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Bisogno di democrazia nei mondi virtuali

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

AGOSTINO GIUSTINIANI

 

Valter Veltroni nei giorni scorsi ha messo in guardia i promotori del partito democratico dal fare «un partito Second Life», cioè virtuale, lontano dalla realtà e dalle masse. Giusta aspirazione, ma il sindaco di Roma, notoriamente appassionato di rete e tecnologie, potrebbe anche utilmente fare l’operazione opposta, e cioè  chiedersi se dal cosiddetto mondo virtuale non ci sia qualcosa da imparare per costruire una politica e una democrazia adeguate ai tempi del mondo reale.  Leggiamo per esempio quanto il signor Hilmar Petursson ha dichiarato al New York Times: «la percezione è la realtà, e se una parte della nostra comunità pensa che facciamo dei favoritismi, questo per loro è vero, indipendentemente dal fatto che sia davvero vero o falso». E aggiungeva: «Il nostro non è un computer game, è una nazione emergente e dobbiamo rispondere alla accuse di corruzione . Un governo non può limitarsi a dire ‘noi non siamo corrotti’. Nessuno lo crederebbe. Invece per mantenere la fiducia della popolazione occorre creare trasparenza e delle istituzioni robuste e controllate». È un’ottima idea di governance, da vero politico.

Ma c’è un particolare: Petursson è il Chief Executive di un’azienda di Reykjavik in Islanda, chiamata CCP, che opera da anni in quel mercato che gli specialisti chiamano MMOG (Massively Multiplayer Online Games) dove moltissimi giocatori, da tutte le parti del mondo, usando le connessioni di rete, si sfidano in scenari medievali o di fantascienza. Il suo gioco più noto si chiama Eve Online (www.eve-online.com) e la sua concezione è questa: avendo gli umani consumato tutto le risorse della Terra, i giocatori partono con le loro astronavi per colonizzare la Via Lattea, nostra galassia.  Per farlo si organizzano e stringono alleanze, comprano e vendono beni, in un contesto ipercompetitivo. Nelle settimane scorse una di queste alleanze, chiamata Goonswarm (alla lettera «sciame di teppisti») ha avanzato formale protesta contro i gestori di Eve-online, sostenendo che i tecnici del gioco stavano favorendo illegittimamente, via software, un’altra delle organizzazioni, la BOB, ovvero la Band of Brothers.

 

Le cose sono effettivamente assai complicate in quel mondo: lo spazio è suddiviso in zone e solo una, l’Empire Space, è sicura e libera. Molto altro spazio, tutto quello che viene chiamato 0.0  è terra incognita e pericolosa, dove è rischioso avventurarsi. E poi le organizzazioni sono a loro volta divise in sottogruppi. Uno di questi, che appartiene alla Band of Brothers, si chiama Evolution e il suo leader, soprannominato SirMoll, dichiara: «Il nostro obbiettivo è di controllare l’intero spazio 0.0 e quando l’avremo fatto procederemo passo passo fino a controllare tutto l’impero». 

Questo lo sfondo delle recenti polemiche politiche, cui la società islandese ha deciso di rispondere praticando trasparenza e democrazia e cioè organizzando libere lezioni tra gli iscritti a Eve-online.  Sono 200 mila circa e in ogni  momento della giornata circa 30 mila di loro sono connessi; è infatti un gioco molto coinvolgente, quanto a tempo, sfide e passioni. Nove verranno eletti a suffragio universale, per costituire un organismo di controllo e consulenza; verrà loro pagata anche una trasferta Reykjavik, di modo che possano confrontarsi F2F (faccia a faccia) con i gestori e i programmatori.  Di per sé questo può apparire uno scimmiottamento digitale della democrazia reale: nei metamondi infatti più che inventare nuovi ambienti spesso si ricostruisce, grosso modo, quello che avviene nel primo, di mondo. Ma non si tratta solo di questo: la doverosa reazione dell’azienda CCP prende atto che nell’internet i rapporti di potere cambiano e non sono gli stessi che nelle nazioni; le barriere tra governanti e governati sono strutturalmente più basse e i «popolani» danno per scontato che il prendere la parola e il contare siano parte costitutiva dei loro diritti «naturali». E le aziende della rete devono adeguarsi, pena la perdita di credibilità.

La seconda lezione che viene da questo episodio riguarda il peso della tecnologia, la quale di per sé non «determina» gli eventi sociali, ma certamente ne influenza gli sviluppi, sia in senso negativo che  positivo. Il mondo dei videogiochi online si è finora sviluppato attraverso dei software chiusi e proprietari: un’azienda inventa un gioco, diciamo World of Warcraft, il più famoso, attiva sui suoi server una piattaforma adeguata e chiede agli utenti di scaricare un altro pezzo di software, il client. Il client informa il server lontano delle mosse fatte dal giocatore e viceversa il server manda al cliente le informazioni sulle mosse degli altri partecipanti. Ogni gioco impiega un software diverso.

Ora un gruppo di programmatori (tra di loro ci sono anche due che negli anni ’90 crearono il software di navigazione internet chiamato Netscape, e che sono rimasti affezionati alla filosofia open) va creando una piattaforma aperta per i giochi Mmog. Si chiama Multiverse (www.multiverse.net) e si propone come possibile standard universale, di modo che ognuno possa creare il suo metamondo, ma compatibile e dunque persino collegabile agli altri. Questa è una brutta notizia per i proprietari di piattaforme esclusive, per esempio per i Linden Lab di Second life che fino ad ora si sono trovati in una piacevole situazione di quasi esclusiva: oggi se un ministro come Di Pietro, o un’azienda come Ibm, vogliono avere una presenza virtuale, con avatar, palazzi e palazzine facilmente lì andranno. Se invece si diffondono le piattaforme aperte, allora sarà agevole costruirsi isole di bit, piegando il software (che è aperto) alle proprie esigenze e senza sottostare alle tirannie tecniche di Second Life o di Eve-online. Si potrebbero costruire metamondi tra di loro collegati, così come si sono realizzati siti e pagine, collegati dal web.

Edward Castronova, professore alla Indiana University è uno dei massimi studiosi dei mondi-giochi virtuali. Per analizzarli, anche dal punto di vista del loro impatto economico, a suo tempo ha ricevuto un finanziamento dalla Fondazione  MacArthur. Ora, intervistato dal settimanale The Economist, si dice molto fiducioso in questi nuovi sviluppi: «Siete i n un mondo, cliccate e vi trovate in un altro», magari saltando dalla Via Lattea ad Atlantide.   

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