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Se ai «riformisti» la rete non interessa

Posted by franco carlini su 25 gennaio, 2007

L’Italia ancora non dispone di una strategia per la società della conoscenza. I passi incerti del nuovo governo, mentre la Corte di Cassazione ha giudicato lecita una messa a disposizione gratuita di programmi mediante download
Fiorello Cortiana
L’Italia ancora non dispone di una strategia per la società della conoscenza. Due sentenze recenti hanno riproposto alla politica pubblica la necessità di definire regole ed indirizzi adeguati all’Agenda di Lisbona (che propone ai paesi europei di raccogliere la sfida della società della conoscenza entro il 2010). La prima, oggetto di pubbliche attenzioni, è quella della Corte di Cassazione che ha stabilito che la messa a disposizione gratuita di programmi mediante l’attività di download da parte di due ragazzi torinesi non configurava lucro e quindi era lecita. La seconda, della quale non si è parlato affatto, è quella con cui il Consiglio di Stato ha confermato e aumentato a 62 milioni di euro la sanzione a Telecom Italia perché «sfruttando posizione dominante sul mercato dell’offerta dei servizi di connettività ha messo in atto una strategia per ostacolare lo sviluppo delle offerte di connettività locale da parte degli operatori concorrenti».
E’ toccato alla magistratura, quindi, spingere l’Italia ad allinearsi con gli indirizzi affermati dall’Onu nel Summit sulla Società dell’Informazione e nel Forum che ne è seguito dove Openness e Access, insieme a Security e Multiculturality, i valori chiave per garantire la disponibilità universale di ciò un nuovo Bene Pubblico. Tale in fatti è ogni elemento del sistema digitale interconnesso ed interattivo, agli algoritmi, alle infrastrutture di connessione, dall’accesso alla conoscenza al rispetto della privacy.
Ci sono esperienze, nel mondo ed in Europa, che costituiscono esempi concreti di riferimento: il Mit di Boston ha posto sotto pubblico dominio tutta la produzione scientifica che docenti e ricercatori producono nell’università, la Bbc consente il libero accesso via Internet a tutto il suo archivio, l’Authority britannica ha separato la rete dai servizi dell’ex monopolista telefonico Bt.
Nella cablatissima Corea del Sud il videogioco FIFA07 viene distribuito liberamente, supportato dalla pubblicità. Qui da noi, invece di pensare a nuovi modelli che rispettino la natura costitutiva della rete e la condivisione della conoscenza, Confindustria dà vita a Sistema Cultura Italia: una macro corporazione di tutte le associazioni di editori e produttori per il «rafforzamento del diritto d’autore» e la «lotta alla pirateria». Questo nonostante il fallimento, quantomeno per impraticabilità, della Legge Urbani e del collegato Patto di Sanremo. L’economia dell’Europa, già oggi, è costituita per il 70% è da servizi. Pensiamo a quanta informazione, quanta comunicazione, quanta interconnessione digitale sono contenuti in quella percentuale. La ragione del successo o meno delle soluzioni tecnologiche e commerciali che si riferiscono ad Internet è data dalla capacità di incontrare le abitudini e le attitudini sociali, dalla capacità di consentire e garantire la semplificazione della comunicazione sociale. Questo vale per la banda larga, per il WI MAX, per il Wi-Fi, così per il P2P, Skype, You Tube, MySpace, Google, iPod e iTunes.
Aspetti legislativi e regolamentari, modelli organizzativi e modelli commerciali, costituiscono dei fattori abilitanti, oppure disabilitanti, della capacità di futuro di ogni paese. Il processo oggi in corso è un ibrido tra sistemi proprietari e liberi, ma molto oramai concordano sull’idea che nell’economia cognitiva immateriale, la condivisione della conoscenza e la modalità produttiva cooperativa portano una evidente efficacia qualitativa, tanto nei prodotti come nei processi. I modelli di business devono definirsi a partire da qui e così gli aspetti normativi.
Tuttavia l’attività di governo e della maggioranza parlamentare per ciò che riguarda l’innovazione non sono adeguati a coglierne la sfida e le opportunità ad esse legate. La rete Internet e quanto le sta attorno il grande assente sono trattati con un approccio consapevole solo nel Comitato Consultivo promosso dal ministro Nicolais e dal sottosegretario Beatrice Magnolfi.
Così mentre il sottosegretario Magnolfi al Forum Onu di Atene, annunciava che l’Italia ospiterà un incontro internazionale per una Carta dei Diritti della Rete, il ministro Fioroni se la prende con Google, accusato di trasmettere filmati senza selezione e propone di adottare proprio i «filtri cinesi». Sembra che la risorsa Internet non riguardi lo sviluppo del paese, ma che esistano solo le imprese Ict.

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