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Blair re degli spin doctor

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

Abile retorica di Blair, re degli spin doctor

Il premier britannico prima di andarsene attacca i media e, soprattutto, l’Independent che non gli ha perdonato la guerra all’Iraq

Franco Carlini

La reazione della gran parte dei media inglesi al discorso di Tony Blair sul rapporto tra politica e informazione è stata di rigetto. Egli del resto l’aveva previsto e aveva terminato il suo ragionare con questa frase a effetto, destinata a rafforzare l’immagine di uno che parla chiaro: «Dunque questi sono i miei pensieri. Ho esitato prima di tenere questo discorso. So che molti lo getteranno nel cestino. Ma so anche che queste cose dovevano essere dette».
Il discorso è stato tenuto il 12 giugno al Reuters Institute e in rete lo si trova completo, insieme alla registrazione video. È stato ripreso (parzialmente e con qualche arbitrario riassunto) dalla Repubblica del giorno dopo, che al tema ha dedicato anche un «Diario» di approfondimento venerdì 15 giugnbo, un inserto che si apre curiosamente con un’appassionata difesa del primo ministro inglese, a firma del giornalista John Lloyd (http://www.repubblica.it/diario/2007/index.html?ref=hpsbsx).
Alle critiche di Blair giornali e giornalisti del suo paese hanno risposto soprattutto in un modo: da che pulpito viene la predica! Proprio lui che in cento occasioni ha cercato di manipolarci e sviarci, lui il principe degli spin doctor, pretende di darci lezioni. Lui, che ha mentito a noi e al suo paese, a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Invece Lloyd, l’ineffabile, sostiene che sono i suoi colleghi a mentire dando del mentitore a Blair perché i servizi di intelligence questo gli avevano raccontato. L’affermazione di Lloyd è un esempio di cattivo giornalismo: forse egli immagina che i lettori italiani siano distratti e che abbiano dimenticato le indagini giudiziarie e parlamentari che hanno definitivamente chiarito come l’intelligence britannica venne forzata dal primo ministro a plasmare le proprie relazioni, di modo che potessero giustificare l’intervento. Questa storia è tutta scritta e nota e non aveva bisogno di una ulteriore menzogna, per di più sul secondo quotidiano italiano.
Il testo di Blair è comunque interessante per la sua abile costruzione e per le retoriche che usa. Esso inizia con un doveroso ma rituale omaggio alla libertà di informazione: «dei media liberi sono una parte vitale di una società libera», precisando tuttavia che della libertà fa parte anche al critica ai media, che egli intende sviluppare, senza peli sulla lingua, per così dire. Qui si inserisce la prima mossa retorica: l’esibizione di modestia. Con un tono retrospettivo di sincerità e autocritica, Blair riconosce che nei primi tempi del suo potere cercò di avere con i media un rapporto complice, in sostanza cercando di persuadere e convincere. Un po’ di spin doctoring, insomma.
Aggiunge che il rapporto tra i due poteri è stato sempre stato difficile, ma che oggi è peggiorato e questo è un problema. Peggiorato perché è cambiato il contesto dei media. Qui l’analisi è ragionevole: i media sono più frammentati, perdono pubblico, l’informazione oramai avviene 7 giorni su 7, 24 ore su 24, le persone si alimentano dell’internet e dai blog.
Perciò i media (egli pensa soprattutto a quelli tradizionali) si trovano a seguire come unico criterio quello del massimo impatto, in un mercato che per loro si va restringendo.
Adesso si inserisce la frase ad effetto, quella destinata ad alimentare i titoli dei giornali, fatto del quale Blair (o chi gli ha scritto il discorso) è certamente consapevole; si tratta di un effetto voluto: la paura di perdere qualcosa di importante, fa sì che oggi i media vadano cacciando in branco. «In tali circostanze sono come una belva selvaggia, che fa a pezzi le persone e la loro reputazione».
Da qui gli scandalismi, il pregiudizio negativo che vede nell’azione dei politici sempre qualcosa di oscuro e di riprovevole, nonché il peso eccessivo dato ai commenti e alle opinioni, le quali diventano fatti anche quando sono solo battute. Ma fatt che i politici non possono trascurare e che sono obbligati a inseguire smentendo e correggendo. Una rincorsa continua, un processo continuo e ansiogeno di perenne «crisis management».
L’unico esempio citato esplicitamente è il quotidiano The Independent, che sarebbe sempre più un viewspaper (cioè portatore di punti di vista), anziché un newspaper, portatore di notizie. La polemica con l’ Independent e la citazione delle sue corrispondenze dal Medio Oriente sembra indicare che Blair abbia trovato particolarmente fuori posto i servizi del famoso (e non allineato) giornalista Robert Fisk.
A questo punto Blair, si dedica a un altro esercizio di retorica: «sto per dirvi qualcosa che pochi osano dire pubblicamente, ma che molti sanno essere assolutamente vero: oggi un importante aspetto del nostro lavoro (..) consiste nel far fronte ai media, al loro peso e alla loro continua iperattività. Talora ciò è letteralmente opprimente».
Non c’è da dubitarne, ma all’analisi manca un tassello e precisamente questo: in realtà i media tradizionali e i politici giocano esattamente la stessa partita e fanno parte della stessa casta. Quello che i giornali pubblicano in parte è destinato al grande pubblico (che si tratti di Kate Moss con la polvere bianca o dei reali d’Inghilterra), ma una parte rilevante viene giocata in complicità con i poteri e per fini di potere. Le dichiarazioni che i politici si affanno a diramare, e altri a smentire, , dovrebbero legittimamente essere da considerarsi dei fattoidi, e invece vengono promosse a rango di fatti.
Nella parte finale Blair confessa di avere creduto e sperato che i nuovi media potessero servire di correttivo ai difetti dei grandi giornali e network televisivi. Ma ora è giunto alla conclusione che «in realtà le nuove forme possano essere anche più pericolose, meno bilanciate, più interessate all’ultima teoria del complotto, moltiplicata per cinque».
In sostanza, letto e riletto l’ultimo Blair, si possono trarre queste seguenti provvisorie conclusioni:
1. Non c’è alcuna seria autocritica da parte del politico nel modo con cui dialoga (o confligge) con i media. Essi sono da un lato sopravvalutati e dall’altro guardati con pregiudizio negativo di chi anziché apprezzare il ruolo dei watchdog, li considera pregiudizialmente nemici e se ne sente perseguitato – il che per uno che ha avuto e forse contrattato l’appoggio dei media di Rupert Murdoch è quantomeno curioso.
2. La riproposizione dei fatti separati dai commenti non è mai stata vera, essendo pura ideologia: anche i fatti, per come sono scelti e impaginati, sono sempre dei punti di vista soggettivi di giornalisti e direttori.
3. Tutto l’approccio di Blair è all’insegna dell’antico. Egli vede i media, vecchi e nuovi come canali di una comunicazione dall’alto in basso. Glie lo ha dovuto ricordare un anziano signore come Tim Gardam, presidente del comitato direttivo del Reuters Institute Steering, già alla Bbc e a Channel 4: «L’internet ha distrutto queste vecchie certezze. La sua traiettoria della comunicazione non è verticale ma orizzontale – reti di conversazioni che trovano il loro percorso attraverso un argomentare non strettamente determinato e dove ognuno può unirsi e avere parola. Questo è un paradigma differente, dove l’efficacia della politica non dipende dal potere del messaggio o dal carisma dì chi lo emette ma da come si gestisce la conversazione che da esso fluisce».

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