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La telecom d’oro di nuova generazione

Posted by franco carlini su 12 aprile, 2007

 

Una rete pubblica ad alta velocità da costruire con i soldi dello stato. Sei punti critici ai tempi dell’economia della conoscenza

Franco Carlini

Laura Partridge è una piccolissima azionista di una corporation americana, la International Projects, i cui manager si attribuiscono stipendi molto esagerati. Così in assemblea li contesta, con il risultato, non voluto, di vedersi proporre il ruolo di impiegata addetta ai rapporti con i piccoli azionisti come lei. Modernamente questo ruolo si chiama Investors Relator, ovvero colui che gestisce le relazioni con gli investitori. Dal suo ufficietto Laura risponde con parole normali ai molti americani che le scrivono e quando si profila un nuovo scandalo, spontaneamente le arrivano centinaia, migliaia di deleghe, perché sia lei ad andare in assemblea a sostenere le buone ragioni dei piccoli risparmiatori. È così che arriva alla riunione con dei sacchi di lettere, che rovescia davanti a tutti, portando alla sconfitta i cattivi manager e al meritato trionfo il dirigente buono che era stato allontanato, Edward McKeever. Sgorga anche l’amore.
Questa la trama del film «The solid gold Cadillac», meravigliosamente interpretato nel 1956 da Judy Holliday. Parabola a lieto fine dell’azionariato diffuso e della democrazia economica garantita dal mercato delle azioni, dove ogni voto si conta e tanti piccoli voti assieme possono sconfiggere i pacchetti di controllo.
Un bel sogno, senza dubbio, cui Beppe Grillo in qualche modo allude, invitando dal suo blog tutti i piccoli azionisti di Telecom Italia a presentarsi il 16 aprile in assemblea, per farsi sentire e per votare. È lo stesso sogno che, con meno illusioni, ma le stesse speranze ha coltivato Guido Rossi, impegnandosi per separare gli interessi di Marco Tronchetti Provera, che controlla la telefonia italiana con lo 0,6 per cento del capitale, da quello di tutti gli altri, molti dei quali, piccoli e piccolissimi, hanno visto volare i dividenti verso i piani alti.
Ma questa è storia passata da cui sarebbe utile trarre insegnamenti sul sistema industriale, politico e bancario italiano: un cumulo di giochi di potere, di insipienza economica e di economia delle relazioni, nonché di spionaggi internazionali, in cui ogni protagonista ha le sue responsabilità, e non solo Tronchetti Provera. La parola fine comunque l’ha scritta lo stesso Tronchetti nella sua quasi intervista rilasciata al direttore del Sole 24 ore, Ferruccio De Bortoli, mercoledì 4 aprile. La posta in palio di Tronchetti, aggiungiamo noi, è ormai soltanto quella di sdebitare Pirelli, vendendo al meglio il suo pacchetto di controllo, ma il sogno di diventare il nuovo Agnelli è finito in fondo all’ultimo dei cassetti. Ben che vada avrà un futuro come commerciante di pneumatici, che è un mestiere più che dignitoso e ben remunerato.
Lasciamo da parte, almeno in queste pagine, la questione di quale gruppo di banche, di industrie, o di aziende di telecomunicazioni prenderà il controllo di Telecom Italia. E si lascino cadere le disquisizioni sullo stato che deve stare lontano dal mercato, che sembra diventato un dogma indiscutibile. Chiunque abbia un briciolo di cultura in storia economica sa che stato e impresa da sempre vanno sottobraccio. Le Spa esistono solo in quanto soggetti economici collettivi riconosciuti dallo stato e dalle sue leggi. Ne traggono riconoscimento e protezione e alcune regole che talora accettano e talaltra violano tranquillamente, l’unica etica essendo quella del creare profitto. Spesso poi godono di protezioni improprie o di veri e propri favori, leciti (per esempio stanziamenti in opere pubbliche) o illeciti (tangenti, gare pilotate eccetera). Questo fenomeno degenerativo è così diffuso che difficilmente può essere considerato una sgradevole eccezione.
Nel corso della trasmissione L’Infedele, l’idea lanciata dal manifesto che la nuova rete pubblica ad alta velocità dovrà per forza di cose essere fatta con soldi pubblici (così come a suo tempo le ferrovie, le autostrade e oggi i caccia da combattimento) è stata presentata come una spiritosa provocazione, «cui nessuno darà retta». Il problema cui i critici della nostra «Telecom Italia Pubblica» (questo era il titolo del manifesto di mercoledì 4 aprile) non rispondono, si enuncia così:
1. Nell’economia della conoscenza ogni paese moderno ha bisogno come l’aria di una rete, fissa e mobile, di nuova generazione. Da essa dipendono: a) le efficienze del famoso sistema paese, dalla pubblica amministrazione ai commerci; b) la possibilità di creare servizi a valore aggiunto nell’intrattenimento, nell’istruzione, nella sanità, in pratica in ogni settore dell’economia; c) una tale infrastruttura attira nuove imprenditorialità e crea posti di lavoro, come e più di quanto ha fatto la telefonia cellulare.
2. I capitali necessari per realizzarla sono probabilmente 30 miliardi: 15 almeno per rilevare da TI la rete esistente e altri 15 per modernizzarla. Cifre enormi, ma inevitabili, ben più importanti del ponte di Messina e dei Tornado. Chi ce li metterà? Tronchetti ha altre idee in testa, Slim, il messicano di America Movil, punta solo alla telefonia latino americana, l’At&t, cui nessuno ha dedicato un’analisi critica (salvo L’espresso di venerdì scorso) è quella che meno investe nel suo paese, figuriamoci in Italia. Gli unici che lo stanno facendo in casa loro sono Verizon, Bt nel Regno Unito, e gli olandesi di Kpn. Altre esperienze significative adeguatamente finanziate sono quelle dell’Asia, in particolare della Corea del Sud, non per caso il paese più cablato al mondo, tanto da aver superato gli Stati Uniti nel tasso di innovazione di rete.
4. Va anche detto che tutti e troppi, comprese le due Autorità competenti, si affannano a discutere solo della separazione funzionale dell’ultimo miglio della rete, lasciando al monopolista tutto quanto sta a monte, ma questa soluzione è al di sotto delle esigenze: per quanto relativamente rinnovata nel passato, è tutta la rete di TI che va ristrutturata, riplasmandola sulle tecniche di trasmissione più recenti, per avere un assetto che duri almeno una ventina d’anni. Che poi è il tempo necessario per ammortizzare simili investimenti.
5. Le formule da adottare per questi obbiettivi possono essere diverse. Nella versione di Prodi (il Sole 24 ore, sabato 7 aprile), si tratterebbe di realizzare «una società di garanzia di transito che metta a disposizione un monopolio naturale, un sistema nervoso più tecnologico ed efficiente di quello attuale». C’è dunque l’affermazione del ruolo pubblico, l’accesso garantito a tutti i concorrenti per i loro servizi e contenuti (la cosiddetta non discriminazione) e soprattutto la consapevolezza che quel network debba essere migliore. Prodi non pensa a una proprietà statale e nemmeno a una gestione diretta. L’interesse pubblico in effetti può essere garantito da robusti impegni e controlli, con relative sanzioni in caso di inadempienze. E’ quanto sta facendo il ministro Di Pietro con le concessionarie autostradali che agiscono anch’esse su un bene pubblico, un monopolio naturale non replicabile (non si possono fare due autostrade Milano-Napoli). Si vedrà.
6. Resta, drammatico e irrisolto, il problema di chi ci metterà i soldi freschi, oltre a quelli che servono per ripianare il debito. La nostra tesi è che se il capitalismo non guarda al futuro ci debba pensare lo stato, anche con soldi pubblici, come quelli che mette e promette nelle varie Tav. Anche qui di alta velocità si tratta, e perfino più importante . Come dice ancora Beppe Grillo, piuttosto che far viaggiare i i biscotti è meglio trasmettere le ricette, fatte di bit.

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