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Al mercato delle virtù

Posted by franco carlini su 25 gennaio, 2007


Il governo norvegese non guarda in faccia a nessuno e con i suoi petrodollari boccia le aziende scorrette. Cominciando con Wal-Mart

Patrizia Feletig
E’ possibile applicare l’etica in un mercato dominato dal dio denaro? Sul dilemma si sono arrovellati filosofi, moralisti ed economisti sin dai tempi di Aristotele. Il tema è attuale, viste le recenti ombre allungatesi sulla Fondazione Bill e Melinda Gates che da un lato aiuta poveri, malati e bambini del mondo donando, nel 2005, 1,4 miliardi di dollari. Dall’altro, i manager incaricati di gestire i 66 miliardi di dollari del patrimonio della fondazione investono in completa autonomia: sicché la fondazione compare anche tra gli azionisti dei peggiori inquinatori del pianeta.
Profitto e morale sono dunque inconciliabili?
Un esempio morale iportante ci viene dalla Norvegia dove nel 1990 venne costituito il Governement Petroleum Fund (GpF). Per scongiurare la «maledizione dell’oro nero» che facilmente genera corruzione, guerre civili, paralisi politica e instabilità economica, lo Storting, il parlamento del terzo paese esportatore di greggio al mondo, ha deciso di incamerare i guadagni derivanti dal petrolio e gas in un apposito fondo.
Il petrolio scoperto nel Mare del Nord negli anni ’70 dovrebbe durare per almeno altri 50 anni al ritmo di 3milioni di barili al giorno, ma intanto il regno nordico ha optato per trasformarlo in una sorta di assicurazione per la prosperità futura dei suoi 4,6 milioni di abitanti. Mosca bianca tra le nazioni petrolifere, il governo di Oslo ha optato per una via norvegese anche nella redistribuzione del capitale del fondo pari a 2,5 volte il budget statale.
Invece di pompare denaro nell’economia interna, esponendola a spinte inflazionistiche oppure elargire un dividendo annuale ai cittadini, il governo ha deciso di fissare al 4% del rendimento medio annuo il massimo dei fondi destinati alla spesa pubblica. E l’anno scorso ha trasformato la «p» di petrolio in «p» di pensioni per sostenere il sistema previdenziale quando il forziere sarà prosciugato.
La cassaforte fa capo al governo del Re Harald ed è gestita dalla Banca Centrale. Con un patrimonio di 300miliardi di dollari, investito in azioni e obbligazioni di aziende europee e straniere, il Gpf rappresenta uno degli investitori globali di maggior peso sui mercati finanziari internazionali.
Ma qui arriva la vera novità: la Norvegia ha deciso di far leva sull’investimento socialmente responsabile per esportare nel mondo del business il suo tradizionale attivismo nelle battaglie umanitarie e ambientali. Così l’istituto di credito centrale che, per legge non può possedere più del 5% del capitale, ha partecipato nel 2005 a 2.705 assemblee votando contro il 9% delle proposte dei board aziendali e a favore del 41% delle mozioni degli azionisti.
Già prima del 2004, anno di costituzione di un comitato etico interno (Advisory Council on Ethics), le scelte d’investimento del Gpf escludevano imprese di armi, alcool, quelle che impiegano lavoro minorile o sono specializzate in gioco d’azzardo. A capo della task force di 4 censori siede un filosofo, Henrik Syse. Due lauree in tasca, Università di Oslo e Boston, una carica presso il prestigioso Peace Research Institute e autore di un saggio sull’etica applicata alla vita quotidiana, ma assolutamente incapace di distinguere un’azione da un’obbligazione: quello di Syse è un curriculum inconsueto alla City.
Dal suo insediamento 18 multinazionali, di cui 12 statunitensi, sono state radiate dal portafoglio del fondo e una, la petrolifera Kerr-McGee Corp è stata reintegrata. Periodicamente il comitato presenta le sue raccomandazioni al ministro delle Finanze che, consultata l’azienda chiamata in causa, decide se dare disposizione alla banca centrale di liquidare l’investimento. Questa fase avviene in forma non pubblica per evitare tracolli del corso del titolo: anche l’etica ha il suo prezzo. Subito dopo però le motivazioni documentate sono consultabili sul sito.
«Possiamo usare la nostra posizione come azionisti per sollevare domande che riteniamo doverose. Le società che agiscono illegalmente o in modo immorale possono mettere a repentaglio la redditività degli investimenti e la solidità stessa del fondo», spiega Syse, aggiungendo che «stilare delle linee guida anche etiche per gli investimenti non ha nulla a che fare con il moralismo, attiene al buon senso». I parametri? «Da una parte ci sono i principi secondo i quali non si dovrebbe investire in alcuni tipi dì società per non diventare complici negli abusi dei diritti umani, danni ambientali o azioni palesemente non etiche. Le decisioni di questo tipo non spettano al comitato, bensì al ministero delle Finanze, e riguardano solo i casi peggiori». Sotto le critiche del comitato etico è finito anche Wal-Mart: avendo lasciato cadere nel vuoto le accuse di «sistematiche violazioni di diritti umani e del lavoro» contro minori, donne e dipendenti, a volte «puniti e rinchiusi senza motivo» la Norvegia la liquidato ogni investimento nel colosso americano. Immediata la protesta dell’ambasciata Usa.
Per saperne di più: http://www.dep.no/fin/english/topics/pension_fund/bn.html

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