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UK: task forca per la democrazia

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

EVA PERASSO

Il leader dei conservatori britannici David Cameron punta tutto sulla rete. Lo fa apertamente, annunciando che il suo partito, oggi all’opposizione, quando governerà non farà gli errori grossolani dell’era Blair. Promette che la sua Democracy task force, impegnata sul fronte dell’e-democracy e del governo elettronico, si impegnerà attivamente nel permettere ai cittadini di partecipare alla vita politica, proprio attraverso l’internet. Una delle polemiche più acute riguarda lo stile di governo dei laburisti, spesso definito «sofa government», caratterizzato da un verticismo che ha tagliato fuori non solo il parlamento, ma anche molti dei ministri.

La pietra dello scandalo, secondo il capo dell’opposizione, è la fallimentare esperienza di Blair con il sito e-petitions  (http://petitions.pm.gov.uk/) che in teoria permette di creare petizioni online e di portarle così all’attenzione dell’agenda politica britannica. Un’idea buona sulla carta che però, come spesso è sfuggita di mano alle autorità. Emblematico il caso della petizione per la revisione del piano sulle tariffe stradali. Nonostante gli 1,6 milioni di firme contrarie, la risposta di Blair è stata una lettera, inviata via e-mail ai firmatari, in cui erano spiegate e ribadite le politiche tariffarie del governo: dunque nessuna apertura alle richieste dei cittadini.

Ma, proprio dove Blair ha fallito, Cameron vuole dilagare. Intanto grazie ai suoi siti,. Quello ufficiale, da parlamentare, e soprattutto quello innnovativo (http://www.webcameron.org.uk/) con stile più informale.  Alle spalle del sito c’è  un esperto di comunicazione internet, l’ex-Google Sam Roake, che propone  molti video, nei quali il leader dei Tories viene ripreso sul treno a parlare di criminalità giovanile al ritorno da un viaggio in una comunità, oppure per strada, con rumori di fondo e luci imperfette, l’aria rilassata e intima. Non mancano i post di David che mescolano riflessioni politiche a considerazioni personali, o la sezione con gli articoli degli utenti e i loro quesiti. Ogni settimana Cameron risponde alle tre domande più votate dagli utenti (ora la più gettonata raccoglie 235 votazioni e numerosi, articolati commenti). Non mancano infine i contenuti generati dagli utenti del sito, ovvero foto e musiche condivise, il tutto incorniciato da una grafica semplice, ariosa, colorata, inequivocabilmente 2.0. Cameron sembra aver capito l’importanza di distinguere la comunicazione video online da quella broadcast tradizionale, al contrario di quasi tutti i concorrenti presidenziali americani, che ancora tendono a trasferire i linguaggi televisivi su YouTube e simili, pensando che sia solo una questione di rimpicciolimento dello schermo.

La nuova task force di Cameron vuole lavorare per far sì che gli argomenti sollevati nelle petizioni non decadano, ma invece possano anzi arrivare alla discussione in Parlamento, di modo che «i cittadini sappiano cosa i rappresentanti da loro eletti pensano dei temi a loro più cari», ha chiosato mister Cameron al microfono della Bbc.    

Certo, il lavoro della pubbliche amministrazioni, anche italiane, sui temi del governo e della democrazia elettronica insegna che se è abbastanza semplice creare una struttura tecnologica per incanalare la partecipazione dei cittadini, meno banale è poi usare questa presenza per cambiare le cose. Per immaturità dell’amministrazione stessa, per i cavilli burocratici, ma spesso perché tale strumento è un’arma a doppio taglio, che obbliga l’amministratore a cambiare la propria agenda dopo aver ascoltato il cittadino.

Al fondo c’è anche un grande equivoco: non c‘è infatti leader politico che non si dica proteso all’ascolto dei cittadini, specialmente durante le campagne elettorali (di solito un po’ meno una volta eletto). Ma l’ascolto, se ben inteso, comporta altre azioni che gli esperti di relazioni istituzionali come Toni Muzi Falconi, docente alla New York university, identificano nel «capire», «interpretare» e poi «decidere». Ognuno di questi passi non è banale: una protesta che emerga dal basso andrà dunque compresa nelle sue radici sociali, culturali e politiche e chiede una risposta dialogante, motivata e pubblica, anche quando negativa. Questo finora è stato uno dei grandissimi fallimenti del governo Prodi, volta per volta cedevolissimo di fronte ad alcune proteste (per esempio taxisti e notai) oppure apodittico nel non spiegare, e deciso nell’imporre, come nel caso della base Usa di Vicenza. Che cosa se ne faccia Romano Prodi di un portavoce unico del governo, da decenni esperto di Relazioni Pubbliche, usandolo solo come un emettitore di aggrovigliati comunicati stampa, resta un bel mistero.

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