, dei beni di relazione. Alla fine della giornata torneranno eventualmente con più denari in tasca, ma anche essendosi arricchiti di conoscenza e con dei progetti di vita comune, che si tratti di una festa la settimana successiva o di un pellegrinaggio alla Mecca, o qualsiasi altra cosa da fare insieme ad altri.

Certamente anche nella sale delle grida di borsa la gente si parla, ma nevrotica, agitata, a gesti e urla, e solo per scambiare azioni al miglior prezzo. Poi ognuno per sé. Nei mercati africani come asiatici, il ritmo è rilassato, non c’è lo spasmo, ci sono sorrisi e amicizie; perché dunque diffamarli di continuo, non senza un velo inconscio di razzismo?

A voler essere paradossali, ma nemmeno poi troppo, tutto questo lavorio attorno alla finanziaria, fatto di manifestazioni e lobby, di incontri ufficiali (i famigerati «tavoli» concertanti) e di campagne giornalistiche, non solo è normale, ma anche utilmente trasparente, quali che siano gli esiti e le valutazioni politiche che ognuno ne trarrà. Non è anche questo, e per fortuna, «la democrazia, baby?».

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Una Risposta to “metafore / magari la politica fosse un suk”

  1. […] Sono passati più di dieci anni dalla pubblicazione del Cluetrain Manifesto e, diversamente da altri, sono convinto che le tesi pubblicate non siano più tanto attuali o perlomeno che sia arrivato il momento di rivederle visto che oramai vengono messe in pratica al contrario. […]

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