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Joost, rivoluzione di velluto

Posted by franco carlini su 8 febbraio, 2007

Dopo l’esordio in beta per il servizio di Iptv di Zennstrom e Friis il mondo del video su internet potrebbe non essere più quello di prima. Potrebbe addirittura funzionare, gratis e con poca fatica

 

Gabriele De Palma

 

Dobbiamo rassegnarci: ancora per un po’ l’acronimo più usato da chi si occupa di internet e della sua crescita sarà Iptv. Ovvero il video trasmesso su protocollo internet. Sull’Iptv puntano quasi tutti: i produttori di contenuti che sognano un nuovo canale distributivo e chi gestisce i network – gli operatori – che vedono il video e la tv come la gallina dalle uova d’oro, il servizio a valore aggiunto con cui fare profitti.

La scorsa primavera la Cbs ha provato a trasmettere via internet le fasi finali del campionato universitario di basket, appuntamento imperdibile per gli appassionati. Sui duecentocinquantamila utenti collegati per vedere le partite, centoquarantamila si dovettero accontentare di restare «in sala d’attesa» e persero gli incontri perché non c’era più spazio per loro sulla banda trasmissiva predisposta. La rete tv non aveva lesinato sforzi di infrastruttura, eppure il sistema non resse alle troppe richieste. Del resto basta fare un giro per i siti di RadioRai, che pure trasmette i ben più leggeri file audio, per rendersi conto che il difetto dello streaming (flusso di dati) in diretta resta un problema difficilmente risolvibile.

Nonostante quindi tutti abbiano capito l’importanza del prodotto video per la Rete, chi fino a oggi ne aveva il controllo – le emittenti tv e i produttori di contenuti – tuttavia ancora oppone delle resistenze alla messa online, resistenze che vanno al di là dei problemi tecnici suddetti. I timori sono ovviamente di cannibalizzare il proprio business (cioè mangiarsi le proprie fonti di guadagno) oltre che il timore e della condivisione gratuita tra utenti che essi chiamano «pirateria».

In questo scenario fatto insieme di innovazione e paura è partito un servizio che potrebbe modificare gli equilibri e fungere da fattore precipitante. Si chiamava Venice Project nella versione alpha (il primo abbozzo di sistema) e da metà gennaio è stata ribattezzata Joost (nome proprio che deriva dal latino Justus) ed è per ora  rilasciata in beta (ovvero ancora in fase di test). Il motivo del suo probabile successo è duplice: tecnologico e strategico. La garanzia dovrebbe venire dalle due firme in calce al progetto: Niklas Zennstrom e Janus Friis, già autori dei fortunatissimi e dirompenti KaZaa e Skype. Il primo era un software per la condivisione di file musicali, il secondo è il popolare sistema per telefonare via Internet (VoIP).

 

La tecnologia utilizzata e dimostratasi vincente in passato è il peer-to-peer (p2p), o meglio una delle diverse varianti di p2p (vedi l’articolo a lato), che permette di ottimizzare le risorse di Rete e di non intasare la distribuzione. Quello di Joost è un p2p ibrido che funziona così: i contenuti sono archiviati su un server centrale, che sta in Lussemburgo, e da lì iniziano il loro viaggio verso i computer degli utenti. Quando un contenuto è molto richiesto, per evitare l’intasamento dei server centrali, scatta il software p2p che trasforma gli utenti in emittenti: mano a mano che ricevo parti del contenuto che desidero, lo rimetto quasi immediatamente a disposizione degli altri richiedenti.

Per utilizzare Joost è sufficiente una connessione a 1Mbps (per la Tv di Alice e di Fastweb ne servono 20), ed è sorprendente la qualità video a schermo pieno malgrado le basse velocità di trasferimento dati. Il software da scaricare è piuttosto leggero, 12MBytes il peso totale e 512MB di Ram necessari. I video si vedranno in streaming, niente download, il che rende ancora più sorprendente la capacità di questo p2p di supportare anche richieste simultanee e, soprattutto, di vedere i programmi in diretta.  

 

Ma è il modello di business o la strategia sottesa a Joost a essere ancora più interessante e innovativa della tecnologia. Stanchi forse di avere cause legali in ogni dove a causa dei loro prodotti (Zennstrom ancora oggi non può mettere piede negli Stati Uniti per via delle accuse legali a KaZaa) o forse semplicemente desiderosi di offrire qualcosa che fosse apprezzato da tutti, utenti e non, hanno fatto in modo che Joost non abbia grane. Il problema non era semplice: una volta trovata la soluzione tecnica per fare Iptv senza connessioni ultra veloci e senza intasare i server la domanda diventava: come fare una Iptv legale e di qualità?

«Abbiamo preso il meglio della tv e il meglio dell’internet e lo abbiamo messo insieme» dichiara Friis nel raccontare in parole povere il progetto sulle pagine del suo blog (www.janusfriis.net/) . Il meglio della tv è che, a differenza di YouTube e simoli che si basano soprattutto su dei contenuti generati dagli utenti (Ugc), su Joost i filmati sono di qualità, almeno dal punto di vista del confezionamento e della qualità delle immagini. Non che gli Ugc siano estromessi del tutto, ma avranno uno spazio ridotto e verranno comunque filtrati dagli uomini di Joost prima di entrare a far parte del palinsesto. Friis e Zennstrom hanno cercato fin da subito di ottenere accordi con i proprietari dei diritti (Warner Bros, Mtv e i contatti proseguono) per avere l’autorizzazione a trasmettere legalmente i loro materiali e ripropongono il modello di finanziamento delle tv private: gli spot pubblicitari. Migliorandolo però: un minuto di spot per un’ora di spettacolo. Ma saranno spot mirati grazie a localizzazione dell’utente e presumibilmente a dei trucchi che ne memorizzano il profilo, ai fini del marketing (cookies)..

 

Ora se l’industria dell’entertainment può stare tranquilla dal punto di vista della pirateria presunta e reale – visto che il servizio è pagato da Joost via pubblicità – dovrebbe però dormire sonni meno tranquilli perché nonostante tutto Joost potrebbe avere l’effetto che ebbero KaZaa e Skype. Se il sistema funziona come sembra dei primi test (l’abbiamo provato e funziona)  modificherà i paradigmi della IpTv come sono stati pensati finora. Il problema sembra essere solo l’archivio di contenuti, se sarà sufficientemente ricco sarà una bella gatta da pelare per chi pensa di offrire programmi a pagamento (soldi che si aggiungono a quelli per connettersi). Potrebbe essere un iTunes gratuito, cioè quello che tutti gli utenti hanno desiderato dai tempi di Napster, che era un iTunes gratuito ma venne dichiarato illegale.

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