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prometeo 2 / L’errore di Galileo

Posted by franco carlini su 7 dicembre, 2006

L’universo, immenso libro non lo si può capire se non se ne impara prima la lingua ed esso «è scritto in lingua matematica». Così Galileo nel Saggiatore. E tuttavia, scrive Cini (p. 7) « Galileo aveva torto. È un pregiudizio neoplatonico identificare il carattere ‘oggettivo’ della conoscenza scientifica con la scoperta del linguaggio matematico in cui l’universo è scritto. La realtà è talmente ricca, complessa e articolata da non essere rappresentabile se non dopo averne  selezionato, all’interno dell’infinita varietà dei suoi differenti aspetti, alcuni tratti riconosciuti, nel contesto storico dato e per ogni disciplina, come fondamentali. Utilizzando una ben nota e calzante metafora, la scienza è l’insieme delle possibili mappe diverse. E, come si sa, confondere la mappa con il territorio, è un grave errore epistemologico».

La citazione si riferisce a una questione centrale nella storia e nella filosofia della scienza. Il «realismo ingenuo» di alcuni scienziati sostiene che la realtà fisica esista di per sé e che il compito della scienza sia solo quella di disvelarla al meglio; in questo senso è platonismo. Il fatto che così facendo sia stato possibile creare delle applicazioni tecniche che funzionano, sarebbe la dimostrazione che la realtà è proprio reale. Altri, in molte sfumature, hanno sostenuto invece che la realtà è solo percepita, solo un prodotto delle nostre costruzioni mentali e concettuali, un relativismo estremo. Di fronte a questi due atteggiamenti, tra di loro irriducibili, l’autore sostiene che sono entrambe sbagliate perché l’immagine del mondo che abbiamo «è frutto di un’esplorazione da parte della nostra specie nel corso dei millenni della nostra storia, interpretata per mezzo di categorie elaborate socialmente». In questo approccio scienza e conoscenza tornano nella storia, frutti di un a continua interazione tra natura e cultura.

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Una Risposta to “prometeo 2 / L’errore di Galileo”

  1. Aggiungo un mio commento, scritto qualche tempo fa:

    Per quanto la retorica possa apparire estranea, addirittura antitetica, alla scienza, paradossalmente essa risulta invece essere la sua forma principale di comunicazione, nelle pubblicazioni, nelle presentazioni alle conferenze o negli articoli di divulgazione sulla stampa, alla radio o in televisione. Potrebbe sembrare solo una questione di strategie di traslitterazione del messaggio, da affidare a studiosi di semantica, ma accettare che la comunicazione avvenga principalmente per via retorica, con modalità che sottintendono un atteggiamento formale e non confidenziale, non è mai una necessità. La regressione alla retorica è lo specchio di una situazione tacitamente accettata nella quale gli scienziati fanno le scoperte, traggono le conclusioni e, con l’aiuto dei professionisti, le “traducono” per i profani nel linguaggio corrente. È un’indicazione rilevante: implicitamente, si considera l’intercomunicazione della scienza con gli altri come un’operazione unidirezionale.
    Da Galileo in poi, il principale mezzo di espressione per descrivere le leggi naturali è stato la matematica, asettica e simbolica. Occorre considerare, tuttavia, che a mano a mano che la scienza è diventata più astratta e lontana dall’esperienza quotidiana, nel linguaggio comune il ruolo della metafora per la descrizione del mondo è diventato sempre più importante (si pensi all’analogia fra sistema solare e struttura atomica di Bohr; ma anche alla difficoltà di rappresentazione di una supernova o di una molecola proteica, non descrivibili che con modelli astratti). Nel linguaggio della scienza la metafora è però accettata solo come un espediente, mal sopportato dalla pratica razionalistica – che coerentemente, per esempio, preferisce la pragmaticità della lingua inglese alla capacità di astrazione del latino – anche perché implica in qualche modo il riconoscimento di un limite immaginativo e descrittivo; invece questa potrebbe proprio essere un’opportunità per rovesciare la situazione a vantaggio del processo di comunicazione. Il linguaggio metaforico andrebbe sfruttato e accettato come conseguenza della trasposizione del linguaggio scientifico sul piano sociale, non solo quando un problema concettuale diventa insormontabile. Commentando “Il libro dei dati strani”, curato da Roel Houwink (L’altrui mestiere, 1985), Primo Levi così rifletteva su questi temi:

    “La nostra capacità di rappresentazione è scarsa, e chi voglia o debba farci capire quanto grandi sono le cose molto grandi, e quanto piccole le piccole, urta contro una nostra antica sordità, oltre che contro l’insufficienza del comune linguaggio. Se ne sono resi conto da sempre i divulgatori di scienze quali l’astronomia e la fisica nucleare, ed hanno cercato di compensare questa insufficienza ricorrendo al paradosso e alla proporzione: se il sole fosse ridotto alla grandezza di una mela (…) se un miliardo di anni fosse compresso a un giorno (…) ma in molti casi “capire” vuol dire invece rendersi conto che di alcuni oggetti e fenomeni non ci è concesso costruirci un’immagine (…) la nostra fantasia ha le nostre dimensioni, e non le possiamo imporre di superarle”.

    Per gli scienziati, abituati a muoversi con mezzi più specifici e potenti, le metafore e gli accostamenti dei concetti fisici con le esperienze naturali e artistiche sembrano non poter svolgere un ruolo comunicativo peculiare, oltre a quello di dar enfasi al discorso; in realtà nell’immaginario comune questi espedienti assumono un ruolo didattico concretizzante. Esiste la possibilità di riconoscere le forme di rappresentazione astratta (d’arte) non solo come espedienti per la raffigurazione della natura ma anche come strumenti di educazione ai suoi segreti, a tutti gli effetti. “Forse spetta proprio alla letteratura, con la sua vocazione incorreggibilmente antispecialistica il compito di restituire il pensiero scientifico all’esperienza comune, trasfigurando criticamente e concretamente i nuovi universi creati in laboratorio. Del resto la letteratura non ha mai disdegnato di tematizzare a suo modo gli eventi più sensazionali della tecnica, rivivendo emotivamente (con entusiasmo o con repulsione) scoperte rivoluzionarie, serbatoi di nuove metafore e di nuovo lessico (…). Come scrisse Calvino, dunque “la letteratura costruisce un ponte tra i modelli della logica scientifica e l’esperienza e il linguaggio quotidiani: più la scienza va avanti più c’è lavoro per la letteratura” (Zinato, 2002).
    Non è certo l’utilizzo di un linguaggio icastico e colorito il maggior pericolo che la scienza corre nel passaggio della comunicazione. La trasformazione maggiormente perniciosa nella popolarizzazione del suo messaggio la scienza lo corre nell’esclusione, volontaristica o freudiana, del fatto che “il suo scopo è di creare modelli di rappresentazioni plausibili per l’organizzazione delle esperienze all’interno del mondo della natura”, e inoltre che “questi modelli, aperti e necessariamente approssimati, non devono essere considerati rappresentazioni di una realtà assoluta (…), la retorica della scienza professionale scorda totalmente questa posizione epistemologica e rappresenta piuttosto la scienza come una rivelazione di realtà definite, ma così operando fomenta un fondamentalismo scientifico tanto pericoloso quanto lo sono le versioni religiose” (Glaserfeld, 2003).

    · Glaserfeld von, Ernst (2003) “Comment on Neil Ryder’s Science and rhetoric”; The Pantaneto Forum Home Page, issue 10. URL http://www.pantaneto.co.uk/.
    · Zinato, Emanuele (2000), “La scienza vista dalla letteratura”; Chichibio, N.8.

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