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Giornalisti, usate davvero la rete

Posted by franco carlini su 19 aprile, 2007

 

Come la trasformazione causa Internet di un vecchio mestiere investe e coinvolge almeno tre voci: giornali, giornalismo e giornalisti

Sarah Tobias

Quanto discutere di giornali, specialmente quotidiani, e della trasformazione del mestiere più antico del mondo, che è quello del narrare e raccontare. In realtà il campo linguistico dell’intera questione è un po’ più vasto, e comprende almeno tre parole: giornalismo, giornali, e giornalisti. Tutte e tre sono investite dalla trasformazione, ma in maniera diversa. Per i quotidiani classici, di carta e a pagamento, c’è il rischio di estinzione, o di una marginalizzazione crescente; per il giornalismo c’è un problema di una ripresa di ruolo civico; e per i giornalisti? Di loro oggi ci occupiamo e il problema subito si spezza in due: a) anche chi lavora sulla carta, nei media tradizionali, è comunque costretto a cambiare a causa della presenza dei media digitali. b) quale fusione di competenze, vecchie e nuove, sono necessarie per il futuro, specialmente nell’online?
Tanto per non fare i pessimisti a oltranza, partiamo dalle cose positive: anche l’ultimo redattore di un giornale locale ha quasi sempre internet sul suo computer. Molti, e non solo i più giovani, la usano, specialmente per gestire i contatti, via posta elettronica, e per navigare un po’, alla ricerca di documentazione utile per quello di cui si scriverà sulla carta. Basti pensare alla banca dati economica associata al Wall Street Journal, patrimonio preziosissimo per tutti, a prezzi assai contenuti. Ma gli esempi sono infiniti: l’internet è dunque un formidabile strumento per lavorare meglio e con risparmio di fatica. Tanta abbondanza di informazioni, strutturate e affidabili, crea semmai degli imbarazzi, nel senso che richiede più capacità di scelta e di sintesi. Chiunque sia di buona penna e di media competenza può scrivere in un’ora le classiche 60 righe a partire da un po’ di lanci di agenzia; ma anche i più bravi si troveranno in difficoltà quando i materiali di base sono molti di più e assai ricchi. Per usare l’internet come fonte servono dunque un po’ di capacità di ricerca intelligente e una qualche competenza dell’argomento: difficile scrivere di genetica se non si ha alcuna idea di cosa siano il Dna e i cromosomi. Dunque un relativo specialismo continua a essere importante.
Succede allora che il famigerato lavoro di desk, dei redattori che non escono dall’ufficio e che «passano» solo le agenzie, riacquista valore e importanza, perché grazie alla rete, si possono intrecciare contatti e informazioni, anche senza essere «inviati» sul posto. La più recente corrispondenza sull’Iraq di Giuliana Sgrena è un ottimo esempio: senza poter più essere là, la giornalista ha intrecciato le informazioni fresche e attendibili raccolte con le sue telefonate, le e-mail scambiate e la lettura competente di siti e blog lontani, scritti da persone sul posto («Baghdad, quattro anni di agonia», 8 aprile).
Sapendo cercare, poi, si farà anche del giornalismo d’inchiesta grazie alla rete, perché la quantità di informazioni ricavabili è stupefacente. Spesso sono documenti ufficiali, di imprese o istituzioni, che anche prima dell’internet erano ufficialmente accessibili, ma in luoghi remoti e sulla carta: che i documenti inviati alla Sec, commissione di controllo sulla borsa Usa, siano leggibili da ogni parte del mondo cambia sostanzialmente il modo di lavorare.
C’è poi un’altra conseguenza, per i giornalisti di carta, sempre dovuta alla presenza dell’internet: oggi, potenzialmente, i lettori possono avere accesso alle stesse informazioni di base, relative a ogni argomento. Il che significa che chi fino a ieri leggeva un pezzo interessante del Los Angeles Times e lo ricucinava in italiano, oggi rischia quantomeno di fare una figuraccia.
L’autore di queste righe in proposito coltiva un hobby perverso: quando su un giornale italiano vede un articolo che suona ispirato, se non copiato da altre testate, parte alla caccia della fonte originale. Quasi sempre è assai facile: si prende il nome citato nel pezzo, e lo si immette nella maschera di Google News (la parte di quel motore di ricerca che scheda soprattutto le fonti giornalistiche) ed ecco, quasi per miracolo istantaneo, emergere le virgolette originali, quelle che il giornalista nostrano ha usato come se le avesse raccolte lui a Minneapolis.
Il gioco è innocente, ma incita alla modestia: questo mestiere, a ben vedere, consiste nel leggere per conto terzi. Dunque è lecito e anzi opportuno riferire di cose interessanti pubblicate su altre testate; è un ottimo servizio. Ma perché non dare la fonte originale? Non ci si deve vergognare di citare, ma al contrario si deve offrire la possibilità al lettore di saperne di più. Lui ce ne sarà grato.
Insomma, la presenza dell’internet trascina con sé, anche nel giornalismo tradizionale, una nuova deontologia, quella della citazione, o del link. Rinuncia a un po’ di potere sulla fonte, ma, così facendo, aggiunge valore alla propria prestazione. Lo spirito è quello delle regole dei Creative Commons: non c’è copyright, ma c’è obbligo di fedele citazione dell’autore originale. In sintesi: anche nei giornali di carta, che rimangono e rimarranno, l’esistenza parallela dell’informazione di rete, cui i lettori hanno accesso, costringe – e insieme permette – di lavorare meglio. Non c’è, e non ci sarà, la scomparsa dei ruoli di intermediazione, ma questi vengono semmai esaltati e resi più importanti, purché i giornalisti, come singoli e come categoria, si dimostrino all’altezza.
In realtà molti giornalisti lo stanno facendo in almeno due modi. Uno è quello di un uso intelligente degli archivi elettronici, che sostituiscono i ritagli di carta. Per esempio diversi commentatori politici italiani lavorano da tempo con intelligenza con le citazioni del passato – Antonio Stella del Corriere della Sera, per dirne uno. E poiché i politici italiani, nel corso degli anni, hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto, è facilissimo rinfacciare a Berlusconi come a Fassino la contraddizione tra il parlare strumentale di oggi e di ieri. E’ un’azione meritoria di memoria e coerenza, che ieri richiedeva affannose e incomplete ricerche nell’archivio di carta, tra i ritagli, e che oggi si fa al volo. Per riuscirci occorre solo imparare il «keywordese», ossia saper scegliere le parole chiave giuste per trovare, nel grande magazzino dei bit, le informazioni che servono. E poi scegliere con intelligenza, per la quale non esistono corso, ma solo applicazione cognitiva continua.
Un’altra pratica che ormai molti redattori usanho e che rientra sempre nella categoria dell’internet come fonte è quella di non andare in cerca delle notizie e informazioni consolidate e strutturate, ma piuttosto delle idee e dei fenomeni emergenti. Per dirla semplicemente: se il primo è il campo delle enciclopedie e dei repertori ufficiali, il secondo è il terreno di esplorazione dei siti delle culture e dei movimenti, dei blog e dei social networks.
E’ una ricerca che rasenta l’antropologia e la sociologia l’andare in un servizio di blog, scegliere dei nomi o dei profili di persone a caso, e leggere cosa lì si discute e racconta. Moltiplicato per migliaia di volte, è l’analogo dell’esercizio istruttivo di sedersi in un bar di periferia o in un treno di pendolari prestando attenzione ai volti e alle parole delle persone. Non è un atteggiamento da guardoni, ma un terreno su cui si possono fare centomila tesi di laurea o anche, più semplicemente, un modo per essere nel mondo reale, grazie alle tecnologie virtuali, e magari ispirarsi a quelle chiacchiere in libertà per un’inchiesta vera sui consumi o su qualsivoglia tendenza emergente.
Per una fase questa attività di esplorazione si è tradotta, da parte dei giornalisti, in articoli del tipo «sul web ci sono anche dei siti che …» (vendono bare personalizzate, suggeriscono come risparmiare l’acqua, discutono della migliore ricetta della fonduta). Ormai quel gioco non funziona più, perché sul web c’è tutto. La strada interessante è destreggiarsi nel grande caos comunicativo per estrarre dal rumore di fondo dei piccoli segnali che indicano che sentimenti, idee, modi di pensare che vanno cambiando. Serve tempo, pazienza, curiosità. Magari si consumeranno più polpastrelli che suole delle scarpe, ma la dedizione civile è la stessa dei vecchi giornalisti.
sar.tobias@gmail.com

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