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Alla ricerca del dio dei batteri

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

Venter, lo scienziato imprenditore alla ricerca del dio sintetico dei batteri

Il discusso protagonista di questi anni ruggenti della biologia, è tornato alla carica con suoi inseparabili compagni di viaggio ai confini della vita. In gioco non più i sistemi operativi, ma la «creazione»

Marco Motta
Luca Tancredi Barone

A sentir lui, è stato un po’ come trasformare un Mac in un pc. Ma al posto dei sistemi operativi, in gioco qui c’era un intero genoma, il patrimonio genetico di un organismo. Craig Venter, il discusso protagonista di questi anni ruggenti della biologia, è tornato alla carica con suoi inseparabili compagni di viaggio ai confini della vita: i batteri. L’ultima del gruppo dello scienziato imprenditore più famoso del mondo è la pubblicazione qualche giorno fa su Science dei risultati di un esperimento che per la prima volta ha trasformato una specie di batterio in un’altra. Non cadete dalla sedia? Allora forse non sapete nulla di «biologia sintetica».
L’impresa di Venter e compagni fa sembrare poca cosa il taglia e incolla dell’ingegneria genetica. Il punto di partenza è stato prelevare l’intero Dna (contenuto in un singolo cromosoma) di un batterio, il Mycoplasma mycoides, e trapiantarlo di peso in una colonia di Mycoplasma capricolum, un altro batterio, privato del suo genoma e stretto parente del primo. Risultato: il genoma trapiantato ha dato prova di saper «girare» anche su un altro supporto, dando vita a una progenie e trasformando, così sostengono gli scienziati, il batterio ricevente in quello originario. Va detto che questi microrganismi, che infettano le capre, sono privi, diversamente da molti altri tipi di batteri, di pareti cellulari, il che rende molto più semplice il trasferimento genetico. E tuttavia, per ammissione degli stessi ricercatori, come sia avvenuto esattamente il processo è tutt’altro che chiaro.
Si tratta comunque di un bel successo per chi, come Venter, sta dedicando da anni tutte i suoi sforzi alle ricerche sugli organismi più semplici, nella speranza di carpire tutti i segreti della vita. Il fatto è, come notava un editoriale sull’ultimo numero di Nature, che siamo ancora prigionieri di una visione antiquata della vita: una sorta di scintilla divina che scocca improvvisamente e fa compiere un balzo dalla materia inerte all’organico. Come se centocinquant’anni di darwinismo in fondo non avessero scalfito l’idea di vitalismo che imperava nell’Ottocento, quella secondo cui la vita è speciale e non è riconducibile alle ordinarie leggi di natura che regolano la materia. La biologia sintetica, è l’augurio di Nature, forse potrà liberarci dalla schiavitù di questa idea metafisica.
In realtà, dietro la metafora informatica di Venter si nasconde una visione riduzionista della vita. Un concetto delicato, quello di vita, per il quale ancora oggi nessuno è in grado di fornire una solida definizione scientifica. Lo hanno ricordato anche un gruppo di scienziati riuniti in Groenlandia a parlare di nanoscienze e biologia sintetica: le cellule non sono monadi isolate, ma sono raggruppate in colonie, e generalmente fanno parte di ecosistemi. Quindi anche la definizione tanto cara alla cricca di Venter di «genoma minimo» (il contenuto di informazioni genetiche necessario e sufficiente a mantenere in vita il più semplice degli organismi) non esaurisce il problema di capire cos’è davvero la vita: una manifestazione complessa, multiforme, che dipende dall’ambiente in cui nasce e si sviluppa.
Ma forse alla speculazione filosofica il nostro eroe preferisce quella finanziaria. Circa un mese fa l’ufficio brevetti statunitense ha reso pubblica una richiesta, da lui presentata nell’ottobre scorso, di brevettazione di un genoma minimo, una lista di 381 geni selezionata dal patrimonio genetico di un altro batterio, Mycoplasma genitalium. A scovare la richiesta tra le tante che affollano l’ufficio brevetti è stato l’Etc group, una ong canadese che da anni invita alla riflessione sulle ricadute etiche, sociali e ambientali delle nuove tecnologie, e sulla convergenza tra ingegneria genetica, informatica e nanoscienze.
Se davvero l’ufficio brevetti dovesse accettare la richiesta (come temono gli ambientalisti dell’Etc), Venter riuscirebbe dove aveva fallito 16 anni fa: brevettare più di un gene alla volta, oggi come allora muovendosi disinvoltamente su confini ancora inesplorati. Il brevetto sul genoma minimo, ammesso che il genoma esista, costituirebbe una pietra miliare della storia della manipolazione genetica, assieme alla storica sentenza delle corte suprema Usa del 1980 che dichiarò brevettabile il primo batterio ogm di Ananda Chakrabarty. Il batterio di Chakrabarty era in grado di degradare il petrolio e Venter spera di usare il proprio brevetto per costruire organismi per produrre biocarburanti. Per dirla con le parole dell’ong ambientalista canadese, «adesso c’è davvero qualcuno che fa concorrenza a dio».

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