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Le reti da pari a pari

Posted by franco carlini su 8 febbraio, 2007

G. D. P.

 

 

I network p2p sono comunità paragonabili a centri urbani più o meno grandi nel mondo. I cittadini (anche detti nodi) di queste comunità parlano tra di loro direttamente grazie a  un software scaricato dalla rete. Sono una delle realtà più efficaci del mondo internet e alcune (Usenet) addirittura precedono la nascita del web. Le comunità hanno come fine il condividere gratuitamente dei beni, siano essi d’intrattenimento, artistici o importanti informazioni magari malviste dai poteri. I software in questione permettono di ottimizzare il trasferimento dei beni senza intasare la città e rappresentano oltre la metà del traffico totale.  Si contano più di venti tipi diversi di modelli (protocolli), cui corrispondono oggi un centinaio di comunità (applicazioni). A grandi linee si possono dividere in: p2p puri, p2p ibridi e p2p altamente crittografati.

 

All’inizio fu Napster. Internet stava diventando un mondo e Shawn Fenning inventò questo modello ibrido. Funziona così: io, che appartengo alla comunità Napster (immaginiamo un paesino), voglio qualcosa – diciamo del vino buono – e mi rivolgo ai compaesani per vedere se ne. Nel paesino Napster che tutto quello che la comunità metteva in condivisione era catalogato e affisso nella piazza principale. Quindi mi reco in piazza, consulto l’elenco e vado a prendere il vino direttamente a casa di chi ce l’ha. Il sistema è ibrido perché la comunicazione da pari a pari inizia effettivamente solo quando arrivo a casa del compaesano. Napster funzionava molto bene ma col crescere della sua popolazione e di conseguenza della cantina comune si arrivava molto vicini all’auto-sostentamento, il che non piaceve per niente a chi vende vino per profitto. Napster venne attaccata dai monopolistio del vino industriale e ridotta a un cumulo di macerie.

 

I vecchi compaesani decidono di costruire un’altra città, e visto che la causa della distruzione di Napster era stata la piazza e l’elenco del vino, la costruiscono senza una piazza centrale. Il modello è più scomodo perché è meno facile sapare qualibeni siano disponibili (non c’è catalogo). Per comunicare tra loro gli abitanti si dotano di un sistema di segnali di fumo. Io lancio la mia richiesta  e se qualcuno legge il segnale (ovvero se qualcuno è online) mi risponde nello stesso modo e ci mettiamo d’accordo su come condividere quello che abbiamo. Inoltre ora anziché avere una bottiglia intera da un singolo compaesano ne ricevo dieci bicchieri da dieci compaesani, come fanno nella città vicina, BitTorrent. I vecchi nemici di Napster non sono contenti nemmeno di KaZaa e BitTorrent, ma effettivamente non sanno con chi prendersela: prima c’era la piazza e un messo comunale che affiggeva l’elenco del vino comune, ora si fa tutto tra compaesani, senza il beneplacito dell’autorità centrale.

 

Tuttavia anche KaZaa e BitTorrent sono città a rischio: i segnali di fumo che salgono dalle case sono visibili da tutti, amici e nemici, e non è impossibile risalire al richiedente e al donatore. Soprattutto KaZaa non sarebbe una città tollerata in uno stato totalitario e repressivo. Allora per tutelarsi la città cambia ancora. Tramite un sistema di tubi, se io lancio un segnale di fumo il fumo non si leverà da casa mia, ma da casa di un vicino. La disposizione dei tubi viene modificata spesso quindi non si riesce a capire, nemmeno guardando attentamente, chi chiede cosa a chi. E soprattutto in questa nuova città, che è stata battezzata Freenet, anche la richiesta è camuffata: non chiedo del vino, chiedo ad esempio del fluidificante sociale. I nemici non ci capiscono più niente e se ne stanno lì a imprecare. Il problema però è che rispetto a Napster e KaZaa la vita si è fatta più difficile. A volte la mia richiesta non viene capita, a volte alcuni bicchieri si perdono e soprattutto siamo in meno, il paese è più piccolo, la paura del regime totalitario fa sì che molti emigrino altrove. E le risorse scarseggiano.

 

Un bel giorno qualcuno decide che è il momento di tornare a vivere comodi, e decide di placare le ire moraleggianti dei proibizionisti pagandoli. Anzi fa di più: per aumentare il benessere della nuova città si decide che tutto il vino deve avere una certa qualità, niente più cancheroni o annacquamenti. Va dai produttori migliori e li convince che il modo migliore di distribuire il vino è affidarlo ai meccanismi della città stessa. I produttori risparmiano i costi del trasporto e il risultato è una città che beve bene, a basso costo e senza fare troppa fatica a nascondersi. Viene quindi riabilitata l’antica piazza, dove è più semplice essere informati di quanto e quale vino c’è a disposizione. La città ora si è guadagnata un periodo di pace, preludio alla prosperità. Tutti sono felici e decidono di battezzare la nuova città Giusta (la prosopopea è tipica dei momenti fondativi). Solo che il fondatore è uno scandinavo e quindi in suo onore tutti la chiamano Joost. Potrebbe essere la volta buona perché tutti vivano felici e contenti. E senza mal di testa.

 

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Una Risposta to “Le reti da pari a pari”

  1. Viva la competizione sul vino e non sulle piazze/strade!
    😉

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