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Dall’ascolto alla conversazione

Posted by franco carlini su 25 gennaio, 2007

Nel messaggio web (video e testo) con cui Hillary Rodham Clinton ha iniziato sabato scorso la sua corsa per le primarie del partito democratico la parola conversation compare cinque volte nelle prime 25 righe. Del resto, di questi tempi, «conversazione» è il termine più di moda nell’internet che da molti studiosi viene descritta come luogo sociale, dove si muovono parole sciolte, non così strutturate come «discorso», altra espressione peraltro tipicamente post moderna. Conversazione è più leggero, indica forte bidirezionalità (di solito non si conversa da soli), non ha l’impegno del «dialogo», non necessariamente richiede di arrivare a un consenso comune o a una mediazione. La sua comparsa nel linguaggio politico è comunque una relativa novità. In Italia invece, da qualche anno a questa parte, la parola più in voga tra i politici che vogliono almeno apparire aperti è ascolto, un metodo che i teorici delle Relazioni Pubbliche come Toni Muzi Falconi (www.tonisblog.com), propongono da anni, per lo più inascoltati. Ascolto, applicato in politica, prende atto dello stacco crescente tra governanti e governati e soprattutto del fatto che il primo problema dei partiti non è di comunicare male, ma di non ascoltare. Così facendo non si accorgono né dei problemi né degli umori che dalla società vanno emergendo. E quando infine avviene, di solito è troppo tardi e ci sono già le manifestazioni in piazza; allora essi gridano all’egoismo delle comunità locali e al Nimby («non nel mio cortile»). C’è un problema tuttavia con l’ascolto: esso non è semplice tendere l’orecchio, non è un sondaggio, ma implica una disposizione mentale e politica: la consapevolezza che la «base» della società, lungi dall’essere qualunquista, sovente ne sa di più di chi governa. L’ascolto non dovrebbe servire per adeguarsi ruffianamente alle proteste, ma per trovare soluzioni migliori.

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Una Risposta to “Dall’ascolto alla conversazione”

  1. Ringrazio per il riferimento e vorrei approfondire: per ascolto intendo la parte più rilevante di un percorso strategico riflettivo (o riflessivo) che aiuta le organizzazioni (private, pubbliche o sociali) a migliorare la qualità delle loro decisioni e ad accellerarne l’attuazione.
    Mi spiego: il relatore pubblico conosce i dilemmi della propria organizzazione e si relaziona con i diversi pubblici sui quali l’una o l’altra soluzione possono indurre conseguenze. Questa relazione prevede l’ascolto organizzato e consapevole dei singoli pubblici, la comprensione delle loro aspettative specifiche e una interpretazione del relatore pubblico presso la coalizione dominante dell’organizzazione così che possa, entro i confini dell’utile e del possibile, tenerne conto nell’assumere la decisione di perseguire un corno piuttosto che l’altro corno del dilemma. Questo assicura anche che almeno quei pubblici le cui aspettative sono state tenute in conto contribuiranno (o perlomeno non ostacoleranno) l’attuazione della decisione assunta. Come si vede il percorso è un pò diverso dal banale ascolto generico di cui solitamente parlano i politici, i manager pubblici e privati e richiede una opzione forte per un approccio inclusivo dei pubblici influenti che esalta lo sviluppo di sistemi di relazione bidirezionali e tendenzialmente simmetrici.
    In effetti, questo approccio all’ascolto non è molto dissimile (anche se più complicato, strutturato e richiedente dell’impiego di varie metodologie di ricerca) della tematizzazione della ‘conversazione’ così caro ai cultori dei social media.

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