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L'(e) democracy sognata

Posted by franco carlini su 30 novembre, 2006

Anna Carola Freschi

Già nel 2001 un rapporto della Hansard Society scriveva: «l’alternativa al coinvolgimento del pubblico non è un pubblico non coinvolto, ma un pubblico con una sua propria agenda e ostile verso un processo decisionale che appare ignorarla». Sempre in Inghilterra, a metà novembre, Matthew Taylor, consigliere del primo ministro inglese Tony Blair dichiarava che «la rete può essere fantastica per la democrazia», aggiungendo che vi sono anche possibili controindicazioni, perché in un clima di generale sfiducia verso i politici, dal basso arriverebbero attraverso la rete soprattutto lamentele più che proposte. Insomma, ci sarebbe il rischio di dare spazio a ipercritici e inconcludenti.
Anche in Italia la discussione sulla e-democracy si è estesa oltre la cerchia di un ristretto numero di ‘addetti ai lavori’ (studiosi di reti virtuali e democrazia, utopisti e futurologi, osservatori e pionieri

della frontiera digitale), incoraggiata anche da think thank globali e da alcune politiche pubbliche di livello europeo e nazionale specifiche.

 

Proprio questo improvviso ed ecumenico successo del termine e-democracy, dopo anni di diffidenza della classe politica, così come la crescente enfasi sul tema della partecipazione, sollevato alcuni anni fa dai movimenti altermondialisti consiglia un atteggiamento prudente e una maggiore attenzione critica su vincoli e opportunità aperte dalle sperimentazioni istituzionali. Come noto, in Italia l’idea dell’uso delle reti digitali per favorire nuove esperienze di cittadinanza, si lega alla vicenda delle prime reti civiche. E’ un’idea che, con poche eccezioni, deperisce nel corso dell’ultimo decennio, per cedere il passo ad una versione molto più orientata ai servizi, alla comunicazione istituzionale, al marketing territoriale: una declinazione tendenzialmente tecnocratica della rete civica. Non che un’amministrazione più efficiente sia in contrasto con una democrazia di qualità, ma certo l’efficienza non è il carattere centrale della democrazia. Senza considerare che il concetto di efficienza è legato a quello di razionalità e che di modelli di razionalità ne esistono più d’uno.

Cosa può essere cambiato in questo quadro complessivo negli ultimi anni perché la partecipazione dei cittadini diventi un tema rilevante nell’agenda politica e perché si individui nella tecnologia un valido supporto?

Molto e poco. Molto perché la rete ha dimostrato di essere una potente abilitatrice di partecipazione a partire dalle esperienze dei movimenti, locali e globali, seppur condividendo anche i limiti delle forme-movimento. La rete è diventata una fonte di informazione politica per un numero crescente di cittadine/i che sempre più la usano attivamente come produttori di informazioni e relazioni sociali, con aspettative crescenti in termini di tempestività e trasparenza dell’informazione pubblica. Si dirà che si tratta dei più politicamente attivi: certo, ma stampa e partiti hanno forse un carattere di massa più spiccato oggi? Altra novità, la rete è diventata, anche attraverso i motori di ricerca, un potente filtro sulla realtà.

A ciò si aggiunga che sono cresciute le tensioni fra centro e periferia. I vincoli di spesa sono diventati ancora più pressanti, i processi di esternalizzazione più estesi. I conflitti sociali con specifico riferimento a politiche a forte impatto territoriale si sono fatti più aspri. Per tutti questi motivi le istituzioni politiche, ed in particolare quelle locali, non possono trascurare le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione per la raccolta del consenso.

Ma da altri punti di vista il quadro non è poi così cambiato. Il frame politico dominante con il suo imperativo efficientista è sempre centrale. La crisi di rappresentanza (e di partecipazione) dei partiti – per non parlare della rappresentanza del lavoro e dell’impresa – non sembra per nulla risolta. I partiti hanno usato le reti virtuali adattandole alle loro routine piuttosto che come strumenti di democratizzazione interna. E’ vero che sul versante dei cittadini viene confermata una elevata partecipazione al voto, ma a questo non si accompagna un significativo rilancio della partecipazione nei partiti, verso i quali sembra prevalere lo scetticismo. Le analisi disponibili sulle esperienze di e-democracy sono per lo più concordi nell’indicare i principali problemi. Tra questi lo scarso impegno dei politici nel dialogare e rispondere ai cittadini; lo scarto fra i risultati del dialogo e le ricadute sui processi decisionali; ancora, la debole pubblicizzazione e spesso il mancato collegamento fra sfera virtuale e processi attivati nelle sedi territoriali; infine le tensioni e i blocchi infra-settoriali all’interno delle amministrazioni proponenti e le resistenze dei soggetti collettivi più forti e strutturati, che vedono minacciato il loro controllo sulla rappresentanza. In buona sostanza emerge tanto l’insufficienza della tecnologia ad affrontare i problemi della democrazia quanto la refrattarietà degli intermediari classici della domanda politica (partiti e non solo) a sperimentare al loro interno pratiche partecipative innovative accettandone le implicazioni organizzative.

Guardando dentro le esperienze di e-democracy promosse in Italia scopriremo che l’idea di partecipazione sottesa è davvero molto varia. I particolare molti progetti di e-democracy adottano un’idea campionaria di partecipazione e di democrazia, che rimanda a quel processo di atomizzazione della cittadinanza così limpidamente sintetizzato dal termine ‘tecnopolitica’ coniato da Stefano Rodotà oltre dieci anni fa.

Insomma, si rafforza il timore che l’e-democracy tutta dall’alto, nella sua interpretazione campionaria e minimalista, possa servire più ad incanalare o persino a prevenire la partecipazione piuttosto che ad assecondarla. Soprattutto quando si pensi che una delle
“,0] ); //–> maggiori preoccupazioni all’interno di molte esperienze sembra essere quella di limitare l’influenza dei cittadini più attivi, più organizzati (ma non disciplinati in qualche forma organizzativa standard), in modo da garantire ‘eguali’ opportunità di parola ai cittadini più passivi e disinformati.

Ma allora perché non si investe con maggior incisività sulla democratizzazione della vita dei partiti? Dobbiamo essere perciò definitivamente pessimisti sulle chances offerte dall’e-democracy per la partecipazione? Non proprio, soprattutto se i cittadini e le loro forme organizzate che interpreteranno la partecipazione come uno spazio per l’azione, andando oltre gli schemi preconfezionati loro offerti. La ridistribuzione delle risorse di potere, di agenda e decisionali, fra governanti e governati, con una più ampia e varia presenza dei cittadini nella sfera pubblica è chiaramente un obiettivo conflittuale in sé. Un obiettivo non routinario richiede più ampio accesso dei cittadini alla sfera pubblica e una democratizzazione delle strutture di intermediazione della domanda politica e sociale, adeguate a valorizzare le forme auto-organizzate della cittadinanza, anche sfruttando le opportunità di rete offerte dalle nuove tecnologie come spazi aperti per la discussione e il confronto. Non basta la tecnologia a rilanciare la partecipazione, perché le difficoltà della democrazia non sono tecniche; così come non basta l’iniziativa istituzionale. Riusciranno le esperienze in corso a sottrarsi all’attrazione fatale della democrazia elettronica campionaria? Se i cittadini metteranno hackeristicamente «le mani sulla tecnologia» sarà più facile: altrimenti il rischio che questa diventi uno strumento ulteriore per eludere la domanda di partecipazione diffusa è davvero grande.

(L’intervento esteso di Anna Carola Freschi è disponibile online: https://chipsandsalsa.wordpress.com/2006/11/25/e-democracy/)

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