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Convergenze negate

Posted by franco carlini su 7 dicembre, 2006

Agostino Giustiniani

Due tribunali, un ministero e un’Autorità delle comunicazioni sono stati chiamati a pronunciarsi sulla più recente proposta commerciale di Vodafone : abbandonate la linea fissa di Telecom Italia, facendo sì  che le chiamate da e per quel numero passino per un cellulare Vodafone scelto dal titolare. Il canone T Italia diventa un abbonamento Vodafone. La querelle finirà, probabilmente, con una sentenza pilatesca: Vodafone vada avanti, ma solo su di un numero ristretto di clienti, in via sperimentale. Dove non si capisce cosa ci sia da sperimentare, dato che la tecnologia è banale: si tratta solo di passare a Vodafone, in un punto di interconnessione, la chiamata indirizzata a un fisso di T Italia, così come già oggi viene fatto per chi abbia scelto un altro operatore fisso come Fastweb.  Dirottare una telefonata a un operatore fisso o mobile non dovrebbe fare differenza, né pratica né normativa, se questo ha tutte le autorizzazioni in regola. Chi, come Luca Cordero di Montezemolo,  lamenta il ritardo italico nello sviluppare soluzioni innovative e nell’aprire i suoi mercati  avrà da riflettere sui freni generati dalle situazioni di quasi monopolio. Guardi in casa confindustriale per chiarirsi le idee, tra un convegno e l’altro.

Oltre a tutto questa operazione è con tutta evidenza provvisoria perché le tecnologie esistenti hanno  già decretato la fine del numero fisso di casa come unico recapito, come punto cui agganciare le proprie comunicazioni. Negli appartamenti dell’Italia di oggi, vivono già numerosi cellulari che vengono freneticamente usati anche lì, in cucina come in salotto; il telefono cellulare e il relativo numero hanno infatti il pregio di essere assolutamente personali e per fortuna non capita più che Luca chiami Deborah e che la mamma di Deborah, avendo risposto lei, dica: «c’è un certo Luca», con aria interrogativa e insieme inquisitoria. Ci si chiude in camera e si chiacchiera in uscita e in entrata con tutti i Luca che si vuole.

Che T Italia voglia difendere in tutti i modi i suoi abbonati fa parte del suo mestiere e del resto finora c’è riuscita benissimo, mentre gli altri ex monopolisti europei hanno perso quote ben maggiori di abbonati, per effetto della concorrenza. Per le pratiche anticoncorrenziali messe in opera del resto è già stata più volte sanzionata. Nello stesso tempo continua implacabile a rendere insoddisfatti i suoi clienti: provate a passare dall’aDsl di Tin (di Telecom Italia) ad Alice   (di Telecom Italia), il risultato sarà di restare senza rete per giorni. L’autore di queste righe, per esempio, è Telecom da sempre, ma risulta ignoto a tutti i Call Center della Telecom stessa. Esiste solo sulle bollette.

La strada scelta da anni dall’ex monopolista è quella di utilizzare il controllo della rete fissa per proporre, in anticipo sui concorrenti (altri operatori e Internet Provider) soluzioni più spinte, per esempio una larghezza di banda maggiore. Nello stesso tempo ha ben evidenziato che non intende assolutamente coprire in banda larga i molti pezzi d’Italia poco convenienti, così decretando che il digital divide resterà. 

Di fronte all’aggressiva proposta di Vodafone diretta ai suoi clienti, Telecom poteva reagire offrendo la stessa offerta e magari di più: «stacca il numero fisso e tieniti solo quello di Tim». Ha in casa tutte le tecnologie, tutte le competenze e le strutture di marketing per farlo. Ha scelto invece il tribunale civile di Roma il quale ha deciso provvisoriamente in suo favore con una rapidità di cui non possono godere i poveri cristi né gli eventuali clienti insoddisfatti.  Se non l’ha fatto un motivo probabilmente c’è:  l’opzione di scorporare Tim per risanare i conti di Olimpia e Pirelli è lungi dall’essere svanita. La qual cosa ha molto senso per Tronchetti Provera e Benetton, ma molto meno per gli azionisti sparpagliati e per i clienti di T Italia.

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