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Realismo di mercato o utopia solidale

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Nicola Bruno

Negli Stati Uniti è nota come «Carr-Benkler wager» ed è una scommessa che ha preso il via sulle pagine di un blog tra due autorevoli studiosi dello scenario digitale. A differenza di altre più famose sfide scientifiche – come quelle lanciate a suon di migliaia di dollari da Stephen Hawking e Richard Feynman – qui non ci sono premi in palio, nè grattacapi cosmologici da risolvere, ma qualcosa di più semplice: una disputa su cosa ne sarà di qui al 2011 dei contenuti generati dagli utenti, ovvero di tutti quei testi, video e fotografie pubblicati per puro spirito di condivisione su siti come You Tube, Flickr, Digg e via dicendo.
Da una parte c’è Nicholas Carr, editor di punta della Harvard Business Review, secondo cui, nel giro di qualche anno, l’attuale esercito di beta tester e creatori di contenuti amatoriali è destinato a professionalizzarsi o quantomeno ad essere retribuito. Dall’altra Yochai Benkler, docente a Yale e autore dwl voluminoso saggio «The Wealth of Networks», convinto invece che a predominare saranno le «commons-based peer production», e cioè quelle pratiche tipiche di Internet in grado di produrre beni informativi al di fuori di un sistema di prezzi. Come dire, ad opporsi non sono solo due diversi approcci teorici, ma anche due letture del cambiamento mutuamente esclusive: stiamo assistendo all’emergere di un paradigma produttivo basato sull’economia del dono oppure questa è solo la luna di miele di un modello pronto a rientrare nelle  abituali logiche di mercato?

Sfruttati e contenti
Da buon scettico (emblematico il titolo del suo più importante lavoro «Does IT matter?»), Nicholas Carr porta avanti con convinzione la propria crociata intellettuale contro chi, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler, «vuole ridefinire il web 2.0 per promuovere l’ideologia del comunitarismo digitale», posizionandosi «sul lato sbagliato della storia». Più che una spinta all’emancipazione, dice Carr, alla base dell’attuale Internet si trova una evidente situazione di sfruttamento: «Una delle caratteristiche fondamentali del web 2.0 è la distribuzione della produzione nelle mani di tanti e la concentrazione dei ricavi economici nelle mani di pochi. È un sistema di mezzadria, e i mezzadri sono felici perchè i loro interessi coincidono con il potersi esprimere e socializzare, non con il monetizzare. Operano felicemente in un’economia dell’attenzione mentre i supervisori operano felicemente in un’economia di cassa». Un sistema di volontocrazia e di felicità asimmetrica che fino a questo momento ha retto, non essendoci ancora piena consapevolezza del valore effettivo di questa forza-lavoro gratuita. Ma cosa succede ora che tra gli investitori inizia a crescere l’ansia di monetizzare? Gli utenti continueranno davvero a socializzare, sfruttati e contenti, mentre il MySpace di turno si divora da solo la ghiotta torta delle entrate pubblicitarie?
Ci sono buoni motivi per credere che, con l’arrivo di modelli di business più spinti, l’era della partecipazione pro bono volgerà burrascosamente a termine. Se non altro perchè agli utenti potrebbe non bastare più il solo meccanismo dell’attenzione e sarebbe del tutto legittima la pretesa di una più equa divisione dei ricavi. Come in ogni buon sistema di mezzadria. «Se la long tail è il principio organizzativo dei media 2.0, perchè la distribuzione dei guadagni non dovrebbe seguire la stessa strada?», si chiede Scott Karp su Publishing 2.0. Basta guardare quanto sta accadendo nell’affollato comparto dei servizi di video-sharing, dove iniziano a farsi largo le più svariate soluzioni di micro-pagamenti pur di attrarre visitatori: si passa dai modelli 50/50 (Revver) al pay-per-click (Metacafe) per arrivare ai forfait-premio (Break.com, TuoVideo.it). Tanto che anche il gigante You Tube sembra intenzionato a muoversi in questa direzione. Dall’Italia, poi, è arrivata in questi giorni Friend$, piattaforma di social-advertising grazie alla quale gli iscritti alla community di Dada potranno monetizzare i propri contenuti attraverso Google AdSense. Certo, nella maggior parte dei casi si tratterà solo di briciole, ma sono comunque segnali di una tendenza in atto che, di qui al 2011, potrebbe far pendere la bilancia dalla parte di Nicholas Carr.

Generosi e contenti
Troppo semplice, dicono però i detrattori di Carr: Internet non è mai stata solo business o utilitarismo sfrenato. Già prima del web 2.0, la rete si è strutturata come una potente piattaforma per la collaborazione creativa e la condivisione produttiva: due aspetti, sottolinea Lessig, difficili da leggere con le lenti del copyright o, aggiungerebbe Benkler, dell’economia industriale. Su più fronti, dal software (Linux) al diritto d’autore (Creative Commons), passando per tutte le risorse prodotte e aggregate dagli utenti (remix video, feed rss, tag), sempre più fioriscono ‘imprese’ collettive basate sulla generosità e la cooperazione. «Gli esseri umani sono animati da diverse motivazioni. C’è tutta una gamma di esperienze in cui la presenza di ricompense monetarie è inversamente proporzionale alla presenza di ricompense socio-psicologiche», spiega Benkler riabilitando comportamenti fino ad ora relegati alla sola sfera privata, ma pronti a rientrare di forza nei più avanzati processi economici, dietro la spinta dell’organizzazione in network. «E’ troppo semplicistico – continua Benkler – pensare che offrendo denaro, i migliori partecipanti arriveranno e faranno bene il loro lavoro, o comunque meglio di come viene fatto nei processi sociali paralleli». Non è assolutamente detto, cioè, che pagando i suoi autori Wikipedia funzionerebbe meglio. Anzi, la peer production decentralizzata si sta dimostrando lo strumento più efficace per gestire la complessità e organizzare le informazioni. E non si tratta di maoismo digitale o anarco-utopismo (due delle accuse lanciate da Carr), ma di modalità produttive alla base tutti i network digitali, su cui è possibile innestare anche floride economie di mercato (è il caso della IBM).
E’ così che, con gli argomenti che crescono a favore dell’una come dell’altra posizione, la scommessa per ora va avanti. A dare un’occhiata alle prime reazioni, un bookmaker darebbe Carr per favorito. Ma solo tra quattro anni sapremo chi l’avrà spuntata. Ammesso che ci sarà mai un vincente tra il realismo troppo scettico di Carr e l’utopia troppo ottimista di Benkler e Lessig.

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Una Risposta to “Realismo di mercato o utopia solidale”

  1. […] + due post-it Marzo 15, 2007 at 10:52 am | In Uncategorized | Su VisionBlog (oltre che su Chips&Salsa) l’articolo che ho scritto per Il Manifesto. Si accettano puntate sulla scommessa […]

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