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Confindustria contro l’informatica pubblica

Posted by franco carlini su 26 aprile, 2007

Interessi in conflitto

 

Una critica cieca «Il pubblico» non funziona meglio se lo si affida ai «privati». Anzi… La complessità dei problemi informatici sfugge alle facili soluzioni «ideologiche» che si limitano a santificare le virtù del «libero mercato». Non mancano gli esempi

Agostino Giustiniani

Un convegno nazionale della Confindustria ha messo sotto esame l’informatica nella pubblica amministrazione. L’interesse dell’associazione di categoria Aitech-Assinform è alto perché il «famigerato» Stato, di questi tempi, è quello che più spende in tecnologie informatiche, mentre i privati stanno tenendo stretti i cordoni degli investimenti. Lo si può capire del resto: enti centrali e locali partivano da una situazione di arretratezza, che è obbligatorio colmare. C’è però un dato percentuale che fa molto arrabbiare gli industriali dell’informatica: è quel 48 per cento di investimenti captive, o in house, che dir si voglia: specialmente le regioni affidano le commesse direttamente a loro società regionali, senza bisogno di gare, e in questo modo gli imprenditori privati restano a bocca asciutta. Questo è anche uno dei cavalli di battaglia della ministra agli affari regionali Lanzillotta che da tempo vuole smantellare tale riserve, nell’informatica come in altre prestazioni locali.
La critica della Confindustria, per quanto interessata (è leggibile sul sito http://www.assinform.it) contiene un elemento di verità: alcune delle società informatiche regionali offrono prestazioni non eccellenti, a costi alti e con tempi di realizzazione lunghi. E’ uno di quei casi in cui l’inefficienza del pubblico inciterebbe a dire «facciamo fare tutto ai privati, che lavorano meglio». Alcune poi, con abili operazioni, sono riuscite a sfuggire alle maglie del decreto Bersani che imponeva loro di operare solo per l’ente proprietario (la Regione) e non anche per comuni, provincie, Asl varie. Tuttavia non è necessariamente vero il contrario, e cioè che facendo delle belle gare tra privati il risultato sia automaticamente migliore. A spingere verso soluzioni pubbliche c’è poi un elemento di fondo, anche storico: l’affidamento di progetti e servizi all’imprenditoria privata si è spesso tradotto in un intrappolamento dell’ente locale a quel singolo fornitore: poiché era quest’ultimo ad aver realizzato il sistema, era anche l’unico in grado di farne la manutenzione e i miglioramenti, e così quella gara vinta in una singola occasione si traduceva in una rendita eterna, da cui era difficile sfuggire anche quando le prestazioni si facevano scadenti o troppo esose.
Non solo: le gare separate per servizi analoghi si sono sovente tradotte in uno spreco di risorse pubbliche perché diversi comuni o regioni acquistavano lo stesso software applicativo, pagandolo ogni volta. E’ come se ogni divisione della Fiat acquistasse separatamente lo stesso programma, ogni volta attivando un nuovo contratto con il fornitore. Già nella legislatura precedente invece (ministro Stanca), lo stato centrale ha spinto con una certa convinzione per il «riuso» del software, premiando le amministrazioni che creavano progetti pensati fin dall’inizio per essere «passati» ad altre.
Il secondo elemento che Aitech-Assinform non evidenzia, è il peso crescente del software Open Source nelle amministrazioni. Se ne usa sempre di più, per esempio Open Office al posto di Microsoft Office, con risparmi significativi e con compatibilità pressoché piena. Ma il software a sorgente aperta trascina con sé anche un altro problema: a parte i pacchetti già pronti, in molti casi c’è un discreto lavoro da fare per adattarlo alle proprie esigenze. E’ un terreno relativamente nuovo, che richiede competenze interne alle amministrazioni, sia di progetto che di programmazione vera e propria. Un esempio poco noto è quello della Polizia di Stato che usa, in casa, tutta la filiera open disponibile: Apache, MySql, php, e aderisce alla licenza Creative Commons.
C’è infine la diatriba tra front-office (sportelli verso i cittadini e le imprese) e back-office (il retrobottega dove le pratiche vengono svolte). La Confindustria lamenta che le amministrazioni si siano dedicate solo al secondo aspetto anziché al primo. Pochi mesi fa la critica avanzata era l’opposto: avete fatto troppi siti web senza adeguare il retrobottega ai nuovi servizi promessi. Di fatto la situazione è questa: molti portali pubblici sono stati aperti; non tutti sono adeguati, ma qualcosa è stato realizzato. Tuttavia quasi mai si è colta questa occasione per riorganizzare non tanto i computer, ma i processi interni che devono erogare il servizio. E non si tratta di una questione tecnologica, quanto organizzativa: se non si migliorano i flussi di lavoro, l’introduzione dell’informatica introduce solo ulteriori costi, perpetuando e aggravando le inefficienze.

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