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Video on line e azione politica

Posted by franco carlini su 12 aprile, 2007

 

Andrea Rocco

Per una parte della sinistra statunitense, l’apparire sulla scena dei nuovi media caratterizzati da «contenuti generati dall’utente», non è stato soltanto motivo di giubilo per il loro potenziale democratizzante. Lo scorso settembre, recensendo sulla rivista progressista In These Times il libro di Thomas De Zengotita Mediated, Jessica Clark osservava come «su MySpace e YouTube stringere nuove amicizie è secondario rispetto alla creazione di una propria base di fans, di un altarino online dedicato a se stessi. Perché questa coazione a guardare e ad essere guardati ha conquistato così tanti di noi?». Jessica Clark, che è una attenta studiosa del fenomeno, è andata un po’ più a fondo e, grazie al sostegno della Fondazione Ford e del Center for Social Media dell’American University di Washington, ha condotto una ricerca (la prima del genere) sui tre siti principali di video online: YouTube, Google Video e MySpace per verificare se non ci fosse invece uno spazio per un «discorso pubblico» ed eventualmente per partecipazione ed azione politica e sociale nella nuova sfera mediatica. Big Dreams, Small Screens: Online Video for Public Knowledge and Action (è la ricerca, disponibile su http://www.centerforsocialmedia.org). «L’anno scorso – ci dice al telefono Jessica Clark – questi siti hanno cominciato a diventare ‘notizia’, ad essere visti come un fenomeno rilevante. Abbiamo deciso di vedere come alcune delle questioni più importanti per la sfera pubblica venivano affrontate sulle nuove piattaforme, non quelle specializzate in politica, che pure esistono, ma quelle più popolari. Per la ricerca sono state individuate una decina di parole-chiave che corrispondono ad altrettanti ‘issue’: dall’aborto al riscaldamento globale, dalla neutralità di Internet (legata alla campagna ‘Save the Internet’) all’Aids, al Libano. Di questi temi è stata esaminata la presenza nelle prime due pagine di risultati di ‘search’ sui tre siti, quelle su cui si concentra il 95 per cento dei visitatori. Su questi risultati abbiamo fatto delle analisi per capire chi erano i ‘generatori’ di questi video e come funzionavano in termini di ‘public media’, di media cioè che creano un pubblico coinvolto in una discussione su questi temi». I visitatori rappresentano solo una frazione di quelli dei siti più popolari: il video di danza di Judson Laipply, 36 milioni di visitatori su YouTube, è distante dai 232.000 del video sulla “Net Neutrality” di Public Knowledge. Ma la presenza non è marginale, né sottotono.
«La sorpresa è stata quella di trovare, accanto a quelli provenienti da organizzazioni e istituzioni note e consolidate, un grande numero di prodotti di alta qualità generati da individui e piccole comunità assolutamente sconosciute e fuori dal discorso mediatico dominante». Per Jessica il risultato più importante è che »le coordinate convenzionali per comprendere come il “pubblico dibattito” funziona stanno cadendo a pezzi. Questo sta succedendo da tempo in altri campi, nel blogging, nell’industria editoriale, nella radio, ma nel campo della comunicazione visiva è un fenomeno molto recente. Un’altra scoperta è che molto del materiale che è stato prodotto in un contesto, come gli annunci televisivi per campagne sociali o i telegiornali, vengono usati per produzioni individuali. C’è un’esplosione di “remixing” e di “sampling”, un po’ come è avvenuto nella musica e che rappresenta davvero una nuova ondata di creatività».
Questo pone già oragrandi problemi di diritto e di copyright. «Sul piano dei contenuti e dello stile, domina la cifra umoristico-satirica e linguaggi che sono mutuati dallo stile dominante. Alcuni sono invece stravaganti e poco credibili, e mettono in evidenza la mancanza di filtri». Quanto alla questione iniziale, Jessica ha in parte modificato la sua opinione. «Credo che sia in corso un cambiamento generazionale, tra chi è vissuto in un ambiente dominato da ideologie e tecnologie che gli facevano credere che la cosa più importante fosse l’audience che uno creava per se stesso e chi invece condivide quel comportamento “comunitario”, da sempre presente in questi siti, ma che adesso acquista maggiore spazio. Entrano in scena nuovi gruppi generazionali, non più solo i teen-ager, che iniziano a sperimentare le nuove tecnologie e che si ritrovano su comuni interessi politici, non necessariamente lungo le linee della tradizionale divisione partitica. Esce comunque dalla ricerca che è un mondo piuttosto orientato verso la sinistra dello schieramento politico. La destra ha meno urgenze: domina ampiamente nei media tradizionali, soprattutto nella radio».

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