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La carta sta finendo, bellezza

Posted by franco carlini su 1 febbraio, 2007

Si legge come un romanzo, avvincente perché si fa il giro del mondo per cercare qualcosa che mai s’incontra. O anche come un libro di guerra, in cui ci sono morti, feriti, strategie, tattiche, armi segrete, anche se la certezza della vittoria non la si trova nemmeno all’ultima pagina. Di una guerra che assomiglia a quella della cosiddetta «quarta generazione», quella combattuta (vedi l’Iraq) non per vincere ma per indebolire l’avversario e minarne fondamenta e fiducia. «L’ultima copia del New York Times» di Vittorio Sabadin (Donzelli editore, pp.166, euro 15) è una sorta di inchiesta sulla salute dei giornali di carta ai tempi di internet. Il sottotitolo del libro è l’unico chiaro segno di speranza, «Il futuro dei giornali di carta», ma è tutto qui. Quando Philip Meyer, uno studioso americano di editoria, fissa l’ultima copia di carta del più celebre giornale del mondo al 2043, è considerato un maturo ottimista da alcuni studenti della Columbia university. Che in un loro studio dicono: macché, aspettate il 2014 e vediamo se il Nyt non diventa una newsletter per pochi e affezionati anziani.

Il problema (ma chi sta dentro a questo mondo usa parole molto più angosciose) è che da alcuni anni c’è un calo tendenziale delle vendite dei quotidiani, eccezion fatta per l’Asia: dalle Americhe all’Europa, dal New York Times a Le Monde passando per il manifesto, è crisi nelle vendite. Cosa perfino ovvia, \>Fine nel 2043 o 2014, allora? All’apice dalla prima bolla di internet, intorno al 2000, era stata decretata la fine del libro su carta e l’avvento dell’e-book per tutti, come il caffé alla mattina o il tramonto alla sera. Sabadin, che è un collega di lunga carta, ci porta per mano nelle redazioni dei giornali che più hanno cambiato marcia, ci relaziona su convegni gremiti di guru editoriali, ci teletrasporta con un clic dentro i migliori siti mondiali e ci lascia con un cumulo di conoscenza che forse conoscevamo, ma non così sistemizzata. E dunque pronta, volendo, per essere applicata anche al nostro fare di tutti i giorni.

Free press e giornali on line segnano la fine di quel che un tempo si chiamava primo giornale e secondo giornale. Torna l’epica di Davide e Golia, perché oggi i piccoli possono dare legnate ai grandi e perfino vincere. Basta essere più veloci e naturalmente avere buone idee, cambiare o morire, se così si può sintetizzare il pensiero di Rupert Murdoch, che non è un campione di democrazia ma che con la comunicazione fa i soldi a livello mondiale. Per chi produce carta, un altro problema (sempre per usare una parola piccola) è che non si può passare tout court al web senza perdere il controllo dei bilanci. Così, a fronte di meno tirature e più connessioni, l’integrazione dei due sistemi è l’unica strada, sapendo che l’attenzione all’on line dei lettori e degli investitori pubblicitari è e sarà crescente. E che da qui passa probabilmente l’unico strumento di crescita per l’intera impresa. L’autodifesa degli editori è cominciata in Inghilterra, attraverso la riduzione dei formati dei giornali per tagliare i costi di carta e stampa (rapidamente copiata un po’ ovunque, il manifesto compreso), ed è andata oltre come nel caso del Guardian, che ha messo on line in tempo reale gli articoli scritti dai giornalisti per l’edizione stampata del mattino seguente. Soprattutto in Italia, gli allegati spediti in edicola insieme al giornale (dvd, libri, cd) hanno colorato di nero la redditività delle imprese, ma il fenomeno ha già superato la boa di metà gara. Trincee, più che basi per un contrattacco, trincee intelligenti in alcuni casi, trincee alla Maginot in altri, perché hanno ritardato cambiamenti ineludibili nelle redazioni e nei consigli di amministrazione .

E allora, 2043 o 2014? C’è una immensa risorsa che l’on line usa e che potrebbe rivelarsi utile anche per la carta: l’esperienza dei cittadini – giornalisti. Dagli Stati Uniti alla Corea del sud, è l’informazione che nasce dal basso e da locale diventa quel-che-la-gente-vuole, in un rapporto con il giornalismo professionistico sempre più bidirezionale. Apriti cielo, e la qualità? Macché 2043 o 2014, replicano per esempio dal Financial Times, ci sarà sempre una richiesta di carta perché la carta è storia, brand, qualità. E’ così vero che lo sanno perfino i felici abbonati di ft.com.

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3 Risposte to “La carta sta finendo, bellezza”

  1. […] legge tutta d’un fiato questa storia del declino dei giornali di carta e delle previsioni per il loro futuro, assediato dall’invasione di campo di internet e da […]

  2. […] libro di Sabadin – andato rapidamente esaurito nella sua prima edizione e tornato in libreria lo scorso marzo con […]

  3. […] a reagire in questi ultimi anni a diversi fattori di crisi: Internet e la free press innazitutto.Il libro di Sabadin – andato rapidamente esaurito nella sua prima edizione e tornato in libreria lo scorso marzo con […]

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