Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 14 giugno 2007

Facciamo un festival dei festival

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

Ci sono alcune parole oramai insopportabili – e perciò anche impronunciabili. L’una è debriefing, che sarebbe il seguito di una riunione breve (brief) durante la quale il capo o il cliente ci ha detto che cosa si aspetta da noi. Il successivo debrief di solito si svolge all’insegna del «cosa diavolo voleva dire?», ma di recente è diventato un pessimo eufemismo con cui quelli di Italia1 annunciano l’irruzione (illegale) degli spot pubblicitari durante le gare di moto. Prima lo chiamavano stop an go, ma ora hanno scoperto il linguaggio dei manager, manco fossero usciti da una riunione con Marina Berlusconi. Un’altra parola logora è festival, una pestilenza linguistica che affligge ogni comune d’Italia, desideroso di avere i suoi intellettuali sul palco, le masse in coda e tanta copertura mediatica. Ma quando l’affollamento è tanto e le finestre temporali ristrette, limitate a un po’ di primavera e a uno squarcio d’autunno, la densità diventa eccessiva. Questo format ha sostituito le più contadine sagre e feste, ma a differenza di quelle, eventualmente dedicate al baccalà o ai formaggi d’alpeggio, vuole essere anche colto e politico.

Così in quel di Roma, che aspira ad essere la patria di tutti i festival possibili, si è appena svolta un’iniziativa che alla parola abusata ne ha voluto accoppiare un’altra, anch’essa ormai insignificante. Hanno così creato un «Festival dell’Innovazione», che poi altro non era che un susseguirsi di convegni con politici, imprenditori e universitari. La domanda centrale non era affatto stupida: «di cosa parliamo quando parliamo di innovazione?», ma non ha avuto risposta. Piuttosto è successo di peggio perchè anche lì, all’Ara Pacis, si è infilato un altro virus da italici convegni e cioè la lamentazione sull’innovazione che non c’è.  «Non ci sono investimenti in ricerca, non ci sono aziende leader, non c’è industria. Cina e India eroderanno le nostre quote di mercato nel manifatturiero. Mentre nell’hi-tech, senza finanziamenti, ci limiteremo a fare i consumatori». Così è stato detto a Roma, confermando che l’innovazione all’italiana la si intende finanziata, finanziata e finanziata. Via di Ripetta, non è esattamente la California.

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Elettronica al guinzaglio

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

FRANCO CARLINI

Il successo dell’internet ne può provocare la rovina. Ma questo rischio va evitarto assolutamente, intanto prendendone coscienza, per conservarne invece il carattere «generativo». Questa la tesi di Jonathan Zittrain, uno dei fondatori del «Berkman Center for Internet and Society», che a sua volta fa parte della facoltà di legge di Harvard. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: essendo l’internet diventata fenomeno di massa a metà degli anni ‘90, ha perso inevitabilmente parte del suo carattere libero e disinteressato; è divenuta luogo di affari (e passi), ma anche di crimini un po’ di tutti i tipi. Luogo insicuro per la privacy, per le transazioni commerciali, per virus e spam che la infestano a tassi crescenti. L’abuso che i raider vanno facendo di questo spazio libero e bene comune ha fatto crescere a dismisura le tecnologie di protezione, allo stesso modo che un eccesso di malefatte da anni ci obbliga a entrare in banca attraverso asfissianti gabbiotti e a buttare via lo shampoo prima di imbarcarsi in aereo, per controlli di sicurezza, spesso più simbolici che reali.

Zittrain osserva con preoccupazione questo fenomeno e fa notare, anche in un recente saggio sulla Harvard Business Review, come una risposta già in atto all’insicurezza sia quella di proporre apparati sempre più «al guinzaglio» (tethered) i quali però hanno la sgradevole conseguenza di limitare l’uso creativo (la «generatività») delle tecnologie digitali. Se i computer collegati alla rete sono sempre più esposti a invasioni minacciose, ecco allora che molti vagheggiano di trasformarli di nuovo in terminali stupidi (dumb) e cioè capaci sì di navigare, ma senza la possibilità di scaricare alcunché, di lecito né di illecito. Né musiche Mp3 pirata ma nemmeno nuovi software innovativi.

La tentazione è forte. Viene suggerita sull’onda delle preoccupazioni per la sicurezza, ma ha anche motivazioni, di tipo mercatile: lettori Mp3 al guinzaglio possono meglio consentire di combattere la «pirateria» dei contenuti digitali, proteggendo il copyright per l’eternità, tuttavia impedendo ogni uso creativo o personalizzato di harware e software. Analogamente un’azienda dotata di terminali stupidi eviterà che i suoi dipendenti si installino Linux invece di Windows e chissà quali altri software fuori standard. Il fenomeno è già ben visibile nella telefonia mobile dove i gestori delle reti cellulari impongono ai costruttori di apparati quali software e prestazioni essi debbano contenere e quali no. In diversi casi, per esempio, viene inibita la possibilità dei cellulari di collegarsi attraverso punti di accesso WiFi, oppure di usare il software telefonico Skype.  L’innovazione viene frenata, controllata, anzi inibita.

Tutto ciò è un bel passo indietro rispetto alla «rivoluzione» dei personal computer, che ha permesso a chiunque, dai primi anni ’80, mi approvvigionarsi dei programmi più diversi dai più diversi produttori. Da quando poi i personal sono in rete, comprare e scaricare con un clic è operazione immediata. E tutto ciò ha consentito un flusso continuo di invenzioni, applicazioni e novità, quali entusiasmanti, quali scadenti.

Delinquenza e insicurezza sono fenomeni reali, ma offrono anche una buona scusa alle industrie per riprendere il controllo dello spazio digitale che il Pc prima e la rete dopo hanno minato. Anche i clienti possono essere allettati: ti do un telefono che fa poche cose che io, azienda, ho deciso siano le migliori per te. Funziona bene, è protetto e noi continueremo ad aggiornarlo: perché dovresti desiderare un cellulare dove poter intervenire, aggiungere software e magari fare dei pasticci? Questa filosofia del tutto compreso e inscatolato è stata di recente riproposta da Steve Jobs, presentando il prossimo cellulare della Apple, l’iPhone: «Noi definiamo ogni cosa che ha da esserci sul telefono. Voi non desiderate che il vostro telefono sia come un Pc. L’ultima cosa che volete è di caricarvi tre applicazioni,  poi cercare di fare una telefonata e scoprire che non funziona per niente».  

Sembra un percorso segnato: oggetti facilissimi da usare, dove il costruttore ha deciso in anticipo cosa possono fare e cosa no. Essendo collegati in rete sarà sempre lui, il costruttore, ad aggiornare il loro software, aggiungendo o togliendo, a sua discrezione. Scatole nere, che non si possono aprire. Automobili che funzionano bene finché funzionano, ma delle quali non si possa aprire il cofano nemmeno per cambiare una candela. Reti più sicure significa dire anche, inevitabilmente, reti più controllate e soprattutto eterodirette.

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I blog più visitati al mondo

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

Serena Patierno

Il sito eBizMba che ha pubblicato la classifica dei 25 blog e dei 25 siti di social bookmarking più visitati al mondo. Il podio va al celebre weblog dei gadget Gizmodo: offre notizie spassose aggiornate, con una grafica piacevole e grandi immagini illustrative. Gossip, paparazzi e vip suscitano sempre la curiosità di molti. Lo dimostra il secondo posto occupato da Tmz, che raccoglie le notizie piccanti dei personaggi più in vista.  Il bronzo va a Engadget, che si occupa a tutto campo di tecnologia; per lui, 5,6 milioni circa sono i link in giro per la rete.  Fra gli altri blog compaiono molti nomi noti che negli anni hanno guadagnato la stima e l’affidabilità dei lettori come Boing Boing, che raccoglie fatti «meravigliosi» che accadono in giro per il mondo:  dall’arte alla curiosità fino alla novità scientifica, con attenzione all’aspetto sociologico della notizia. Agli onori anche sito Techcrunch. Un altro blog fra i più visitati è Postsecret, che raccoglie cartoline inviate dagli internauti di tutto il mondo, che restano anonimi. Ma non si tratta di cartoline di circostanza e di saluti. Ognuna di esse porta con sé un messaggio breve e spesso poetico, che rivela un segreto, illustrato dall’arte del momento e dalla capacità immaginativa dell’artista improvvisato. Un ruolo fondamentale nella vita di rete è poi svolto dai siti di  segnalazione dal basso.  di migliaia di utenti. La pratica si chiama «social bookmarking» e consiste nel raccogliere e condividere le proprie fonti. In questa classifica spadroneggia, quasi senza rivali Digg, che realizza più di 22 milioni di visitatori unici al mese. E’ una fonte inesauribile di notizie che, grazie al numero di collaboratori che ogni giorno lo frequentano, riesce a essere, nel suo campo, onnicomprensivo. Seguono il popolare Netscape e  Technorati, il più noto motore di ricerca sui blog.

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Birre, luppolo, etichette

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

Cibi organici, ma quanto? La settimana scorsa il ministero dell’agricoltura americano (Usda) ha confermato che cibi e bevande possono fregiarsi dell’etichetta «organico» anche se contengono percentuali di ben 38 diverse sostanze, che di naturale hanno poco. Per esempio l’azienda Anheuser-Busch può chiamare Wild Hop Lager la sua birra, anche se il Luppolo (hop) non è affatto «selvaggio», ma proviene invece da coltivazioni che usano concimi chimici. E le budella di animali con cui si insaccano gli hot dog non c’è bisogno che provengano da animali «organici», cioè non trattati con antibiotici né ormoni della crescita e che abbiano avuto la possibilità di muoversi all’aperto. Nella lista dei componenti ammessi compaiono 19 coloranti, lieviti, olio di pesce, gelatina e altre sostanze poco note.  L’effetto di queste concessioni, fortemente richieste dalle industrie alimentari attraverso un’adeguata azione di lobbismo, è di rendere poco credibile, se non addirittura menzognera l’etichetta «organico». I veri birrifici organici, a loro volta, sentiranno la concorrenza delle grandi catene che organiche si fingono. A monte ancora c’è la crescita vivacissima di questo mercato che ai consumatori americani (ma anche europei) piace sempre di più, sia per motivi salutistici che ideali. Negli Stati Uniti e vendite sono più che raddoppiate negli ultimi cinque anni, raggiungendo la cifra di 16 miliardi di dollari; al suo interno le birre naturali, a loro volta, hanno un tasso di crescita del 40% e valgono 19 milioni. Facile comprendere dunque perché tante industrie vogliano quell’etichetta, a tutti i costi. La trasparenza del mercato può attendere.

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Lasciate un po’ di spettro libero

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

La Federal Communications Commission (Fcc), authority statunitense delle tlc, si è trovata sul tavolo una lettera firmata da quindici aziende che operano nella telefonia mobile, e che si sono riunite nella Wireless Founders Coalition for Innovation. I quindici chiedono alla Fcc di lasciare ad accesso libero (cioè non concesso in licenza) una parte dello spettro elettromagnetico per le trasmissioni wireless che l’authority si appresta a concedere. È lo spettro lasciato libero dalle tv analogiche, a causa dello switch-off digitale in programma per il 17 febbraio 2009. Le gare per vedono tra i partecipanti i big  del wireless, prima tra gli altri Verizon.

La richiesta dei quindici è giustificata dalla necessità di aprire il mercato alle innovazioni, troppo spesso inibite dagli operatori che in Usa più che altrove controllano il mercato. Il recente accordo tra Apple e At&t che vedrà il tanto atteso iPhone  funzionare solo con l’operatore dominante, è l’ultimo esempio di una tendenza diffusa. L’idea è quella di aprire il mercato, riproducendo almeno in piccola parte un ambiente aperto come quello del web. Non a caso lo slogan del neonato consorzio è «Just do it versus Just Ask the Big 4» («Fallo non chiedere ai quattro grandi», gli operatori mobili dominanti).

I grandi produttori di telefonini e smartphone  come Nokia, Motorola, Rim (quella del Blackberry) si tengono in disparte: di per sé sarebbero interessati allo spettro libero per poter aumentare la varietà di dispositivi in commercio, ma temono di inimicarsi proprio i potenti operatori mobili con le cui reti i loro cellulari devono viaggiare. La Fcc, si trova innanzi un bel dilemma: le esigenze degli operatori alternativi contro gli interessi di chi ha speso e si appresta a spendere ancora molti denari per aggiudicarsi lo spettro per erogare i propri servizi. (Gabriele De Palma)

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Bisogno di democrazia nei mondi virtuali

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

AGOSTINO GIUSTINIANI

 

Valter Veltroni nei giorni scorsi ha messo in guardia i promotori del partito democratico dal fare «un partito Second Life», cioè virtuale, lontano dalla realtà e dalle masse. Giusta aspirazione, ma il sindaco di Roma, notoriamente appassionato di rete e tecnologie, potrebbe anche utilmente fare l’operazione opposta, e cioè  chiedersi se dal cosiddetto mondo virtuale non ci sia qualcosa da imparare per costruire una politica e una democrazia adeguate ai tempi del mondo reale.  Leggiamo per esempio quanto il signor Hilmar Petursson ha dichiarato al New York Times: «la percezione è la realtà, e se una parte della nostra comunità pensa che facciamo dei favoritismi, questo per loro è vero, indipendentemente dal fatto che sia davvero vero o falso». E aggiungeva: «Il nostro non è un computer game, è una nazione emergente e dobbiamo rispondere alla accuse di corruzione . Un governo non può limitarsi a dire ‘noi non siamo corrotti’. Nessuno lo crederebbe. Invece per mantenere la fiducia della popolazione occorre creare trasparenza e delle istituzioni robuste e controllate». È un’ottima idea di governance, da vero politico.

Ma c’è un particolare: Petursson è il Chief Executive di un’azienda di Reykjavik in Islanda, chiamata CCP, che opera da anni in quel mercato che gli specialisti chiamano MMOG (Massively Multiplayer Online Games) dove moltissimi giocatori, da tutte le parti del mondo, usando le connessioni di rete, si sfidano in scenari medievali o di fantascienza. Il suo gioco più noto si chiama Eve Online (www.eve-online.com) e la sua concezione è questa: avendo gli umani consumato tutto le risorse della Terra, i giocatori partono con le loro astronavi per colonizzare la Via Lattea, nostra galassia.  Per farlo si organizzano e stringono alleanze, comprano e vendono beni, in un contesto ipercompetitivo. Nelle settimane scorse una di queste alleanze, chiamata Goonswarm (alla lettera «sciame di teppisti») ha avanzato formale protesta contro i gestori di Eve-online, sostenendo che i tecnici del gioco stavano favorendo illegittimamente, via software, un’altra delle organizzazioni, la BOB, ovvero la Band of Brothers.

 

Le cose sono effettivamente assai complicate in quel mondo: lo spazio è suddiviso in zone e solo una, l’Empire Space, è sicura e libera. Molto altro spazio, tutto quello che viene chiamato 0.0  è terra incognita e pericolosa, dove è rischioso avventurarsi. E poi le organizzazioni sono a loro volta divise in sottogruppi. Uno di questi, che appartiene alla Band of Brothers, si chiama Evolution e il suo leader, soprannominato SirMoll, dichiara: «Il nostro obbiettivo è di controllare l’intero spazio 0.0 e quando l’avremo fatto procederemo passo passo fino a controllare tutto l’impero». 

Questo lo sfondo delle recenti polemiche politiche, cui la società islandese ha deciso di rispondere praticando trasparenza e democrazia e cioè organizzando libere lezioni tra gli iscritti a Eve-online.  Sono 200 mila circa e in ogni  momento della giornata circa 30 mila di loro sono connessi; è infatti un gioco molto coinvolgente, quanto a tempo, sfide e passioni. Nove verranno eletti a suffragio universale, per costituire un organismo di controllo e consulenza; verrà loro pagata anche una trasferta Reykjavik, di modo che possano confrontarsi F2F (faccia a faccia) con i gestori e i programmatori.  Di per sé questo può apparire uno scimmiottamento digitale della democrazia reale: nei metamondi infatti più che inventare nuovi ambienti spesso si ricostruisce, grosso modo, quello che avviene nel primo, di mondo. Ma non si tratta solo di questo: la doverosa reazione dell’azienda CCP prende atto che nell’internet i rapporti di potere cambiano e non sono gli stessi che nelle nazioni; le barriere tra governanti e governati sono strutturalmente più basse e i «popolani» danno per scontato che il prendere la parola e il contare siano parte costitutiva dei loro diritti «naturali». E le aziende della rete devono adeguarsi, pena la perdita di credibilità.

La seconda lezione che viene da questo episodio riguarda il peso della tecnologia, la quale di per sé non «determina» gli eventi sociali, ma certamente ne influenza gli sviluppi, sia in senso negativo che  positivo. Il mondo dei videogiochi online si è finora sviluppato attraverso dei software chiusi e proprietari: un’azienda inventa un gioco, diciamo World of Warcraft, il più famoso, attiva sui suoi server una piattaforma adeguata e chiede agli utenti di scaricare un altro pezzo di software, il client. Il client informa il server lontano delle mosse fatte dal giocatore e viceversa il server manda al cliente le informazioni sulle mosse degli altri partecipanti. Ogni gioco impiega un software diverso.

Ora un gruppo di programmatori (tra di loro ci sono anche due che negli anni ’90 crearono il software di navigazione internet chiamato Netscape, e che sono rimasti affezionati alla filosofia open) va creando una piattaforma aperta per i giochi Mmog. Si chiama Multiverse (www.multiverse.net) e si propone come possibile standard universale, di modo che ognuno possa creare il suo metamondo, ma compatibile e dunque persino collegabile agli altri. Questa è una brutta notizia per i proprietari di piattaforme esclusive, per esempio per i Linden Lab di Second life che fino ad ora si sono trovati in una piacevole situazione di quasi esclusiva: oggi se un ministro come Di Pietro, o un’azienda come Ibm, vogliono avere una presenza virtuale, con avatar, palazzi e palazzine facilmente lì andranno. Se invece si diffondono le piattaforme aperte, allora sarà agevole costruirsi isole di bit, piegando il software (che è aperto) alle proprie esigenze e senza sottostare alle tirannie tecniche di Second Life o di Eve-online. Si potrebbero costruire metamondi tra di loro collegati, così come si sono realizzati siti e pagine, collegati dal web.

Edward Castronova, professore alla Indiana University è uno dei massimi studiosi dei mondi-giochi virtuali. Per analizzarli, anche dal punto di vista del loro impatto economico, a suo tempo ha ricevuto un finanziamento dalla Fondazione  MacArthur. Ora, intervistato dal settimanale The Economist, si dice molto fiducioso in questi nuovi sviluppi: «Siete i n un mondo, cliccate e vi trovate in un altro», magari saltando dalla Via Lattea ad Atlantide.   

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Meglio bonobo che liberisti

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

SARAH  TOBIAS


La scena, osservata dal vivo da
Jonas Eriksson, studioso del comportamento dei primati, è questa: un gruppo di bonobo sta cibandosi, ma a un certo punto un maschio del gruppo comincia a comportarsi aggressivamente verso una femmina con il suo piccolino. Allora tutte le femmine del gruppo si coalizzano contro l’aggressore e lo picchiano per ben mezzora. Lui e gli altri maschi se la battono. La zona è il parco nazionale Salonga  nel bacino centrale del fiume Congo.

I bonobo (Pan paniscus) sono un po’ come gli scimpanzè (Pan troglodytes), ma sono anche molto diversi nei comportamenti. In particolare hanno una vita di gruppo molto pacifica e rilassata. Sono famosi, tra le altre cose, per la loro simpatica tendenza a risolvere le tensioni e i conflitti  interpersonali con pratiche erotiche omo ed eterosessuali: carezze, sbaciucchiamenti, stimolazioni reciproche, accoppiamenti (frontali). Il tutto in una struttura sociale largamente centrata sulle femmine, appunto.

Perché allora una tale esplosione di violenza contro il maschietto aggressivo? Gli studiosi del comportamento animale cercano di solito le spiegazioni «materiali» e deterministiche. Una possibilità dunque potrebbe essere questa: le femmine erano imparentate e dunque condividevano una parte del patrimonio genetico; perciò difendendo madre e piccolo, proteggevano istintivamente il loro stesso dna, assicurandone la propagazione. Questo altruismo tra parenti avrebbe un fondamento genetico. Le cose stavano davvero così? I ricercatori risolsero il dubbio seguendo pazientemente i bonobo, classificandoli uno per uno, raccogliendone le feci e spedendole in Europa per le analisi; da queste venne estratto e analizzato il dna per verificare il grado di parentela dei diversi individui. Certamente il dna si sarebbe potuto ricavare anche da peli, saliva o sangue, ma in tal caso sarebbe stato necessario catturare gli animali, creando agitazione e turbamenti e mettendo in atto pratiche invasive.

Il risultato delle analisi dimostrò che le femmine di bonobo erano pochissimo imparentate tra di loro, invece provenivano da gruppi diversi che ognuna di loro, aveva a un certo punto lasciato per costituirne uno nuovo, con forte solidarietà interna femminile. Anche nella vita quotidiana cooperano nella raccolta del cibo, prevalentemente frutti, e nella divisione egualitaria all’interno; i maschi pazientemente aspettano il loro turno di mangiare.

Tutto ciò è molto diverso da quanto succede tra gli scimpanzè sull’altra riva del fiume Congo: dove le società sono a dominanza maschile e molto più rissose.  Esistono due spiegazioni al riguardo: la prima ha a che fare con la relativa abbondanza di cibo facilmente reperibile nelle terre dei bonobo; se c’è abbondanza i gruppi e i singoli individui hanno meno motivi di conflitto per accaprasi tale risorsa scarsa. La seconda spiegazione ha anch’essa a che fare con il dilemma scarsità-abbondanza, in questo caso di rapporti sessuali. Le femmine di scimpanzè sono disponibili all’accoppiamento solo per pochi giorni al mese e lo segnalano ai maschi con una particolare colorazione dell’organo sessuale; in quei pochi giorni allora la gara tra i maschi per fecondarle è intensa e dura ed è in queste situazioni che si creano le gerarchia maschili. Le femmine di bonobo invece non hanno tale limitazione e i rapporti sessuali avvengono sempre, anche se ovviamente non sono sempre fecondi. Da questi due elementi deriva, secondo gli studiosi, il comportamento particolarmente pacifico e rilassato dei bonobo: non c’è motivo di litigare per il cibo né per il sesso. Chi sostiene che la competizione è la radice di ogni progresso laggiù non avrebbe molto seguito.

Tra i primati gli scimpanzè e i bonobo sono i quelli più vicini agli umani, sia dal punto di vista genetico (il dna coincide al 98 per cento) che da quello evolutivo: i rami tra noi e loro si separarono circa sei milioni di anni fa. Le somiglianze sono così forti che alcuni studiosi eretici hanno persino proposto che anziché chiamarli Pan, anch’essi andrebbero classificati nel genere Homo, come avviene per H. neadertalensis o per H. erectus. Proposta rigettata sia per motivi storici, che per mantenere un fossato ben profondo tra noi, culmine della creazione, e gli altri, animaleschi. Ma forse è giusto così perché purtroppo abbiamo perso molte delle virtù dei cugini bonobo e raramente pratichiamo le loro civiche virtù solidali e pacifiche. In compenso li abbiamo portati sulla via dell’estinzione e così non ci saranno più imbarazzanti confronti.

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UK: task forca per la democrazia

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

EVA PERASSO

Il leader dei conservatori britannici David Cameron punta tutto sulla rete. Lo fa apertamente, annunciando che il suo partito, oggi all’opposizione, quando governerà non farà gli errori grossolani dell’era Blair. Promette che la sua Democracy task force, impegnata sul fronte dell’e-democracy e del governo elettronico, si impegnerà attivamente nel permettere ai cittadini di partecipare alla vita politica, proprio attraverso l’internet. Una delle polemiche più acute riguarda lo stile di governo dei laburisti, spesso definito «sofa government», caratterizzato da un verticismo che ha tagliato fuori non solo il parlamento, ma anche molti dei ministri.

La pietra dello scandalo, secondo il capo dell’opposizione, è la fallimentare esperienza di Blair con il sito e-petitions  (http://petitions.pm.gov.uk/) che in teoria permette di creare petizioni online e di portarle così all’attenzione dell’agenda politica britannica. Un’idea buona sulla carta che però, come spesso è sfuggita di mano alle autorità. Emblematico il caso della petizione per la revisione del piano sulle tariffe stradali. Nonostante gli 1,6 milioni di firme contrarie, la risposta di Blair è stata una lettera, inviata via e-mail ai firmatari, in cui erano spiegate e ribadite le politiche tariffarie del governo: dunque nessuna apertura alle richieste dei cittadini.

Ma, proprio dove Blair ha fallito, Cameron vuole dilagare. Intanto grazie ai suoi siti,. Quello ufficiale, da parlamentare, e soprattutto quello innnovativo (http://www.webcameron.org.uk/) con stile più informale.  Alle spalle del sito c’è  un esperto di comunicazione internet, l’ex-Google Sam Roake, che propone  molti video, nei quali il leader dei Tories viene ripreso sul treno a parlare di criminalità giovanile al ritorno da un viaggio in una comunità, oppure per strada, con rumori di fondo e luci imperfette, l’aria rilassata e intima. Non mancano i post di David che mescolano riflessioni politiche a considerazioni personali, o la sezione con gli articoli degli utenti e i loro quesiti. Ogni settimana Cameron risponde alle tre domande più votate dagli utenti (ora la più gettonata raccoglie 235 votazioni e numerosi, articolati commenti). Non mancano infine i contenuti generati dagli utenti del sito, ovvero foto e musiche condivise, il tutto incorniciato da una grafica semplice, ariosa, colorata, inequivocabilmente 2.0. Cameron sembra aver capito l’importanza di distinguere la comunicazione video online da quella broadcast tradizionale, al contrario di quasi tutti i concorrenti presidenziali americani, che ancora tendono a trasferire i linguaggi televisivi su YouTube e simili, pensando che sia solo una questione di rimpicciolimento dello schermo.

La nuova task force di Cameron vuole lavorare per far sì che gli argomenti sollevati nelle petizioni non decadano, ma invece possano anzi arrivare alla discussione in Parlamento, di modo che «i cittadini sappiano cosa i rappresentanti da loro eletti pensano dei temi a loro più cari», ha chiosato mister Cameron al microfono della Bbc.    

Certo, il lavoro della pubbliche amministrazioni, anche italiane, sui temi del governo e della democrazia elettronica insegna che se è abbastanza semplice creare una struttura tecnologica per incanalare la partecipazione dei cittadini, meno banale è poi usare questa presenza per cambiare le cose. Per immaturità dell’amministrazione stessa, per i cavilli burocratici, ma spesso perché tale strumento è un’arma a doppio taglio, che obbliga l’amministratore a cambiare la propria agenda dopo aver ascoltato il cittadino.

Al fondo c’è anche un grande equivoco: non c‘è infatti leader politico che non si dica proteso all’ascolto dei cittadini, specialmente durante le campagne elettorali (di solito un po’ meno una volta eletto). Ma l’ascolto, se ben inteso, comporta altre azioni che gli esperti di relazioni istituzionali come Toni Muzi Falconi, docente alla New York university, identificano nel «capire», «interpretare» e poi «decidere». Ognuno di questi passi non è banale: una protesta che emerga dal basso andrà dunque compresa nelle sue radici sociali, culturali e politiche e chiede una risposta dialogante, motivata e pubblica, anche quando negativa. Questo finora è stato uno dei grandissimi fallimenti del governo Prodi, volta per volta cedevolissimo di fronte ad alcune proteste (per esempio taxisti e notai) oppure apodittico nel non spiegare, e deciso nell’imporre, come nel caso della base Usa di Vicenza. Che cosa se ne faccia Romano Prodi di un portavoce unico del governo, da decenni esperto di Relazioni Pubbliche, usandolo solo come un emettitore di aggrovigliati comunicati stampa, resta un bel mistero.

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