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Se anche l’aviaria fa bit

Posted by franco carlini su 22 febbraio, 2007


Libera circolazione di informazioni scientifiche, controllo sul loro utilizzo commerciale
Il caso indonesiano, fra virus dei poveri e farmaci ricchi. Un altro tipo di uso delle leggi internazionali sulla proprietà intellettuale e la biodiversità

Franco Carlini
Guai a credere che i cosiddetti diritti di proprietà intellettuale (Ipr) riguardino solo il mondo dei bit. La conoscenza-merce è dappertutto e ovunque genera conflitti acuti, anche laddove il buon senso e il bene comune dovrebbero essere vincenti. Come del caso dell’influenza aviaria e del suo virus, l’H5N1, nelle sue molte varianti. Come tutti i virus influenzali, infatti, anche questo è assai mutevole, pronto ad adeguarsi e nuovi ambienti e a mutare. Proprio questo lo rende pericoloso. La sua area d’origine è l’Asia, dove si sono sviluppati almeno due ceppi importanti, l’uno centrato in Vietnam, Thailandia e Cambogia, il secondo specialmente in Cina e Indonesia. E’ questo secondo il più pericoloso per gli umani e l’Indonesia è il paese più colpito, con 63 morti su 81 casi di contagio tra il 2005 e oggi. Si capisce dunque quanto sia importante controllare giorno per giorno, studiare l’andamento del contagio (gli ultimi casi tra gli uccelli si sono verificati di recente in Inghilterra e Russia) e analizzare subito i campioni, per studiarne le variazioni e attrezzarsi a produrre i vaccini.
Finora la prassi internazionale prevedeva che ogni paese mandasse ai laboratori che lavorano con l’Organizzazione Mondiale della Sanità i tessuti degli animali morti, ma all’inizio dell’anno il governo indonesiano decideva unilateralmente e polemicamente di non farlo più.
Lo ha deciso rifacendosi alle leggi internazionali sulla proprietà intellettuale e la biodiversità: questi prodotti biologici sono nostri e dobbiamo poterne controllare l’utilizzo, altrimenti è pirateria. Un atteggiamento egoistico e ricattatorio, verrebbe da dire, e invece lo stato asiatico ha le sue buone ragioni, come anche il settimanale inglese New Scientist ha riconosciuto, e l’intera storia è un po’ diversa.
Quella aviaria, a differenza di altre forme di influenza, potrebbe diventare una pandemia, ovvero un’epidemia a scala globale. Se dilagherà lo farà assai velocemente e l’unica difesa possibile è preparare in anticipo grandi scorte di vaccino da distribuire alla popolazione quando il virus arrivi. Vaccino che ha da essere continuamente aggiornato, inseguendo le mutazioni del virus stesso.
Non ci sarebbe il tempo, infatti, in Italia come negli Stati Uniti, di sequenziare il virus ultima versione, attivare le fabbriche e produrre le dosi in milioni di esemplari.
Qui entra in gioco la forza industriale dei diversi paesi, perché quelli che hanno capitali e un’industria farmaceutica già sviluppata possono farlo, gli altri no, e l’Indonesia è tra questi come ha detto Lily Sulistyowati, portavoce ministro della Sanità, «l’industria farmaceutica statale Bio Farma non ha le tecnologie e l’esperienza per creare il vaccino».
E’ necessaria dunque una cooperazione internazionale, che però finora non c’è stata. E non è solo l’Indonesia a dirsi preoccupata; durante una sessione dell’Oms in dicembre il delegato tailandese Suwit Wibulpolprasert ha detto: «Noi mandiamo i nostri virus ai paesi ricchi per produrre i vaccini e quando scoppiasse la pandemia loro sopravvivranno e noi moriremo».
In sostanza i paesi asiatici avevano proposto un accordo: la nostra biodiversità (virus) in cambio di farmaci garantiti. L’accordo raggiunto suonava dunque così: libera circolazione delle informazioni scientifiche, per sviluppare la ricerca, ma controllo sul loro utilizzo commerciale.
In gennaio tuttavia la polemica si riapriva e questa volta per colpa dell’Australia, dove un’azienda, la Csl di Melbourne, annunciava la produzione di un vaccino basato sul ceppo indonesiano dell’H5N1. Il ministero di Jakarta immediatamente protestava e minacciava denunce: «Noi abbiamo il virus, noi ci ammaliamo, loro prendono il virus dall’Oms e fanno il vaccino per se stessi». Da qui la decisione clamorosa: nessuna spedizione di tessuti ai ricercatori dell’Oms e invece un accordo esclusivo con la casa farmaceutica americana Baxter, la quale si impegnava a produrre i vaccini anche per l’Indonesia. I dettagli dell’accordo non sono stati resi noti.
Il 16 febbraio scorso, infine, la crisi è stata per il momento ricomposta. Un comunicato congiunto da Ginevra, firmato da David Heymann dell’Oms e dal ministro indonesiano, assicura che il paese riprenderà l’invio dei tessuti, ma che l’organizzazione delle Nazioni Unite si darà da fare per assicurare a tutto il sud est asiatico un’equa disponibilità di vaccini e lo sviluppo di laboratori e di capacità produttive locali.
L’intera storia ci segnala quanto la conoscenza sia un fattore decisivo non solo di sviluppo, ma anche di salvezza. Ovviamente i virus sono un prodotto della natura e sono di tutti, ma le capacità di studiarli sono concentrate nei paesi ricchi i quali non solo possono difendersi meglio, ma anche, come nel caso dell’Aids, vendere a caro prezzo i farmaci alle popolazioni dove i virus hanno avuto origine. E se questi non hanno i soldi, vuol dire che quello non è un mercato interessante. Fuori mercato nessuna salute, è la regola micidiale delle Big Pharma.

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