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La metafora delle mele marce

Posted by franco carlini su 7 giugno, 2007

FRANCO CARLINI

 

Che si tratti di poliziotti che pestano un po’ troppo gli arrestati, di amministratori pubblici corrotti, o di preti che abusano di bambini, la metafora con cui le rispettive istituzioni si difendono dalle polemiche è quella delle «mele marce»: un numero limitato di casi negativi non può essere usato per dilatare il giudizio all’intero corpo. Il che è giusto. Ma questa difesa statistica elude due problemi. Il primo è «come mai si generano delle mele marce?» Non basta in questi casi invocare le fluttuazioni del caso perché la marcescenza è un fenomeno che ha le sue cause  precise: l’evoluzione l’ha inventata per far sì che i frutti, scoppiando, lascino cadere a terra i semi, generando altre piante. Chi invece voglia cibarsi di quei pomi, dovrà staccarli prima dagli alberi, magari anche un po’ acerbi, e conservarli in locali con temperatura e umidità adeguate. Il coltivatore che si trovi con molte mele marce dovrebbe dunque chiedersi come si è organizzato e che cura ha preso di loro, in che ambiente le ha messe e se per caso non è intervenuto troppo tardi, quando il processo era già in atto. La stessa domanda dovrebbero porsi i rappresentanti delle istituzioni criticate: qual è la selezione che hanno fatto dei loro membri e quale formazione hanno loro offerto. «Questi individui non avrebbero mai dovuto diventare preti» ha esclamato con santa indignazione il cardinale Fisichella durante Anno Zero di Santoro, il che è giustissimo, ma allora esibisca un minimo di autocritica, se la prenda con se stesso, anziché con l’autore del documentario della Bbc.

Più a monte il contadino, come il ministro degli interni o il vescovo di Roma, dovrebbero forse porsi qualche domanda sulla cultura  (l’ambiente, il magazzino) delle loro istituzioni. Un’organizzazione come la chiesa cattolica che  pretende una sublime quanto innaturale castità dai suoi aderenti è statisticamente più predisposta a generare comportamenti sessuali anomali.  Un corpo i cui comandi enfatizzino eroismo e maschilismo, piuttosto che il ruolo di servizio al paese, volentieri lascerà germogliare inni fascisti nelle caserme, come in quella di Genova Bolzaneto durante il G8.

Oltre a tutto, non ci sono soltanto le mele marce ma anche le mele bacate, con il bruco dentro. Le marce non sono contagiose, mentre quelle bacate sì, nel senso che l’animaletto, avendo trovato un habitat favorevole, si riprodurrà veloce e andrà a infilarsi anche nelle mele sane lì vicino. Togliere dal cesto le mele marce serve a presentarsi al mercato con un assortimento allettante; il danno economico lo si è subito, ma si cerca almeno di vendere al meglio, ben lucidate, le mele sane. Così una rapida espulsione dal «cesto» della polizia, dei partiti, della curia, delle persone negative servirà almeno a tenere alta la reputazione del corpo nel suo complesso. Peccato che questa pulizia avvenga poco, sovente tardi, con molte omertà. Il processo sul G8 genovese, ancora in corso (e in attesa di inevitabile prescrizione) lo dimostra a ogni udienza. Non avendo la polizia fatto ordine in casa, anche i suoi meriti risultano macchiati. Avendo rimandato al mittente, senza nemmeno aprirle, le lettere ufficiali dei giudici statunitensi, al Vaticano risulta difficile vantarsi di aver fatto tutto quello che era in suo potere e dovere. Su questo la reticenza di monsignor Fisichella è stata elevatissima, a esplicita copertura del precedente segretario di stato cardinal Sodano.

Nel caso dei bachi, però, occorre agire diversamente per evitare che il danno aumenti perché appunto il fenomeno è epidemico, nel senso che a ogni successiva generazione di bachi il numero delle mele rovinate aumenta in maniera esponenziale. Nel caso delle epidemie, lo si sa da tempo, la migliore risposta è intanto la massime e veloce diffusione delle informazioni: se l’allevatore, vergognandosi, tiene nascosti i capi che gli muoiono in maniera strana, farà danno a se stesso e a tutti.  Gli stati asiatici che per una fase hanno celato il diffondersi della Sars hanno ritardato le ricerche sul virus e sui possibili vaccini. Monsignor Fisichella, acclamato come «Monsignor Coraggio» da Aldo Grasso sul Corriere della Sera, ha invano cercato di sminuire la forza dell’informazione, sostenendo che quello della Bbc non era un documentario, ma piuttosto un film, lasciando intendere che nel primo caso sarebbe stato una cosa seria, mentre nel secondo era solo un abile e parziale montaggio. Nulla tuttavia  ha potuto obbiettare al fatto che certi provvedimenti la sua chiesa li ha presi solo dopo le pubbliche e magari scandalistiche denunce sui media. Va a finire che i giornali (e la rete) sono davvero preziosi.

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Una Risposta to “La metafora delle mele marce”

  1. fra said

    Non sono d’accordo riguardo al nesso causale tra richiesta di castita’ per i membri della Chiesa Cattolica e i “comportamenti sessuali anomali”.

    A parte il fatto che la definizione di anormalita’ comporta una certa soggettivita’ e ha un sapore ottocentesco, anche concentrandosi soltanto su comportamenti quali l’abuso sessuale su minori (che, oltre ad essere un reato, e’ provato avere pesanti conseguenze psicologiche sulle vittime), rimane non vero il presunto nesso tra castita’ e casi di abuso.

    Gli studiosi di settore concordano nell’affermare che chi commette abusi sessuali è affetto da patologie psicologiche complesse: talvolta si tratta di persone che a loro volta sono state vittime di abusi sessuali; ma questo non e’ un fattore necessario, si riscontrano casi con patologie dall’origine non sessuale, che si formano nell’infanzia e nelle relazioni patologiche primi anni di vita.

    Eventualmente potremmo affermare che la castita’ obbligatoria sia una condizione che potrebbe attirare al sacerdozio anche (ma non solo) alcune persone che abbiano dei problemi nella sfera della sessualita’ (compresi i pedofili), per i quali l’astinenza sembra essere una buona misura di controllo dei comportamenti percepiti come aberranti. In altre parole, se sento di avere un problema, mi mettero’ nella condizione di non sentirlo piu’, attraverso l’adesione al divieto alla sessualita’. Soluzione illusoria, presto il problema si ripresenta.

    La critica che si puo’ fare all’istituzione ecclesiale e’ quindi di non essere in grado di fare una adeguata selezione dei sui membri, di non fare una selezione in base alle motivazioni che spingono ad entrarvi. Magari non stanno a sottilizzare, vista la carenza di organico. Magari un discorso palese sulla sessualita’ e sui motivi, sani o meno sani, per cui uno (e loro stessi!) e’ diposto a rinunciarvi, non sono ancora capaci di farlo.
    Troppi tabu’ millenari o troppi problemi personali in gioco?

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