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Elettronica al guinzaglio

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

FRANCO CARLINI

Il successo dell’internet ne può provocare la rovina. Ma questo rischio va evitarto assolutamente, intanto prendendone coscienza, per conservarne invece il carattere «generativo». Questa la tesi di Jonathan Zittrain, uno dei fondatori del «Berkman Center for Internet and Society», che a sua volta fa parte della facoltà di legge di Harvard. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: essendo l’internet diventata fenomeno di massa a metà degli anni ‘90, ha perso inevitabilmente parte del suo carattere libero e disinteressato; è divenuta luogo di affari (e passi), ma anche di crimini un po’ di tutti i tipi. Luogo insicuro per la privacy, per le transazioni commerciali, per virus e spam che la infestano a tassi crescenti. L’abuso che i raider vanno facendo di questo spazio libero e bene comune ha fatto crescere a dismisura le tecnologie di protezione, allo stesso modo che un eccesso di malefatte da anni ci obbliga a entrare in banca attraverso asfissianti gabbiotti e a buttare via lo shampoo prima di imbarcarsi in aereo, per controlli di sicurezza, spesso più simbolici che reali.

Zittrain osserva con preoccupazione questo fenomeno e fa notare, anche in un recente saggio sulla Harvard Business Review, come una risposta già in atto all’insicurezza sia quella di proporre apparati sempre più «al guinzaglio» (tethered) i quali però hanno la sgradevole conseguenza di limitare l’uso creativo (la «generatività») delle tecnologie digitali. Se i computer collegati alla rete sono sempre più esposti a invasioni minacciose, ecco allora che molti vagheggiano di trasformarli di nuovo in terminali stupidi (dumb) e cioè capaci sì di navigare, ma senza la possibilità di scaricare alcunché, di lecito né di illecito. Né musiche Mp3 pirata ma nemmeno nuovi software innovativi.

La tentazione è forte. Viene suggerita sull’onda delle preoccupazioni per la sicurezza, ma ha anche motivazioni, di tipo mercatile: lettori Mp3 al guinzaglio possono meglio consentire di combattere la «pirateria» dei contenuti digitali, proteggendo il copyright per l’eternità, tuttavia impedendo ogni uso creativo o personalizzato di harware e software. Analogamente un’azienda dotata di terminali stupidi eviterà che i suoi dipendenti si installino Linux invece di Windows e chissà quali altri software fuori standard. Il fenomeno è già ben visibile nella telefonia mobile dove i gestori delle reti cellulari impongono ai costruttori di apparati quali software e prestazioni essi debbano contenere e quali no. In diversi casi, per esempio, viene inibita la possibilità dei cellulari di collegarsi attraverso punti di accesso WiFi, oppure di usare il software telefonico Skype.  L’innovazione viene frenata, controllata, anzi inibita.

Tutto ciò è un bel passo indietro rispetto alla «rivoluzione» dei personal computer, che ha permesso a chiunque, dai primi anni ’80, mi approvvigionarsi dei programmi più diversi dai più diversi produttori. Da quando poi i personal sono in rete, comprare e scaricare con un clic è operazione immediata. E tutto ciò ha consentito un flusso continuo di invenzioni, applicazioni e novità, quali entusiasmanti, quali scadenti.

Delinquenza e insicurezza sono fenomeni reali, ma offrono anche una buona scusa alle industrie per riprendere il controllo dello spazio digitale che il Pc prima e la rete dopo hanno minato. Anche i clienti possono essere allettati: ti do un telefono che fa poche cose che io, azienda, ho deciso siano le migliori per te. Funziona bene, è protetto e noi continueremo ad aggiornarlo: perché dovresti desiderare un cellulare dove poter intervenire, aggiungere software e magari fare dei pasticci? Questa filosofia del tutto compreso e inscatolato è stata di recente riproposta da Steve Jobs, presentando il prossimo cellulare della Apple, l’iPhone: «Noi definiamo ogni cosa che ha da esserci sul telefono. Voi non desiderate che il vostro telefono sia come un Pc. L’ultima cosa che volete è di caricarvi tre applicazioni,  poi cercare di fare una telefonata e scoprire che non funziona per niente».  

Sembra un percorso segnato: oggetti facilissimi da usare, dove il costruttore ha deciso in anticipo cosa possono fare e cosa no. Essendo collegati in rete sarà sempre lui, il costruttore, ad aggiornare il loro software, aggiungendo o togliendo, a sua discrezione. Scatole nere, che non si possono aprire. Automobili che funzionano bene finché funzionano, ma delle quali non si possa aprire il cofano nemmeno per cambiare una candela. Reti più sicure significa dire anche, inevitabilmente, reti più controllate e soprattutto eterodirette.

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