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Quei sociologi con le stellette

Posted by franco carlini su 24 maggio, 2007

PATRIZIA CORTELLESSA

Si può riuscire a interpretare il comportamento degli individui fino ad anticiparne le reazioni?  Osservando gli esseri umani da ogni punto di vista, antropologico, culturale, sociale, economico, politico, raccogliendo dati, informazioni, si può predire il futuro di quel popolo, di quella città, di quel governo? E ancora: come può essere usato lo studio delle scienze umane e sociali , applicato alle nuove tecnologie, nel campo militare? E che importanza rivestirebbero – alla luce di tutto ciò – le reti sociali? Che la social network analysis (analisi delle reti sociali) non sia un argomento nuovo – almeno per i sociologi – è un dato di fatto, ma non avrebbe preso così piede se negli ultimi anni non si fossero sviluppati dei software che rappresentano i gruppi e le comunità che agiscono in rete. 

Così la sociologia, l’antropologia, la psicologia, l’economia, sono state applicate allo studio dei fenomeni più vari, come quello delle istituzioni, del commercio internazionale, l’andamento dei mercati. 

L’ultima applicazione è legata alla guerra e agli scenari che essa delinea. E’ solo una questione di matematica, dice lo scienziato di origine polacche Benoit Manderlbrot che nel 1975, «inventando» i frattali, rivoluzionò la geometria. Sono più di cinquant’anni che i presidenti Usa si affidano a un team che si esercita con sistemi matematici per elaborare nuove strategie di battaglia. Già durante la guerra fredda il Dipartimento della difesa statunitense assunse dozzine di antropologi per preparare un dossier sulla società sovietica. E lo stesso fece per il Vietnam.

Anche gli studiosi del Massachusetts Institute of Techonology se ne occupano da tempo, e Kathleen Carley, della Carnegie Mellon University, già qualche anno fa mise a punto un sistema di variabili che per due volte la portò ad indovinare chi sarebbe salito ai vertici di Hamas dopo l’uccisione del leader precedente. La stessa Carley, riferendosi alla rete tessuta da Osama Bin Laden diceva: «sarà pure confinata nelle caverne, ma ‘questa gente’ ha adottato architetture e dinamiche tipiche del più evoluto mondo aziendale, sovrapponendo un impianto organizzativo orizzontale, tipico del network, alla classica scala gerarchica verticale». Ulteriori previsioni in merito non si troveranno mai su internet, visto il veto posto alla ricercatrice dal governo Usa.

Un interessante articolo di Yudhijit Bhattacharjee, pubblicato di recente sul settimanale Science («Pentagon Asks Academics for Help in Understanding Its Enemies», Science 27 April 2007, Vol. 316,  pp. 534 – 535), ci rivela che il Dipartimento della Difesa Usa sta mettendo a punto un nuovo programma di ricerca, chiamato Human Social culture Behavior  Modeling, per studiare l’agire quotidiano delle popolazioni locali nelle zone di guerra, in particolare in Iraq.  Chiedendo ancora una volta aiuto alle Accademie e università  per «capire».  

La motivazione e le aspettative della ricerca vengono spiegate da John Young jr, direttore di ricerca della difesa: «Non solo l’uso della forza (..)  abbiamo bisogno di strumenti per capire la società, le forze all’interno di quel governo, le influenze sociali e culturali e religiose di quella popolazione e di come quella stessa popolazione reagisce agli stimoli (..) Uno studio tradotto in dati che serve per elaborare altri dati,  a sviluppare software, a prospettare “modelli attendibili». Il risultato delle diverse opzioni può essere utilizzato dai «capi militari» prima di prendere questa o quella decisione in battaglia. Per l’attuazione di questo programma Young ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti circa 7 milioni di dollari per il 2008, e ulteriori 54 da dirottare verso le scienze sociali .

«I sistemi umani sono complessi e difficili da racchiudere in modello», afferma invece Paul Van Riper, generale di brigata in pensione. E se lo studio non è nuovo, in effetti, perché ora questi  programmi dovrebbero avere più successo di quelli di ieri? Perché oggi ci sono più strumenti e una migliore capacità di radunare i dati e analizzare le informazioni, è la risposta degli ideatori (e la speranza dei committenti)   

Lo sviluppo di «modelli realistici» che rappresentino le società richiederà comunque ulteriore studio, costante ricerca oltre ad un infinita accumulazione di dati. Chissà cosa ci riserverà il futuro, alla luce della parole dell’economista Scott Page, dell’università del Michigan, che afferma: «malgrado le tonnellate e tonnellate di dati ricavati dalle elezioni negli Stati Uniti non siamo ancora in grado di predire come voteranno gli elettori».

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