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L’anno del wiki wiki

Posted by franco carlini su 8 febbraio, 2007

Popolarizzato dall’enciclopedia online Wikipedia, il concetto di wiki e di collaborazione di massa sta cambiando il panorama del web. E forse anche la old economy

Carola Frediani

Se il 2006 è stato l’anno del Web 2.0, il 2007 sta muovendosi sotto il segno del wiki. Dalle aziende ai tribunali, dalle case editrici alle università, dalle comunità di utenti internet agli economisti, tutti stanno facendo i conti con quella parolina hawaiana che in origine significava «rapido» ma che oggi tutto il mondo conosce per indicare prima un software e un sito collaborativi, e quindi un nuovo modo di essere in rete, nell’economia e addirittura nel mondo.

All’origine di un simile successo c’è soprattutto (ma non solo) l’enciclopedia aperta Wikipedia. Redatta in 200 lingue attraverso il contributo volontario degli utenti, l’esperimento nato nel 2001 è oggi uno dei siti più popolari del web, registra 60 milioni di accessi al giorno ed è diventato una realtà consolidata che si permette di sfidare un’autorità del settore come la  Britannica. La sua versione inglese contiene ormai un milione e 600 mila voci ed è ormai un brand di successo: non solo uno dei marchi più influenti in rete.

Un sito wiki è in fondo molto semplice: un menu a sinistra elenca le pagine che lo compongono, e a destra compare l’ultima versione di ogni pagina. Ma le stesure precedenti sono tutte visibili in ordine cronologico, con i nomi di chi ha fatto le modifiche, di modo che ogni testo è un documento insieme collettivo e trasparente. Sempre a ogni pagina è associato un forum di discussione e tutti possono intervenire sul testo, responsabilmente arricchendolo o correggendo gli errori. Le voci più critiche (per esempio «abortion» sono però congelate e non editabili, per evitare guerriglie di opposte fazioni. Il risultato è un’informazione di base mediamente corretta, anche se priva di punti di vista curiosi o stimolanti, e questo è l’inevitabile limite.

Negli ultimi mesi è stato tutto un proliferare di progetti wiki-e-qualcos’altro, dai motori di ricerca che vogliono sfidare Google (Search Wikia) alle elaborazioni di nuove teorie economiche (il libro Wikinomics), da Amazon che lancia un sito di condivisione di informazioni su gadget e prodotti (Amapedia) a WikiLeaks, un progetto che mira a scoperchiare le malefatte e le bugie di aziende e governi. I tribunali americani hanno iniziato a includere in alcune sentenze dei riferimenti all’enciclopedia. La storica casa editrice britannica Penguin ha lanciato l’esperimento di un romanzo collaborativo («Un milione di pinguini»), scritto e modificato liberamente da aspiranti scrittori.

Ce n’è abbastanza per pensare che si tratti ben più di una moda iperbolica (hype). Ne sono convinti Don Tapscott e Anthony Williams (autori del freschissimo «Wikinomics. How mass collaboration changes everything»), secondo i quali la collaborazione di massa trasformerà anche il modo di lavorare, i modelli di business e in ultima analisi l’economia, diventando «il motore primario della creazione di ricchezza».

Il modello a cui si rifanno i due studiosi è il movimento del software a sorgente aperta. «Ho pensato che il modo in cui i programmatori collaboravano gli uni con gli altri potesse funzionare anche per altre cose» ha dichiarato in un’intervista a New Scientist Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia. «Allora ho capito che c’erano grosse possibilità per collaborare online a progetti editoriali.  Conoscevamo l’esistenza di siti dove i visitatori aggiungevano informazioni o cambiavano quelle esistenti. Capire che cosa potevamo fare con un wiki è stata la vera rivoluzione».
O meglio, il primo passo di una vera rivoluzione. Il secondo è comprendere come esportare la modalità wiki nel mondo fatto di atomi e non di bit. Come nel caso della Goldcorp, azienda mineraria canadese che ha squadernato online le proprie informazioni geologiche riservate, chiedendo ed ottenendo il contributo degli utenti: in poco tempo l’impresa ha moltiplicato fatturato e profitti. Il suo proprietario – raccontano Tapscott e Williams in Wikinomics – è stato folgorato da questa intuizione sulla via di una conferenza di programmatori Linux.

La nuova economia wiki sarà fondata proprio su tale capacità di trasferire l’esperienza dell’open source in tutti gli ambiti produttivi. «Armi di collaborazioni di massa», la chiamano i due autori, capace di spazzare via quelle industrie che non si adegueranno. Perché solo le innovazioni incrementali derivanti da questa modalità di lavoro – capillare, aperta, paritaria, creativa – renderanno competitive le imprese di domani.

E’ anche vero che l’ottimismo positivista di Wikinomics sconfina facilmente in una visione utopica. Perché se è vero, come dice Tantek Celik (Technorati) che l’abilità di usare wiki sarà una capacità lavorativa necessaria entro i prossimi cinque anni, molto meno scontato è che stia emergendo «una democrazia economica in cui tutti noi avremo un ruolo centrale», come scrivono gli autori.
Dove sia il confine fra la soddisfazione degli utenti co-autori e il loro sfruttamento; fra la collaborazione tra pari e l’appiattimento di voci originali; tra l’interesse delle aziende verso questo fenomeno e il loro tentativo di cooptarne i risultati: tutto questo (e altro) rimane ancora da chiarire.

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