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Ai tempi del WiMAX

Posted by franco carlini su 11 gennaio, 2007

Senza fili per 50 chilometri. Una tecnologia per saltare l’ultimo miglio, appena liberata in Italia dal ministro Gentiloni. Ma la partita, per gli interessi dei cittadini, è appena iniziata
Franco Carlini
Tutto bene allora con il WiMAX? Consensi quasi unanimi ha ricevuto l’annuncio dei ministri della Comunicazione (Gentiloni) e della Difesa (Parisi) che finalmente le frequenze radio intorno ai 3,5 megahertz – finora assegnate ai radar dell’esercito e pochissimo utilizzate – verranno liberate e assegnate agli operatori di telecomunicazione perché le usino con tecnologia WiMAX. L’Italia era in ritardo rispetto ad altri paesi europei, per non dire della fantastica Corea del sud, nell’adozione di questo nuovo canale di trasmissione e finalmente si è data una mossa; ci sarà più concorrenza, si auspica, e un intero settore industriale, fatto di impianti di trasmissione, di apparati e di contenuti potrà svilupparsi. Posti di lavoro e fatturati. Questo giornale ne ha dato notizia il 29 dicembre scorso, ma qualche informazione ulteriore sarà utile.
WiMAX è uno standard di trasmissione senza fili concordato a livello internazionale. Tecnicamente la sigla è Ieee 802.16, che si declina poi in varie lettere alfabetiche. Un consorzio di aziende, il WiMAX Forum, lo promuove e dall’inizio del 2006 ha rilasciato le prime certificazioni di prodotto.
In poche parole è banda larga senza fili e su area vasta; promette una velocità di trasmissione assai superiore a quella offerta dalle reti cellulari (oggi al massimo 2 megabit al secondo), dalla aDSL su cavo telefonico (20 mbit/s) e anche delle attuali connessioni in fibra ottica. Si parla di 40 mbit/s, ma forse anche di 70, a seconda dei casi: un’antenna copre un’intera cella di 50 chilometri di raggio e da lì irradia (download) e riceve (upload). L’antenna a sua volta è collegata alla rete fissa e da lì i segnali viaggiano come al solito, sottoterra e per cavo. I bit possono portare conversazioni telefoniche ma anche pagine web o immagini. Insomma una meraviglia, apparentemente in grado di risolvere due problemi che stanno diventando pesanti: il monopolio di Telecom Italia (TI) sul tratto di fili che arriva nelle case e il divario digitale in quelle zone dove la banda larga di TI non arriva e non arriverà, perché poco conveniente.
Oggi un operatore telefonico alternativo come Tiscali, Fastweb o Tele2 deve affittare quel cavo da TI, per potersi prendere in carico un abbonato, ma domani potrebbe farne a meno: mette un’antenna WiMAX nel quartiere di Porta Garibaldi a Milano, la collega alla sua rete, o a quella di Telecom, e da lì serve i suoi clienti. Oppure Telecom Italia stessa decide di coprire anche le zone non cablate dell’appennino tosco emiliano e lo fa con poche antenne.
Qualche problema tuttavia c’è. Intanto, come nel caso della telefonia cellulare, ogni singola antenna non può servire più di un certo numero di utenze in contemporanea e se sono troppe la banda davvero disponibile si riduce, fino al limite dell’intasamento. Quindi non ci si illuda di coprire Roma con un’antenna. La soluzione vera sta nel metterne molte, tra di loro collegate, le quali a loro volta potranno dialogare con altre minori, anch’esse in tecnologia senza fili, quella detta WiFi, a raggio d’azione più limitato, su singolo appartamento.
Insomma se devo dialogare da lontano con i computer del manifesto, i miei bit viaggiano sulla solita rete di fissa di TI fino all’antenna di via del Corso, da lì si muovono per l’aria fino all’antenna (hotspot) della redazione di via Tomacelli e, sempre nell’aria, fino al computer della segreteria di redazione. Sempre di bit si tratta, che usano diverse tecniche e frequenze di trasmissione nei diversi tratti.
I lotti di frequenze, per le diverse zone, saranno assegnati ai privati pare su base regionale. E anche qui si aprono molti problemi, che il governo dovrà risolvere sentendo gli interessati che non sono solo le aziende ma specialmente i cittadini. L’etere infatti è un bene pubblico e le trasmissioni a banda larga ormai vanno considerate un servizio altrettanto pubblico, da garantire e con certi standard di qualità. Non sono un optional, ma un bisogno crescente dei cittadini e dell’economia. Si possono immaginare due tendenze, quella concentrata e quella decentrata: pochi operatori partecipano e vincono le gare per l’assegnazione dei lotti, oppure questi vengono assegnati a una pluralità di soggetti, magari anche molto locali. Quali sono state le reazioni delle industrie? La più entusiasta è Fastweb, specialista in larga banda su fibra ottica e con aDSL, il cui amministratore delegato Stefano Parisi, applaude ma mette in guardia dalle troppe licenze. Il suo sogno, sembra di capire, è di usare questa nuova opportunità per diventare finalmente un antagonista a tutto campo di Telecom Italia (magari rafforzando i suoi legami, già abbastanza stretti, con Vodafone Italia). Per questo non gli piacciono le troppe licenze nazionali perché, ha dichiarato, «si corre il rischio di una eccessiva frammentazione del mercato, dove i player di piccole dimensioni sono destinati a soccombere». Più che una preoccupazione sembra un auspicio: il suo modello è quello di pochi provider nazionali, per esempio TI, la sua Fastweb e Tiscali. Eppure, una volta fissati gli standard di qualità e di interconnessione, una strada anche molto decentrata è del tutto possibile e non dovrebbe essere scartata a priori. In alcuni paesi e su bande di frequenza più elevate, si procede addirittura senza licenza.
Sia chiaro: la tecnologia WiMAX, senza fili e tutta digitale, non riguarda solo le connessioni all’internet a larga banda, ma può avere influenza anche sul futuro della voce. È adattissima infatti per trasportare le parole e i suoni, insomma le classiche telefonate. Che per gli utenti sono quelle di sempre (io chiamo, tu rispondi e ci facciamo due chiacchiere) ma molto diverse quando le parole sono fatte di bit. Costano di meno (ed è un problema per chi vende voce, ma una goduria per chi la emette) e possono viaggiare con la tecnica detta VoIP, Voce su Protocollo Internet. Questa è la minaccia che turba i sonni delle telecom tradizionali e anche degli operatori mobili. L’americana Vonage e l’europea Skype sono gli alfieri di questa tendenza; regalano o quasi telefonate intercontinentali usando un computer e il relativo collegamento internet. O addirittura sono utilizzabili dai telefoni cellulari, che invece di infilarsi nelle reti di 3, Tim, Wind o Vodafone, vanno in rete e parlano da lì a tariffe internet, cioè insignificanti.
Se si dovesse azzardare una previsione ragionevole, questa dice che in tutto il mondo, e anche in Italia, WiMAX, non farà altro che accelerare questa tendenza e che le grandi telecom, fisse, mobili o convergenti, passeranno anche loro da lì, infine rassegnandosi a un mondo, tutto internet, con una pluralità di reti a disposizione degli utenti, sia da fermi, che in movimento. E sì, perché una versione ormai collaudata di WiMAX, quella indicata con la letterina ‘e’ (802.16e), permette anche di restare collegati in movimento, persino in auto a cento all’ora, o sui treni a duecento. Magari scopriremo che finalmente si potrà telefonare sul Pendolino anche tra Orte e Roma, cosa oggi tuttora impossibile, grazie al fatto che gli operatori danno per scontata la rassegnazione degli utenti alla linea che cade, come ai tempi del POT, il plain old telephone di una volta.

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2 Risposte to “Ai tempi del WiMAX”

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