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Certi rischi di nome biotech

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Il Roundup della Monsanto è arrivato a fine corsa. Agricoltura e sviluppo
Si tratta di sostituire il più famoso e diffuso erbicida, il glifosato, con nuove invenzioni della chimica, in particolare con un nuovo prodotto chiamato dicamba. Dopo un allarme che arriva dalla stessa industria

Sarah Tobias

I più pessimisti lo avevano predetto, al prezzo di essere immediatamente classificati come estremisti ambientali e di conseguenza nemici del progresso e della cultura industriale. Ora l’allarme arriva dalla stessa industria che corre ai ripari, tardivamente e con rimedi discutibili. Si tratta di sostituire il più famoso e diffuso erbicida, il glifosato, con nuove invenzioni della chimica, in particolare con un nuovo prodotto chiamato dicamba. L’intera storia è assai istruttiva: nel 1970 un chimico della Monsanto, John Franz, scoprì le magiche proprietà del glifosato, capace di rinsecchire e uccidere le piante. Ottimo dunque per eliminare le erbacce cattive, per di più senza accumularsi nelle acque come l’atrazina, e senza effetti troppo pericolosi sull’uomo (o almeno in misura minore di altri prodotti). Nel 1974 esso venne messo in commercio con il nome di Roundup, peccato però che esso uccidesse anche le piante da proteggere. Per fortuna della Monsanto alcuni ricercatori individuarono un gene, il CP4, che immunizzava le piante dall’azione del glifosato. Bastava dunque modificare geneticamente le piante da proteggere, per spalancare un mercato immenso al Roundup. La Monsanto e altre aziende biotech negli ultimi dieci anni hanno dunque venduto contemporaneamente ai coltivatori sia il pesticida a base di glifosato che le sementi Ogm ad esso resistente (di soia, cotone, grano, barbabietola da zucchero, alfalfa). Fu un successo sconvolgente, malgrado l’opposizione delle associazioni ambientaliste e di molti stati europei.
I dati più recenti, riportati dalla rivista Science (25 maggio 2007), dicono che l’anno scorso 10 milioni di coltivatori in 22 paesi hanno piantato più di 100 milioni di ettari Ogm. L’area delle coltivazioni biotech è cresciuta di 60 volte negli ultimi 11 anni. Tutto merito del glifosato, il quale, «per l’agricoltura è importante quanto lo fu la penicillina per la salute umana», commenta Stephen Powles, ricercatore australiano. Il successo è stato accentuato da due fattori di mercato: nel 2000 è scaduto il brevetto e perciò altre aziende si sono messe a vendere erbicidi basati su questo composto; la maggiore concorrenza ha fatto scendere i prezzi e favorito la diffusione. Ciò ha fatto quasi cessare la produzione di altri erbicidi: un unico prodotto per un decennio ha conquistato quasi tutto il piatto. Secondo Syngenta, una delle multinazionali dell’agrobusiness, il 56 per cento dei coltivatori di soia negli stati americani del nord usa il glifosato come unico erbicida.
Il risultato è che, inevitabilmente, come natura comanda, e per effetto di una tale pressione selettiva, sono cominciate ad apparire le prime varianti di erbacce resistenti all’erbicida principe.
Le prima già nel 1996 e oggi se ne contano una dozzina, sparpagliate in molti paesi come Stati Uniti, Argentina, Sud Africa, Israele, Australia. Tra parentesi il fenomeno conferma, checché ne pensino gli antidarwiniani, che l’evoluzione per selezione naturale è tuttora e continuamente all’opera, in modo molto efficiente – in questo caso per le erbacce.
In particolare le furbe piante, per annullare l’effetto dell’erbicida, hanno trovato il modo di sequestrarlo nelle foglie, senza lasciare che discenda nelle radici, dove avrebbe effetto letale. Geniale.
A questo punto le strade, almeno teoricamente, sono tre: a) tornare al biologico (la più sana ma più improbabile, dal punto di vista dell’agrobusiness); b) cercare di mantenere efficace il glifosato, riducendone un po’ l’uso e per esempio reintroducendo opportune rotazioni nelle colture; c) cercare nuovi erbicidi più potenti e insieme nuovi Ogm multiuso. La seconda strada è quella attualmente in corso per tamponare la situazione, mentre la terza, è quella favorita dell’industria del settore e il candidato principale come erbicida di ultima generazione si chiama appunti «dicamba». Questo è un erbicida abbastanza economico, in vendita da una quarantina d’anni, ma nel 2003 alcuni ricercatori sembra che abbiano trovato un modo di ingegnerizzare i cereali per immunizzarli dal dicamba. Così l’avventura potrebbe ricominciare e nell’occasione ripartirebbe anche il conteggio dei venti anni di monopolio assicurato dai brevetti. La Monsanto dovrebbe commercializzare il tutto nel giro di tre, quattro anni. Una sorta di continua corsa a inseguimento come già avvenuto con gli antibiotici che, troppo, o male usati, hanno generato sempre nuove linee di batteri resistenti: è il caso delle nuove forme di tubercolosi che vanno dilagando per il mondo.

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