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Il futuro prossimo si chiama Open Access

Posted by franco carlini su 8 marzo, 2007

Patrizia Cortellessa
L’informazione scientifica deve essere o no accessibile e gratuita per tutti? Si, dicono i sostenitori dell’Open Acces (Oa), perché questo risponderebbe esattamente al principale obiettivo dichiarato della ricerca scientifica: la disseminazione libera del sapere. Sì, e soprattutto oggi, perché la veicolazione e l’interscambio di informazioni è resa più facile grazie alle nuove tecnologie (leggi internet) che hanno stravolto un modello di ricerca tradizionalmente statico. Oggi sono molti i ricercatori che scelgono di pubblicare liberamente su riviste disponibili e open su internet, piuttosto che supubblicazioni convenzionali o in abbonamento.
Open access sì, insomma, soprattutto se le ricerche da cui derivano gli articoli in questione sono finanziate con fondi pubblici. Lo richiedono a gran voce le università, gli istituti di ricerca e i singoli ricercatori che hanno lanciato una petizione – partita quasi in sordina e lontana da strombazzamenti mediatici – proprio sul tema del libero accesso delle pubblicazioni scientifiche. Il tema sta appassionando e dividendo la comunità internazionale. Secondo i sottoscrittori della petizione, gli articoli e gli editoriali scientifici e accademici devono essere liberamente accessibili ai ricercatori subito dopo la pubblicazione, specie se all’origine del processo c’è stato un finanziamento pubblico. Open access per legge, insomma.
E se è vero che l’avanzamento della scienza dipende dalla disponibilità di dati e dalla rapidità del loro reperimento, grazie ai progressi nell’archiviazione e nel calcolo elettronico in quasi tutte le discipline l’indagine scientifica sta diventando sempre più ricca di informazioni… L’accesso a questi dati, o ai risultati di altre ricerche, non deve essere negato a nessuno. Anche in considerazione dell’aumento esponenziale dei costi di abbonamento ai periodici scientifici.
Il panorama degli ultimi anni fotografa infatti una situazione abbastanza desolante: pochi editori commerciali che dominano il sistema di riproduzione e circolazione dell’informazioni scientifica, con politiche dei prezzi a loro esclusivo vantaggio, ma che fanno a pugni con il reale interesse dei principali acquirenti: gli stessi produttori dell’informazione scientifica (università, enti di ricerca, singoli ricercatori).
Di tutto questo si è discusso a Bruxelles il 14-15 febbraio, nell’ambito di un convegno denominato Scientific Publishig in the European research area: access, dissemination and preservation in the digital age. Un bel problema, quello che si è trovato ad affrontare la Commissione europea: conciliare il diritto d’autore (e quindi gli interessi economici degli editori), con la richiesta sempre maggiore di «open access». Il 17 febbraio, tanto per ragionare in cifre, la petizione aveva intanto già raccolto 21.462 sottoscrizioni fra singoli, enti e organizzazioni culturali di tutto il mondo, inclusi diversi premi Nobel. Numeri che fanno discutere. Le ragioni di quest’ampia comunità – che si è riunita per sostenere un nuovo modello di comunicazione e il concetto di Open Access «digitalizzato, on-line, gratuito, libero dalla maggior parte delle restrizioni connesse al diritto d’autore e alle licenze» – pare abbiano trovato ascolto. La Comunità europea ha stanziato più di 100 milioni di dollari a sostegno di infrastrutture e «archivi» dove immagazzinare i milioni di articoli accademici scritti ogni anno. Una spinta irreversibile verso l’«open access», sembrerebbe, e che comporterà sicuramente una ridefinizione dei ruoli di ricercatori, editori, università e agenzie che finanziano la ricerca.
Una direzione tra l’altro già intrapresa, in parte. I National Institutes of Health statunitensi, ad esempio, hanno proposto un Open Access obbligatorio per tutte le ricerche da loro finanziate, partendo da sei mesi dopo la data di stampa. E la maggior parte delle riviste più importanti hanno concesso agli autori il diritto di pubblicare per proprio conto versioni dei loro articoli peer-reviewed. E ancora: The Directory of Open access journals è un elenco di riviste a consultazione libera (più di 2.100), di cui oltre 800 interrogabili a livello di articolo tramite ricerca con parola chiave o scorrimento per area disciplinare.
Ma cosa dicono su questo gli editori? Contro l’obbligatorietà dell’open access per le pubblicazioni scientifiche, la Fep (Federazione editori europei) ha sottoscritto un documento – firmato fra gli altri anche dall’Aie e gli editori italiani del settore Stm (editoria scientifica, tecnica e medica) -che è stato presentato a Bruxelles durante il convegno di febbraio (si può trovare anche sul sito http://www.aie.it). Una risposta pubblica alla petizione ancora in corso e il cui contenuto, sicuramente, continuerà a generare dibattito.

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