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I PARTITI ALFA

Posted by franco carlini su 22 Maggio, 2007

FRANCO CARLINI – editoriale del manifesto, 22 maggio 2007

Ci sono dei bellissimi modelli matematici che dimostrano come una comunità possa collassare per il semplice fatto che un numero inizialmente piccolo di predatori si appropria dei beni comuni. In tal caso i membri di una eventuale maggioranza di altruisti si stufano di passare per gonzi e cessano di cooperare. Eventualmente si ritirano in comunità più piccole dove ancora la solidarietà può reggere, oppure defezionano (è l’Exit descritto da Hirschmann nel lontano 1970), o ancora prendono anch’essi a comportarsi da raider spregiudicati. Sembra la descrizione perfetta del fenomeno che, con dozzine di mesi di ritardo, i due maggiori quotidiani d’Italia hanno scoperto con finta ingenuità nell’ultimo fine settimana: disaffezione della «ggente» verso la politica, discredito totale dei partiti. Dunque antipolitica e antipartitica. Da anni i sondaggi europei confermano questa tendenza, peraltro riscontrabile empiricamente in qualsiasi treno di pendolari.

In Italia la questione sembra (ma sembra soltanto) particolarmente calda, ma più che calda è marcia. Oltre a tutto, pur se suggestivo, il titolo del volume di Rizzo e Stella, «La Casta», è equivoco: si tratta infatti di qualcosa di peggio. Le caste – si pensi all’India ma non solo – sono infatti gruppi sociali rigidamente divisi, cui si appartiene per nascita. Difficile entrarci come uscirne. La partitocrazia di cui da anni stiamo parlando ha invece un’altra caratteristica, quella di tendere per sua natura insieme a estendersi e a escludere. Di nuovo le scienze possono aiutarci per analogia: non solo ogni organismo vivente cerca di vivere a lungo, ma anche di perpetuarsi, diffondendo il più possibile il proprio patrimonio genetico. E’ il paradigma del «Gene Egoista», interessato soltanto a moltiplicare più copie possibili di sé, ed è per questo che in molte specie il maschio alfa (quello migliore perché ha sconfitto i rivali) ha il privilegio di fecondare molte femmine. E’ il suo Dna che si propaga di più, a scapito degli altri. 

Così le organizzazioni, e i partiti soprattutto, nella fase per loro più ricca, hanno bisogno non solo di permanere (per esempio con sistemi elettorali che li favoriscano, malgrado l’eventuale astensionismo), ma anche di moltiplicare  il loro modo di operare in molti nuovi adepti. La fidelizzazione non solo li rafforza, ma ne estende il potere. Questo funziona solo si instaurando un meccanismo antidemocratico di esclusione, perché quel potere è tale solo se c’è qualcuno su cui esercitarlo e che non ha la possibilità di metterlo in discussione. Dunque l’antipolitica serve a chi comanda e come tale viene ricercata; non è un difetto ma un valore per i partiti attuali, almeno finché non raggiunga una certa soglia che dia luogo a sommosse (difficili da immaginare da parte di un popolo deluso) o a dittature populiste. Non per caso gli autori della diagnosi preoccupata puntano a soluzioni che irrobustiscano l’esecutivo, sottraendolo al «ricatto delle minoranze delle minoranze» (Paolo Mieli).

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