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Il giornale trasloca su Internet

Posted by franco carlini su 9 febbraio, 2007

Il Secolo XIX, 9 febbraio 2007

Dopo quella dell’Economist ecco un’altra dichiarazione clamorosa sul futuro dei giornali. Se il settimanale inglese si era chiesto in copertina “Chi ha ucciso i quotidiani?”, dandone per scontata la loro morte, due giorni fa il giornale israeliano Haaretz, riferiva di una conversazione raccolta tra la (poca) neve di Davos con l’editore Arthur Sulzberger jr.: “Non so se tra cinque anni ancora stamperemo il New York Times e francamente non me ne importa molto”. Edicole vuote? O ripiene solo di altre cose, con tanti gadget e allegati? Giornalisti a spasso e lettori che si fanno da soli il loro notiziario, autonomamente saltellando per i siti Internet?

La data annunciata, il 2012, è decisamente assai ravvicinata, e l’editore stesso parla di un lungo viaggio di transizione dai giornali di carta a quelli fatti solo di bit, nella rete Internet. Del resto già oggi quella grande testata registra un milione e mezzo di lettori digitali, contro il milione e mezzo in edicola. Con la differenza che i primi leggono gratis, i secondi pagano. Persino tre dollari e mezzo per il voluminoso supplemento della domenica.

In Svezia, nel frattempo, un glorioso quotidiano, voluto nel 1645 dalla regina Cristina, il PoIT, Post och Inrikes Tidningar ha scelto la strada della sola presenza di rete, anche questo segno dei tempi e della crisi. Al New York Times sembrano tuttavia fiduciosi che la caduta delle vendite sia compensata dalla crescita della pubblicità online e dall’aumento continuo della popolazione di rete. La quale salirà ancora, via via che anche i telefoni cellulari saranno predisposti a navigare per i siti web di tutto il mondo. Gli editori sperano anche che questo nuovo medium di comunicazione risulti più attraente per le fasce di popolazione giovane, quella che meno legge la carta e che invece si trova così bene con le tecnologie nuove.

Insomma che il percorso sia in atto non c’è dubbio e la discussione sulla morte dei quotidiani appare in realtà già stantia: è sana e doverosa trasformazione, trainata sia dal mutamento tecnico che dai bisogni dei lettori. La rete Internet è in mezzo a noi, per restarci, e semmai per espandersi sempre di più, dato che tanti in ufficio, a casa e a scuola ce l’hanno e che, senza bisogno di essere fanatici della tecnologia, è semplicemente un normale canale in più, efficiente, con cui far viaggiare notizie e idee.

Il che non significa che sarà una trasformazione facile e indolore, al contrario. L’emergere robusto di altri canali di comunicazione costringe quelli preesistenti, i quotidiani come le tv, a interrogarsi sul loro ruolo, a migliorare le loro prestazioni, possibilmente a dare il meglio di sé, se vogliono sopravvivere. Volendo essere ottimisti, potrebbe persino succedere – ed è anche un augurio – che da questo sofferto cambiamento di formati e linguaggi, i giornali ne escano migliorati. Del resto editori, giornalisti e lettori da tempo sono insoddisfatti, ognuno per la sua parte, e il prestigio della stampa è certamente decaduto. Spinti dalle necessità di un mercato prevalentemente governato dalla pubblicità, molte testate offrono oggi un prodotto spesso scadente e impreciso, magari preoccupato più di parlare ai poteri economici e politici che ai loro veri destinatari, i lettori.

Dunque mentre i quotidiani perdevano autorevolezza, molti lettori hanno cominciato a farne a meno. Chi accontentandosi delle notizie flash dei telegiornali, chi riscoprendo il piacere dell’ascolto radiofonico, così colloquiale e caldo, altri ancora andando per la Rete a pescare quello che interessa tra i cento milioni cento di siti web esistenti. Ma non solo: molti lettori si sono trasformati in autori, magari inseguendo l’utopia che “Ogni uomo è un reporter”. Dunque hanno aperto siti, diari in rete (blog), si sono aggregati in comunità per temi o per interessi locali.

L’editore del New York Times ne sembra consapevole: “una volta la gente prendeva il giornale per trovare cosa danno al cinema, ora quell’informazione è dappertutto, ma i quotidiani possono integrare i materiali dei blog e degli autori esterni. Dobbiamo essere parte di una comunità e dialogare con il mondo online”.

Per parte sua l’altro grande giornale americano, il Wall Street Jornal, bibbia dell’economia mondo, ha appena cambiato l’aspetto di carta e di web sulla base di questo principio: quello che succede durante il giorno va sul sito web a nastro, 24 ore su 24, ma non per questo il giornalismo perde il suo ruolo perché sul giornale di carta i lettori troveranno il contesto e il significato di quelle notizie: cosa comportano, che conseguenze avranno, i diversi punti di vista.

Dunque un giornalismo su più formati e linguaggi, riscoprendo non solo fonti alternative di fatturato, ma anche la ragione più profonda per la quale i giornali sono nati e hanno avuto successo: voce di una comunità, pubblica piazza, severi guardiani della società civile nei confronti dei poteri. La sferzata che viene dall’Internet, con il sobbollire di contenuti locali e democraticamente generati dal basso ne offre l’occasione, anzi l’obbligo.

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