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Le foreste comuni del Madagascar

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

L’apprezzato settimanale The Economist è anche il più ideologico in circolazione. Fa parte del suo brand leggere tutto in termini di mercato, che più libero è meglio è. E’ anche un riflesso automatico di una redazione molto compatta: nessun articolo è firmato, perché tutti sono allineati.  Un pessimo esempio di tale ideologismo spinto lo si trova a proposito di foreste e riforestazione (http://www.economist.com/daily/columns/greenview/displaystory.cfm?story_id=9136122&fsrc=nwl). Quell’articolo riferisce di uno studio condotto dal ricercatore Thomas Elmqvist dell’università di Stoccolma.  Egli ha esaminato l’andamento delle foreste in diverse aree del Madagascar, confrontandolo con la densità di abitanti; voleva esaminare quanto fosse vera l’idea che la pressione della popolazione comporta deforestazione e perdita di biodiversità. Tale correlazione, dice lo studioso, non c’è, almeno in quelle zone. Capita semmai che il recupero delle foreste o la loro perdita dipenda dalla gestione che le istituzioni ne fanno. Succede dunque che una di queste aree sia poco popolata, ma assai deforestata, mentre un’altra, più densa, protegge le foreste. Per accertare da vicino il fenomeno i ricercatori hanno fatto delle interviste in loco chiedendo agli abitanti chi ha accesso alle risorse, quali regole governano l’accesso, chi le fa rispettare e in che misura.  Le zone meglio protette sono quelle in cui le regole sono chiare e fatte rispettare. Il settimanale inglese ne trae l’arbitraria e ideologica conclusione che  questo è un classico esempio di «Tragedia dei beni comuni» e che «I diritti di proprietà sono il modo migliore per preservare le foreste». Aggiunge che «come per i banchi oceanici di pesca, così per le foreste tropicali, il business di tutti finisce per essere il business di nessuno».  Che al problema dei beni comuni eventualmente ipersfruttati da «predatori egoisti» si possa porre rimedio solo e privatizzandoli è una tesi che in Inghilterra è da sempre popolare, almeno da quel movimento di enclosure (recintamenti) con cui nel ‘600 vaste aree vennero sottratte all’uso comune agricolo e pastorale e affidate a lord e baronetti, che le facessero sfruttare al meglio. In questo caso il settimanale tuttavia esercita una sensibile forzatura. Infatti chi legga l’articolo originale  (http://www.plosone.org/article/fetchArticle.action?articleURI=info:doi/10.1371/journal.pone.0000402) scoprirà che le aree del Madagascar meglio protette sono quelle in cui la comunità locale, con anziani e capi villaggio fa rispettare i criteri d’uso, così preservando la risorsa. In alcune ci sono anche foreste taboo,  che appartengono per storia e tradizione a dei clan o tribù. In altre parole, la soluzione vera e storica è quella della tutela locale, da parte della comunità. Non per caso le foreste in deperimento sono quelle dove migrazioni e abbandoni hanno dissolto le popolazioni originarie. Anche questa è una lezione moderna, che andrebbe applicata alle reti di telecomunicazione come alle conoscenze convogliate e diffuse in rete.

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Una Risposta to “Le foreste comuni del Madagascar”

  1. oh i can’t believe what i’m seeing with my eye. Martino Heino.

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