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media al test della provetta

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

Per il quindicesimo anno, si è svolta una sessione dell’Hands-on Laboratory. In Italia, una cosa del genere per i lavoratori dell’informazione, la organizza il Laboratorio di biologia dello sviluppo di Pavia

Luca Tancredi Barone

Se un giorno, affacciandovi alla porta di un laboratorio del Max Planck Institut di Göttingen (una cittadina collocata esattamente nel centro geografico della Germania), doveste scorgere un gruppetto di pasticcioni, con guanti di lattice, sguardo perplesso e la destrezza di un elefante nel maneggiare pipette e provette, non pensate subito male degli scienziati. Potreste esservi imbattuti in uno dei gruppi di giornalisti scientifici che partecipano al programma Eicos (European initiative for communicators of science). All’inizio del mese si è svolta per il quindicesimo anno una sessione dell’Hands-on Laboratory, un «laboratorio metteteci le mani». Una cosa del genere in Italia la organizza il Laboratorio di biologia dello sviluppo di Pavia. Lo scopo è aiutare i giornalisti scientifici a narrare con cognizione di fatto, non solo per sentito dire.
Di che si tratta? Si prendono – nel caso di Eicos – quattordici giornalisti e comunicatori scientifici da tutta Europa, li si divide in quattro gruppi e li si consegna nelle mani di altrettanti gruppi di ricerca. Una specie di Isola dei famosi, dove per una intera settimana si lavora, si vive, si mangia tutti insieme in un centro di ricerca isolato dal mondo, solo che anziché indossare un costume, mostrare i muscoli e cimentarsi in imprese improbabili, qui si indossano guanti (e giacche pesanti quando si passano lunghi periodi nella cella frigorifera), si ascoltano seminari e si seguono rigorose procedure scientifiche sotto gli occhi pazienti di un generoso gruppo di brillanti dottorandi, guidati ciascuno da uno dei capi del laboratorio. L’obiettivo era quello di realizzare, dall’inizio alla fine, un esperimento vero nell’ambito delle ricerche di punta del laboratorio assegnato.
Il primo tema era di competenza del laboratorio di neurobiologia: il gruppo aveva il compito di lavorare con una cellula neurale, analizzando alcune delle proteine coinvolte nella trasmissione del segnale nervoso e il processo di fusione delle vescicole, sacche presenti all’interno della cellula che rilasciano alcune sostanze chimiche le quali a loro volta «accendono» o inattivano i neuroni. Un secondo gruppo ha lavorato con il dipartimento di biofisica teorica e computazionale: lo scopo era quello di simulare, grazie ad appositi programmi al computer, forma, comportamento e movimenti di alcune proteine chiave per certi processi biologici. Un altro gruppo ha lavorato al dipartimento di biologia molecolare dello sviluppo sulla Drosophila, il moscerino della frutta, l’insetto superstar della genetica fin dai suoi esordi, per studiare l’espressione di alcuni suoi geni legati alla differenziazione sessuale. Il gruppo in cui ha lavorato chi scrive era ospitato dal dipartimento di biochimica cellulare e si è occupato di Rna, la molecola protagonista di quello che il settimanale Economist ha definito il nuovo «Big Bang della biologia». L’attenzione del gruppo era concentrata su una fase del meccanismo di trascrizione dell’informazione genetica dal Dna alle proteine, gli ingredienti fondamentali per consentire a un organismo di svolgere tutte le sue funzioni vitali (vedi sotto).
Solo che la maggior parte di questo tipo di esperimenti va fatto in maniera indiretta: ad esempio, né l’Rna, né le proteine si vedono a occhio. I risultati e gli errori vanno interpretati all’interno di un modello teorico di riferimento. Tutti i pezzi del puzzle che formano la teoria vengono conquistati a fatica immaginando ogni volta esperimenti da modificare mille volte prima di poter fornire un risultato utile. Che magari è un gel appiccicoso e rettangolare con tante colonne marroncine (contenenti preziose proteine o Rna altrettanto importante).
La biologia, insomma, è maledettamente più complicata e subdola di quanto non possa sembrare. E non soltanto perché i giornalisti sono meno pazienti e precisi di chi in laboratorio passa intere giornate.
Ma è anche una scienza in un certo senso modesta: non pretende di trovare la Tteoria del Tutto». E, dato che si scontra tutti i giorni con la complessità del vivente, ha imparato, più della fisica, quanto tutte le conoscenze e i dogmi siano relativi. È anche la scienza da tenere sott’occhio: gli interessi che le girano attorno non sono solo scientifici (e di aspetti da chiarire su come funzioniamo ce ne sono ancora un mucchio), ma, come è ovvio, anche economici. E mano a mano che il potenziale della biologia si dispiegherà, come prevede anche l’Economist, le tentazioni riduzioniste e semplicistiche di spiegare tutto aumenteranno. Non perdetevi le prossime puntate.

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