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Software libero, un diritto da estendere

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

 

Parla Philippe Aigrain, esperto di politiche in difesa dei «beni informazionali»: le istituzioni devono impedirne l’appropriazione privata

Alessandro Delfanti

In bilico tra bene comune e oggetto di appropriazione privata, l’informazione è al centro dell’interesse di Philippe Aigrain, un ricercatore che ha lavorato alla Commissione europea nel campo delle politiche a sostegno del software libero e open source. Oggi Aigrain dirige Sopinspace, un’azienda che progetta software per gestire spazi pubblici di dibattito (vedi http://www.debatpublic.net). Nel suo libro Causa Comune (Stampa alternativa, 200 pp, 16 euro, scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice) Aigrain chiede che le istituzioni diano a quelli che definisce «beni comuni informazionali» – non solo software ma anche sequenze genetiche, contenuti web, risorse educative libere e accessibili – garanzie di legittimità e autonomia, per impedire l’appropriazione privata e allargarne l’uso a tutti. Si tratta di un problema politico ma anche economico, se è vero che l’informazione è diventata uno dei principali motori dello sviluppo anche grazie alla produzione cooperativa, come insegnano Wikipedia e altri mille esempi di condivisione aperta.
Perché la scelta di difendere i beni comuni informazionali?
Questi beni, come il software libero, i contenuti Creative Commons o l’editoria scientifica open access, sono importanti perché sono a disposizione di tutti, ma anche per il metodo collaborativo che prevedono. Yochai Benkler (autore di La ricchezza della Rete, ndr) ha dimostrato che questo tipo di collaborazione non commerciale è più efficiente rispetto ai classici approcci proprietà/contratto/transazione monetaria.
Ciò ha conseguenze estremamente importanti. Politiche, per le possibilità di esprimersi, agire in modo collettivo e arricchire il dibattito pubblico che ne derivano. Sociali, perché oggi lo sviluppo tecnologico può essere orientato da individui o da piccoli gruppi. Infine economiche, con due modelli che ora stanno venendo a collisione: il primo è quello della centralizzazione, del monopolio, degli alti margini di profitto e dell’innovazione difensiva; l’altro, basato sui beni comuni, è più distribuito, mette l’economia in stretta relazione con il lavoro umano e supporta un’innovazione basata su utilità e creatività. Il software, per esempio, è la base universale di tutte le attività legate all’informazione. Chi lo controlla gestisce le leve dello sviluppo e dell’innovazione: alcuni pensatori lungimiranti lo avevano capito già negli anni settanta.
Ci sono effetti anche sulla scienza?
La questione ha due facce. La prima è la disseminazione della conoscenza scientifica: in questo campo credo che l’open access diventerà lo standard di pubblicazione. La seconda è il modo in cui gli incentivi all’innovazione e le scelte politiche guidano gli obiettivi della scienza, almeno nei settori più intrecciati con lo sviluppo tecnologico. Qui è in atto una vera crisi. La pratica scientifica è schizofrenica: per avere il denaro che serve a generare conoscenza bisogna promettere di renderla segreta e restringerne l’uso. Si dice che ciò serva a migliorare lo sfruttamento economico dei risultati. Ma quali risultati? Secondo me esiste una scienza orfana, un segmento molto vasto della scienza possibile. Ed è orfana semplicemente perché i suoi risultati hanno potenziali economici imprevedibili o perché non sono adatti a diventare proprietà privata. Ho sempre parteggiato per un miglior rapporto tra ricerca (anche quella di base) e utilità o bellezza (che sono anche comunicabili al pubblico). I beni comuni della conoscenza sono un ottimo modo per raggiungere questi obiettivi. Molto più della brevettazione, della restrizione dell’accesso ai database e della privatizzazione del dna, per esempio.
Come supportare i beni comuni?
Bisogna congelare ogni estensione ulteriore dei diritti di proprietà su informazione e conoscenza. Abrogare le leggi che contengono i provvedimenti più dannosi per i beni comuni informazionali, come i brevetti sull’informazione (sulle sequenze genetiche o sugli organismi che le contengono, per esempio) e la criminalizzazione dello scambio non commerciale di informazione. Inoltre bisogna creare un ambiente che favorisca la creazione e l’innovazione collaborativa. Mettendo la cooperazione tra gli obiettivi educativi. Valorizzando il pensiero critico e tutto ciò che contribuisce alle attività dei prosumer (produttori-consumatori), più che a quelle dei consumatori passivi. Ribilanciando il sistema fiscale e gli incentivi economici in modo da non scoraggiare l’innovazione basata sui beni comuni nei confronti di quella orientata al profitto.
C’è un ruolo per l’Europa in questo processo?
L’Europa si trova in una situazione paradossale. È la regione che contribuisce di più ai beni comuni dell’informazione. E insieme a Brasile e India è la zona in cui il significato etico e politico della condivisione della conoscenza è più chiaro. Eppure sulle proposte per sostenere l’accesso alla conoscenza o i beni comuni l’Unione europea e i suoi membri sono molto conservatori, anche più degli Usa. Tutto dipenderà quindi da quanto la consapevolezza della posta in gioco penetrerà nei circoli politici, dato che nella società è già in crescita. L’idea precotta che dice che «i brevetti fanno bene all’innovazione» o che «estendere i diritti dei distributori di contenuti serve anche agli autori» è in circolazione da decenni. Ci vorrà del tempo prima di sedimentare un approccio più aperto.
Ma l’Unione europea sta mancando gli obiettivi che si è data a Lisbona: diventare leader della società della conoscenza.
La strategia di Lisbona, come molti altri slogan europei, è molto ambigua: cercare di diventare «l’economia più competitiva basata sulla conoscenza» non dice nulla riguardo al modo per farlo: lavoreremo su conoscenza e innovazione condivise liberamente, in modo che la gente diventi più creativa, innovativa e produttiva e che nasca un’economia al servizio di queste attività? O lasceremo che l’enfasi sulla competitività ci spinga a rendere le idee oggetto di proprietà e restrizioni? Temo che la strategia di Lisbona vada nella seconda direzione. Ma i nobili scopi che hanno convinto molti ad aderirvi potrebbero essere serviti meglio prendendo la prima strada.

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