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I facinorosi col bicchiere

Posted by franco carlini su 29 maggio, 2007

il manifesto, 29 maggio 2007, pag. 2

All’inizio poteva sembrare una semplice, anche se un po’ meschina gelosia: che cosa ci fa Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, nel comitato dei 45 che prepara le regole del partito democratico? Si è lamentato il sindaco torinese Chiamparino, in quanto escluso, lui e tutto il nord ovest. Si è dilungato in sgradevoli insinuazioni il principe dei risotti televisivi, Gianfranco Vissani, sostenendo che da mesi Carlin va chiedendo a Fassino di fare il ministro dell’agricoltura e che prima o poi finirà persino per appoggiare gli Ogm.

Poi è arrivato l’accidioso Giampaolo Pansa, ricordando la statura dei piemontesi storici di sinistra, quali Gobetti, Gramsci, Terracini, Togliatti, Bobbio, mentre ora «il mio Piemonte è rappresentato da Carlin Petrini … la politica italiana si è coperta di discredito con le sue stesse mani». Ullallà.

Se è invidia, è poverella, perché un posto in un comitato burocratico di un partito che nasce sfasciato, non dovrebbe «far gola» a nessuno che abbia un po’ di buon senso. Quando, con «i compagni di Brà», si viaggiava in treno da Roma verso il nord, di ritorno dai convegni di partito, la passione per la politica non  veniva mai meno, ma sempre era associata al fastidio, già allora insopportabile, per i riti e le forme del potere, anche quelli delle piccole formazioni cosiddette extraparlamentari. Così abbiamo continuato, ognuno per le sue diverse vie, sempre dentro la politica, ma anche fuori, con distacco critico. Non per caso il manifesto a un certo punto tornò a essere solo un giornale, anziché una forza politica.

Il dubbio lecito, conoscendo chi agita queste polemiche, è che il bersaglio non sia tanto la provvisoria presenza del fondatore nel Pd-pre-comitatino, quanto l’idea di politica civile che

Slow Food va praticando, non solo in Italia, ma in giro per il mondo. Si avverte un sentimento ostile che non è puramente territoriale, né personale. Intanto perché questa associazione-movimento ha saputo influenzare l’agenda  politica parlando a tutti gli schieramenti, senza arruolarsi con nessuno. Quando c’è stato da essere con la Val di Susa c’erano, senza farsi problemi di alleanze. A quanti discettano di crisi della politica dovrebbe piacere una tale capacità, tipica della migliore sfera pubblica – quella alla Habermas, per capirsi, dove la società, che i politici di solito immaginano caotica e volgarmente protestataria, produce sia idee nuove che forme di organizzazione, e queste diventano fatto pubblico, istanze riconosciute. Lo stesso avvenne a suo tempo, e con le dovute differenze, nel movimento delle donne.

L’altra cosa importante dei «facinorosi col bicchiere» partiti dal Roero per arrivare fino in Giappone e Stati Uniti, ma soprattutto nei paesi più poveri dell’Africa con la rete di Terra Madre, è  l’aver reso evidente come una questione apparentemente semplice e godereccia, come la qualità della vita, del cibo e del tempo lento, chiami in causa una filiera globale, dove quello che c’è in tavola è fatto di saperi popolari e di lavoro, spesso sfruttato e invisibile. Quei temi sono materiali perché è tale ciò che nel corpo fisico immettiamo ogni giorno, in forma di cibo. «Ribelli, sognatori e fuggitivi» scriveva il romanziere argentino Osvaldo Soriano, tanto caro ai lettori di questo giornale per le sue passioni autenticamente di sinistra per il cibo, il football e il cinema; due di questi aggettivi, i primi due, ben si prestano a descrivere l’anima di questo movimento. Ma «fuggitivi» invece no, semmai «costruttori», e presuntuosi quel tanto da non farsi turbare dalle lusinghe interessate né dalle gelosie sciocchine.

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