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Il bene comune della cooperazione

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

 

Il volto nuovo del capitalismo. «La ricchezza della rete», l’ambizioso saggio dello studioso statunitense Yochai Benkler

Benedetto Vecchi

Il libro di Yochai Benkler La ricchezza della rete (Università Bocconi Editore, pp. 624, euro 34,50) è decisamente ambizioso e bene hanno fatto queste pagine a dedicargli attenzione (il manifesto del 26/04/07). In oltre seicento pagine vuol mettere a fuoco il come e il perché Internet ha cambiamo i rapporti sociali di produzione, la costruzione dell’opinione pubblica e l’attività di governo nelle società capitalistiche. Da questo punto di vista è un saggio che si colloca nel solco tracciato da Manuel Castells nella trilogia The age of information (tradotta sempre dall’Università Bocconi con il titolo L’età dell’informazione), ma con la convinzione che, mentre lo studioso catalano fissava le coordinate di una transizione dalla società industriale a quella «informazionale», ora quella fase si è definitivamente conclusa lasciando in eredità un’ «attività cooperativa non proprietaria» che è diventata, attraverso Internet e l’uso diffuso delle tecnologie digitali, l’elemento propulsivo delle economie capitalistiche contemporanee. Da questo punto di vista, l’analisi di Benkler è però più radicale nella critica di un certo determinismo tecnologico di quanto non lo sia quella di Castells, perché considera dirimente elaborare la portata di quella cooperazione sociale e produttiva che ha la sue esemplificazioni nella produzione di software open source, nel giornalismo «amatoriale», in wikipedia, nell’esperienza di siti come YouTube, MySpace, ma anche in quei peer review che vedono il coinvolgimento attivo dei consumatori nell’attivare processi innovativi tanto di prodotto che del processo lavorativo.

Una contraddizione all’opera
Il punto di partenza de La ricchezza della rete sono quelle attitudini collettive e modi di essere che considerano l’informazione e la conoscenza un «bene comune» che non può essere privatizzato e che è usato come materia prima per la produzione di merci (qui la distinzione tra produzione materiale e immateriale è a ragione lasciata alle ortiche). Da qui la contraddizione che Benkler prova a risolvere, quella che concerne una materia prima che non è di proprietà di nessuno e che tale deve rimanere, ma che viene usata per sviluppare attività economiche che rispondono a una logica capitalistica.
In passato, agli albori dello sviluppo capitalistico, c’erano altre materie prime che venivano considerate «beni comuni», ma con la stagione delle enclosures sono divenute, è cosa nota, proprietà privata di qualcuno. Non che questo non avvenga nel «capitalismo informazionale», ma chi resiste alla privatizzazione dell’informazione e della conoscenza persegue, secondo Benkler, l’obiettivo di sviluppare un’attività economica che consegue profitti e al tempo stesso preserva il carattere comune dell’informazione e della conoscenza.
La contraddizione che Benkler segnala è dunque quella tra un’attività cooperativa non proprietaria e un’economia capitalistica che vede nella proprietà privata un suo architrave. Il case study a portata di mano è ovviamente il software open source o quello del free-software. Lo studioso americano ricorda il successo del sistema operativo Gnu-Linux e di come minacci da vicino l’egemonia di Microsoft, dopo averne demolito il monopolio nei sistemi operativi. Le ragioni del successo di Linux sta, sostiene Benkler, in quella dimensione cooperativa che vede il coinvolgimento di centinaia di migliaia di programmatori, analisti di sistema e «softwaristi per hobby» che sono riusciti a creare un modello organizzativo basato sulla condivisione, l’assenza di gerarchie e, qui l’elemento non previsto, i cui risultati possono essere usati da chiunque rispetti la «logica non proprietaria» che hanno portato a produrre il software.
Ma è questa la logica che muove la produzione di informazione nel web. Da questo punto di vista, la rete consente di sviluppare siti informativi che vedono il coinvolgimento di chiunque acceda, tramite un semplice click del mouse, al sito, perché sono pagine Internet gestite con un software, quasi sempre non proprietario, che prevede l’interattività tra tutte le persone che vi scrivono o depositano materiali video. Per Benkler, i blog, come i siti informativi, non stanno distruggendo i media tradizionali, ma ne stanno minando il monopolio. Che poi diventino siti che attraggono inserzioni pubblicitarie, portando dollari nelle tasche di chi li gestisce – i casi, ad esempio, dei blog slashdot o boing boing, solo per citare i più noti, non significa che perdono la loro vocazione originaria: essere cioè «attività ccoperative non proprietarie». Lo stesso si può dire per la produzione e circolazione di conoscenza, se si pensa al successo di wikipedia.
Il giornalismo on line modifica inoltre la formazione dell’opinione pubblica e dunque il rapporto tra governo e governati, perché, sostiene sempre Benkler, la circolazione delle informazione permette un controllo diffuso sull’operato tanto dei governi che delle imprese. Per lo studioso americano, Internet è quanto più si avvicina all’agorà di aristotelica memoria, un regno cioè della democrazia assoluta in cui è possibile esercitare un potere di interdizione sull’operato del sovrano usando una tastiera e un mouse.

La cooperazione vincente
Siamo dunque in una realtà profondamente differente dalle società industriali, anche se La ricchezza della rete paga un pedaggio troppo alto a una visione acritica dei fenomeni in atto. Ma il libro di Benkler non si propone però come una critica del capitalismo informazionale. La sua importanza risiede nel definire appunto quella contraddizione tra «attività cooperativa non proprietaria» e economia capitalistica. Così, le leggi draconiane sulla proprietà intellettuale non riescono a bloccare la condivisione di sapere e conoscenze in quanto tratto distintivo di Internet (lo studioso finlandese Pekka Himanen ha parlato di una inedita riedizione di quel «comunismo dei ricercatori» che animava in passato la comunità scientifica). Allo stesso tempo, l’open source è la rappresentazione del conflitto tra l’«attività cooperativa non proprietaria» e la produzione capitalistica en general. E altrettanto condivisibile è la sottolineatura che l’autore fa su come le strategie imprenditoriali stiano facendo proprie le tecniche del «networking sociale». In altri termini, ciò che mette a fuoco Benkler è il conflitto tra una cooperazione sociale produttiva e le regole della società capitalistica. È su questo crinale, oltre alla mole di dati che il libro presenta, che emerge la rilevanza delle analisi presenti ne La ricchezza della rete. Non è tanto quindi la compatibilità tra il «networking sociale» e il capitalismo, ma nel considerare centrale il conflitto tra questa «attività cooperativa non proprietaria» e il capitalismo.

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6 Risposte to “Il bene comune della cooperazione”

  1. […] Il manifesto: intervista e recensione Maggio 8th, 2007 Su Il manifesto del 3 maggio 2007 una recensione di La ricchezza della Rete a firma Benedetto […]

  2. […] Il manifesto: intervista e recensione Maggio 8th, 2007 Su Il manifesto del 3 maggio 2007 una recensione di La ricchezza della Rete a firma Benedetto […]

  3. Sul blog Omnia Communia è possibile scaricare quasi tutto il libro di Benkler… Free culture!

  4. […] fratelli, saggezza delle folle e intelligenze collettive (passando per la stupidità della gente), ricchezza delle reti e lati oscuri della Rete, personalizzazioni di massa e masse spersonalizzate, etica del DIY (do it […]

  5. […] del Manifesto, l’approccio di Benkler è stato affrontato da diversi punti di vista: qui una recensione del volume; qui un’intervista a Benkler; qui invece un’analisi del […]

  6. […] Fonte: Il Manifesto del 3/05/2007 Questo articolo è stato scritto il sabato 5 maggio 2007 alle 18:32. Puoi […]

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