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Intellettuali impauriti dal web

Posted by franco carlini su 7 giugno, 2007

SARAH TOBIAS

 

È vivace e polemica la discussione, soprattutto americana, di cui da qualche mese queste pagine stanno dando eco. I suoi contorni sono: il web 2.0 e le forme di produzione di contenuti dal basso; di conseguenza la loro rilevanza per gli affari, ma anche per la democrazia; la quale democrazia non è solo quella dentro la rete, ma quella generale, nella sfera pubblica; la quale a sua volta è malata da tempo. Temi che si sono fatti anche più caldi perché il luogo storico della società civile, i quotidiani, sono in sofferenza, economica e di ruolo e incalzati da siti e blog che magari danno informazioni più precise e opinioni più libere. L’intervista qui sopra al saggista imprenditore Andrew Keen ne è un chiaro esempio. In Italia il riflesso per ora è minimo, a conferma di uno storico ritardo. Uno dei pochi è stato un polemico articolo di Carlo Formenti (sul Corriere Economia) contro il mito del giornalismo dal basso.  

Va anche detto che nell’intervista  Keen smorza di molto i toni molto più polemici e persino reazionari di altri suoi scritti, tutti un po’ all’insegna del ripristino delle autorità e non solo delle autorevolezze che sarebbero minate dal dilagare dei contenuti generati dagli utenti (User Generated Contents). A polemizzare con lui, prima ancora che il libro fosse sugli scaffali si sono mossi in molti. Tra di loro il giurista di Stanford lessig che nel suo sito lo ha «decostruito», smontando una per una le affermazioni che volevano essere le più provocatorie e alla fine definendolo una caricatura.

Nel dipanarsi delle posizioni come non notare due titoli? L’uno è il libro del  2004 di James Surowiecki, intitolato «The Wisdom of Crowds», ovvero «La saggezza delle masse». Con relativo sottotitolo: «Perché i molti sono più intelligenti dei pochi e come il punto di vista collettivo plasma  gli affari, le economie e le nazioni». Sull’onda della metafora di rete, Surowiecki documentava  come in molti casi di incertezza i giudizi degli esperti siano peggiori di quelli ottenibili da una grande quantità di persone che non sono cultori della materia, ma statisticamente, ottengono risultati migliori.  Il secondo titolo, volutamente speculare, è «The Ignorance of Crowds», un saggio pubblicato di recente da Nicholas Carr per la rivista Business+Strategy.  L’autore è famoso per un suo precedente articolo sulla Harvard Business Review in cui sostenne che l’Information Technology, essendo ormai così diffusa, non garantisce più un vantaggio competitivo alle aziende che la usano. La sua nuova tesi è che solo in pochi casi, e con molte limitazioni, la produzione «da pari a pari» si rivela efficiente e creativa.

Queste polemiche sono un sano antidoto all’eccesso di rappresentazione che ha gonfiato le aspettative dell’internet dal basso, ma spesso, come nel caso di Keen, lasciano intravedere una vecchia ostilità verso gli strumenti che abilitano le singole persone a prendere la parole in proprio. È già successo molte volte nella storia dei media dove i chierici ogni volta esibiscono diffidenza e animosità verso il gran caos comunicativo.   

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