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La old tv ama Internet

Posted by franco carlini su 25 gennaio, 2007

Il perché di un interessato ritorno di fiamma. E a forza di sentir parlare della televisione via Internet rischiamo di credere che sia lì dietro l’angolo. I problemi aperti sul campo La tecnologia Quel che serve per diffondere i contenuti, quel che serve per una tv on demand
Franco Carlini
A forza di sentir parlare della televisione via Internet rischiamo di credere che sia lì dietro l’angolo. E che avremo una moltitudine di offerte, da diversi operatori, tutti convergenti sullo stesso terreno. In effetti a volerci dare l’IpTV (a pagamento) sono un po’ tutti: le reti televisive tradizionali, gli operatori telefonici fissi (come Alice di Telecom Italia) e mobili tipo H3G (con i suoi videofonini), i grandi portali dell’internet come Google, Yahoo! e Msn, nonché molti altri protagonisti di un mercato nascente.
Ci sono però diversi problemi, per nessuno dei quali la soluzione è facile.
Il primo è la tecnologia da adottare per diffondere i contenuti. Già adesso molti programmi tv nascono fatti di bit, anziché di immagini analogiche, ma vengono distribuiti secondo il modello classico dell’economia industriale dei media: pochi operatori, dotati di apparati molto costosi (gli studi e le reti di distribuzione), realizzano pochi prodotti di grande successo che mandano in maniera indifferenziata a una massa di spettatori, finanziandosi con il canone e la pubblicità. È il broadcasting.
Gli stessi prodotti ovviamente possono viaggiare nell’etere, nel cavo di rame, nella fibra ottica, e a «pacchetti di bit», come le pagine web. In questo caso per lo spettatore non cambia quasi nulla: il palinsesto è quello di sempre: mattina, pomeriggio, sera, notte. Per lui la rete di trasporto è indifferente: nemmeno la vede e non è tenuto a sapere quale essa sia.
Le cose si fanno più complicate quando si voglia offrire la possibilità allo spettatore di farsi da soli il proprio palinsesto, su richiesta, on demand: egli apre il computer-televisione e sceglie da un menù di programmi quello che vuole vedere proprio in quel momento. E’ quanto comincia a succedere anche via Internet per esempio con Raiclick della Rai o con Alice di Telecom Italia.
Ma quelle cose si vedono solo sul computer e con formati a bassa risoluzione, all’interno di insoddisfacenti e primordiali finestrelle. E si riesce a vederle solo perché il numero di utenti contemporanei è basso. Per esempio il sito di Radio Rai accetta un numero limitato di utenti contemporanei e gli altri li respinge. Se invece alcuni milioni di persone al mondo volessero vedere, per l’ennesima volta, il fantastico «Pretty Woman» a alta definizione chi iniziando alle 21.00, chi alle 21.17, chi in qualsiasi altro momento, non c’è rete Internet, né server delle tv che oggi sia capace di servirli tutti nello stesso momento e con buona qualità delle immagini.
Certamente mandare pagine web a milioni di utenti in momenti diversi è possibile, sia pure avendo computer potenti e molta banda a disposizione del proprio sito, ma per fare lo stesso con delle immagini in movimento occorrerebbero investimenti mostruosi che per ora nessuno dei protagonisti di questo mercato si può permettere, anche perché nessuno sa se questo mercato, a pagamento o pubblicitario, sarà sostenibile. In altre parole (e come ha ben spiegato Luca De Biase su Nova, Il Sole 24 ore di giovedì scorso), l’idea di fare l’IpTV a streaming (flusso di bit) è costosissima e forse persino fallimentare.
Eppure i networks proprio a questo stanno lavorando. Come mai? Per due motivi: il primo è che questo modello permetterebbe loro di mantenere la centralità che hanno avuto negli ultimi 50 anni: il loro sogno è di fare irruzione in questa cosa minacciosa che è l’Internet per riportarla indietro, al vecchio e «sano» broadcasting.
Il secondo motivo per cui le tv tradizionali preferiscono lo streaming è che si illudono che in questo modo sia più facile impedire agli spettatori di registrare i programmi sui loro computer, magari passandoli agli amici. Questa in realtà è una bella illusione: i software per intercettare gli stream e «salvarli» sul disco fisso già esistono e altri ne arriveranno, perfetti e implacabili, alla faccia di Rai come di Sky. Arriveranno non già per colpa dei pirati, ma perché è nell’interesse di altre aziende del software e dell’informatica produrli e venderli, così come era interesse delle case giapponesi dell’elettronica vendere i videoregistratori che invano Hollywood cercò di impedire con cause legali dissennate (e perse).
Ci sono allora altre strade? Una almeno sembra realistica: si chiama Jost e proveremo a spiegarla prsossimamente

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