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articoli e appunti da franco carlini

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Conformistici ologrammi alla Diesel

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

Lo stilista Renzo Rosso si prende troppo sul serio e nella passerella fiorentina di Pitti Uomo non sconvolge gli standard classici delle sfilate

Franco Carlini

Nostalgia di Renzo Rosso, di quando già famoso con il suo marchio Diesel, e appena quarantenne, ironizzava su se stesso capellone degli anni ’70 con i suoi pantaloni a zampa d’elefante. Ora invece si prende molto, forse troppo sul serio. Per esempio annunciando, nei giorni scorsi, che a Pitti Uomo, in Firenze, e in contemporanea sul suo sito Internet, in streaming, ci sarebbe stato «un evento che, unendo innovazione e tecnologia, definirà nuovi limiti creativi e nuovi standard per le sfilate di moda». Sabato, a sfilata conclusa, era raggiante e orgoglioso «di aver mandato per la prima volta nel mondo in passerella un’invenzione per cui tutto può diventare altro e niente si ferma più».
Che cosa era successo dunque? Semplicemente che ai classici umani che percorrono la stretta pedana, si sono aggiunte forme galleggianti nell’aria, ectoplasmi, effetti speciali figli di un’invenzione e di una teoria fisica che risale alla metà del secolo scorso, l’olografia dell’ungherese Dennis Gabor. Viene dal greco olos, che vuol dire tutto, e infatti permette di conservare tutta l’informazione di un oggetto in tre dimensioni, anziché schiacciarla in una foto a due soltanto. Si riesce a farlo utilizzando fasci di luce coerente, laser per capirsi.
Carino, ma speravamo di più. Ammirando il personaggio, immaginavamo che almeno lui, almeno per una volta, osasse davvero percorrere «nuovi standard per le sfilate». Le quali, come noto, sono il format più rigido, stucchevole e apparentemente indiscutibile in circolazione nei media. Sono uno degli ultimi esempi di organizzazione tayloristica del lavoro. Da un cancello sul retro entra la materia prima, ossia ragazze/i giovani e di una bellezza normale, ma che verranno lavorate/i con trucchi e abiti. All’altro estremo della catena produttiva, il prodotto finale è solo simbolico, peraltro senza spazio alcuno alla fantasia: un varco d’ingresso sul fondo, un corridoio da percorrere avanti e indietro, in fondo al quale c’è un palchetto dove si addensano fotografi e operatori accaldati. Inquadrature rigorosamente bloccate: avete mai visto un’immagine scattata a livello pedana? Una caviglia, un primo piano sull’ombelico? Impossibile perché proibito, perché ogni dettaglio della produzione iconica deve essere sotto il controllo ferreo di una casta di professionisti che si autodefiniscono creativi. Della macchina tayloristica fa parte anche la gestione, assolutamente fondamentale, degli invitati e della loro collocazione in platea. Perché anche loro vengono chiamati lì non già per comprare abiti improbabili, ma per dar lustro alla sfilata stessa; altissima concorrenza per catturare i personaggi migliori. Sono allora le tecnologie olografiche la rivoluzione delle sfilate? Ma che novità sono dopo che avatar e attori virtuali popolano ogni monitor, fin dai tempi di Guerre Stellari e di Star Trek? Dopo che ogni azienda sente il bisogno irrefrenabile di avere almeno un padiglione su Second Life? Qualcosa di diverso lo tentò Gianni Versace, il 25 giugno 1997, venti giorni prima di morire, giusto a Pitti, nel giardino di Boboli, inventandosi una sfilata-balletto per la coreografia di Maurice Béjart. Nessuna tecnologia avanzata. La stessa Diesel, anni fa, «truffò» i media e ne smontò pubblicamente i meccanismi inventando una fasulla cantante rock che non esisteva, ne diffuse le prodezze da diva e i relativi gossip e ne presentò ben quattro identiche, in quattro eventi europei paralleli. Altri tempi, altro Renzo Rosso. Uno che non aveva ancora scoperto la parola «lusso», che vuol dire stare dentro il gioco anziché fuori.

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