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Aprire i social media alla creatività distribuita

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

Recinti dorati, monopoli, sfruttamento del lavoro altrui. I giganti del web sociale non sono poi tanto diversi dai Big Media. Ma l’alternativa è possibile.

BERNARDO PARRELLA

I grandi siti di social media come giardini dorati ma iper-recintati, dove «è più facile che la gente venga usata, anziché l’opposto». E da cui è praticamente impossibile uscire, una volta creata tutta una serie di contatti e relazioni personali. Questa l’opinione di Trebor Scholz, studioso dei media, artista e docente presso il presso la State University di New York a Buffalo, ma di formazione mittel-europea. Sono critiche dal di dentro, motivate e costruttive che trovano sempre più spazio a attenzione ben oltre la fascia degli addetti ai lavori. E a cui da tempo va dedicandosi il lavoro di Scholz, inclusa una ricerca che ha avuto ampia eco «Quel che la generazione di MySpace dovrebbe sapere (sul lavoro gratuito)», documento reperibile insieme ad altri materiali utili sul suo sito: http://www.collectivate.net. Offrendo poi alternative concrete con le attività dell’Institute for Distributed Creativity, lanciato nel 2004 con un’apposita conferenza a Buffalo, e un’antologia d’imminente uscita presso Autonomedia, The Art of Free Cooperation. Curato insieme a Geert Lovink, il volume propone una ampia riflessione sulle dinamiche della cooperazione online, evitando di «abbracciare il vangelo degli analisti business che considerano la collaborazione uno strumento per incrementare la ricchezza di chi è già ricco».

L’intervista che segue è stata realizzata nel corso del recente Media In Transition 5, evento che ha radunato al MIT di Boston teorici ed esperti internazionali dei media studies. Trebor Scholz ha preso parte a un panel che includeva anche Cory Ondrejka, top programmatore di Linden Lab, l’azienda che ha creato quella Second Life, esempio assai seguito di laboratorio per la sperimentazione di modelli partecipati e aperti. 

«I social media fanno sì che sia più facile usare la gente»: come va intesa questa affermazione?

Il punto centrale è che i grandi giganti del web, i dieci siti che coprono il 40% dell’intero traffico della Rete, in pratica sono tali grazie all’user generated content. La gente vi carica testi, foto, video e se ne sta lì con gli amici. Ciò fa parte della cultura giovanile, perché magari non possono vedersi allo shopping mall, perché la sfera pubblica mostra loro ostilità e questi diventano i nuovi spazi dove incontrarsi. Si tratta di un aspetto certamente positivo. D’altra parte però esiste un’enorme centralizzazione, e di fatto sono appena due o tre i luoghi online dove la gente finisce per ritrovarsi. Il 12% degli statunitensi online non frequenta altro che MySpace. E così questi pochi siti straripano di materiali personali d’ogni tipo, cosa che rende assai difficile spostarsi altrove. Il prezzo sociale del trasferimento è molto elevato. Tutti gli amici sono lì, le foto e il diario sul blog, la comunità di riferimento sono lì dentro. In pratica ciò significa essere bloccati, in un certo senso il pubblico è prigioniero. Ad esempio, Murdoch ha annunciato un nuovo servizio di MySpace, le notizie d’attualità, gli utenti non sembrano gradirla, però non possono farci granché. E mentre esistono decine di siti di social networking, c’è un solo YouTube, se vuoi diventare famoso, se vuoi provare a essere una video star come i Chinese Backstreet Boys che poi hanno firmato un cospicuo ingaggio pubblicitario con Sony Ericsson.

Si prospetta dunque una concentrazione del potere dei new media analoga a quella degli old media?

Si, abbiamo la ripetizione di quel che accade nella vita reale. È la tipica strategia capitalista: un pugno di corporation, tra cui News Corp., Yahoo, Google, riescono ad attirare la vasta maggioranza della socialità online. E gli altri ambiti, blogosfera inclusa, restano un po’ alla periferia. Ad esempio, l’85% degli studenti Usa gira su Facebook e tempo fa 700 mila utenti protestarono quando vennero introdotti i feed RSS. Secondo me ciò conferma che la gente tiene molto alla propria comunità, al punto da non potersi trasferirsi altrove, e quindi non le resta altro da fare che provare a rendere migliore quell’ambiente.

Quale il nostro ruolo di aderenti a simili spazi-comunità?

Dobbiamo insistere perché ci sia massima trasparenza, per avere il pieno controllo delle nostre produzioni e quindi rendere più facile l’uscita da questi grandi siti, come accade con certe piattaforme blog da cui è semplice esportare altrove tutti i contenuti ivi realizzati. Con MySpace o Facebook è impossibile farlo, proprio perché vogliono che la gente rimanga lì dentro. Occorre rendere chiare le regole delle varie piattaforme. Come ci si regola sulla privacy? Chi possiede i contenuti prodotti? L’azienda può rivendere i dati personali degli iscritti, e a chi? Qual è l’ideologia sottostante al codice, o il ruolo dei programmatori? Tutte policy che vanno ben spiegate e rese trasparenti.

Quali gli aspetti delle attuali tecnologie partecipative che vanno migliorati onde favorire una maggiore partecipazione?

Oltre a quanto sopra, restano cruciali le capacità dei singoli di operare al meglio i vari strumenti, e quindi serve maggiore alfabetizzazione mediatica e massima facilità d’utilizzo, onde permetterci di usare a nostro vantaggio questi ambienti, anziché di esserne usati.

 

http://bernyblog.wordpress.com/

 

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Una Risposta to “Aprire i social media alla creatività distribuita”

  1. molpurgo said

    bella intervista.Tipico stile EEF.Rimango però sempre piu’ perplesso sulla salvaguardia della privacy.Le API servono, ma fanno anche male.Tertium non datur.

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